Contraccezione, legge 194, obiezione di coscienza e consultori: tre anni dopo la promessa della pillola gratuita, Fotosintesi.info attraversa l’Italia per capire dove un diritto nazionale cambia con il codice postale.
Aggiornamento: 16 agosto 2026
Nel luglio del 2023 la psichiatra e psicoterapeuta Elvira Di Gianfrancesco, già ginecologa, poneva sulle pagine del mensile Left una domanda apparentemente semplice: perché in Italia soltanto il 14 per cento delle donne utilizzava la pillola anticoncezionale? L’articolo accostava quella percentuale a Iraq e Botswana e la confrontava con livelli molto più alti in diversi Paesi europei. Il titolo diceva già quasi tutto: «La libertà di vivere una storia d’amore».
Dietro una pillola, infatti, c’era e c’è qualcosa di più grande della contraccezione. C’è la possibilità di vivere il rapporto sessuale come incontro intimo tra esseri umani, non come palestra, prestazione o necessariamente come atto riproduttivo. Di Gianfrancesco richiamava una differenza fondamentale: la donna non ha l’estro, non «va in calore». La sessualità umana non è riducibile al comando biologico della riproduzione.
Tre anni dopo Fotosintesi.info è andata a vedere che cosa abbia fatto la politica di quella libertà.
CENTOQUARANTA MILIONI CHE NON SI TROVARONO
Nella primavera del 2023 sembrava che qualcosa stesse finalmente cambiando. Il percorso Aifa sulla rimborsabilità dei contraccettivi orali era arrivato alle commissioni dell’Agenzia; il 24 maggio il Consiglio di amministrazione chiese però ulteriori approfondimenti sulle fasce di età, sulle modalità di distribuzione e sui costi nei diversi scenari. Il 7 luglio la «rimborsabilità contraccettivi orali» era ancora formalmente all’ordine del giorno della Commissione tecnico-scientifica. La gratuità nazionale generalizzata non arrivò.
Durante quel percorso circolò una stima di circa 140 milioni di euro l’anno per una copertura ampia. Per dare una misura: nel 2025 la sola spesa farmaceutica pubblica monitorata da Aifa è stata pari a 24 miliardi e 937 milioni. Centoquaranta milioni equivalgono a poco più dello 0,5 per cento di quella cifra. Il confronto non prova da solo che la misura fosse finanziariamente semplice, ma ridimensiona l’idea di un ostacolo insormontabile.
La domanda, dunque, non è soltanto contabile: era davvero impossibile trovare quelle risorse, oppure non si è scelto di farne una priorità?
L’ITALIA NELL’EUROPA DELLA CONTRACCEZIONE
Il Contraception Policy Atlas Europe 2026, che misura le politiche pubbliche di accesso ai contraccettivi, al counselling e all’informazione, assegna all’Italia il 62,7 per cento. Francia 97,9; Portogallo 93,8; Belgio 89,8; Germania 78,6. L’Italia è diciottesima tra i 47 Paesi considerati.
Questo indicatore non dice quante donne assumano oggi la pillola. Ed è importante non confondere le due cose. Il 14 per cento citato nel 2023 continua a circolare, ma non abbiamo trovato una nuova rilevazione nazionale 2025-2026 costruita con metodologia identica che permetta di sostituirlo con una percentuale aggiornata realmente comparabile. Quello che possiamo documentare oggi è la persistente disuguaglianza nell’accesso pubblico alla contraccezione.
IL CODICE POSTALE DELLA LIBERTÀ
In Toscana la contraccezione è gratuita per i giovani dai tredici ai venticinque anni e per diverse categorie tra ventisei e quarantacinque anni; dal 2026 sono comprese anche, entro i limiti previsti, le donne nei dodici mesi successivi al parto o nei ventiquattro mesi successivi a un’interruzione di gravidanza. Sono disponibili pillole, cerotti, anelli, dispositivi intrauterini e sottocutanei e profilattici.
L’Emilia-Romagna offre da anni consulenza gratuita nei consultori e contraccettivi gratuiti alle categorie individuate dalla normativa regionale. La conseguenza è semplice: ciò che non è diventato un diritto nazionale è stato costruito, almeno in parte, da alcune Regioni. In altre no.
Non servono frontiere nazionali. Basta prendere un treno regionale.
LA 194 ESISTE. MA DOVE
Gli ultimi dati nazionali completi disponibili sull’applicazione della legge 194 fotografano ancora un’Italia molto diseguale. La percentuale dei ginecologi obiettori è scesa rispetto agli anni precedenti, ma la media nazionale nasconde territori nei quali l’obiezione resta altissima. Il problema non è soltanto morale o statistico: la legge tutela l’obiezione individuale e contemporaneamente obbliga le strutture a garantire comunque il servizio.
La percentuale regionale, inoltre, non basta. Una donna non abortisce nella media nazionale: deve trovare una struttura concreta, personale disponibile, un appuntamento e un percorso compatibile con i limiti temporali previsti dalla legge. È qui che il diritto formale incontra l’organizzazione sanitaria.
OBIEZIONE: QUANDO IL DIRITTO DIPENDE DA CHI È DI TURNO
Nel quadro 2023, il Molise emerge come il territorio più critico per l’obiezione dei ginecologi, con valori superiori al novanta per cento; seguono, tra le aree con percentuali più elevate, Sicilia, Abruzzo, Provincia autonoma di Bolzano, Basilicata, Puglia e Campania. Il dato va letto con cautela: non dimostra automaticamente che in una Regione sia «impossibile» abortire. Dimostra però quanto possa diventare fragile l’organizzazione quando il personale non obiettore è una minoranza molto ridotta.
E impedisce anche una scorciatoia politica. Alcuni dei valori peggiori si trovano oggi in Regioni amministrate dal centrodestra, ma Campania e Puglia avevano già percentuali molto elevate sotto governi regionali di centrosinistra. L’obiezione ha radici culturali, professionali, religiose e organizzative che attraversano le maggioranze. La responsabilità politica comincia però da ciò che un governo regionale decide di fare davanti a quella realtà.
Un presidente non può impedire a un medico di obiettare. Può impedire che l’obiezione del medico diventi l’obiezione dello Stato.
LA PILLOLA ABORTIVA CHE CAMBIA REGIONE PER REGIONE
Le indicazioni nazionali consentono da anni percorsi meno ospedalizzati per l’IVG farmacologica, entro le condizioni cliniche previste. Eppure la loro applicazione territoriale è rimasta molto diseguale. Alcune Regioni hanno utilizzato consultori e ambulatori; altre hanno mantenuto un percorso molto più centrato sull’ospedale. La differenza è decisiva: legalità non significa automaticamente accessibilità.
Non occorre vietare la Ru486 per rendere un diritto più difficile. È sufficiente non creare il luogo nel quale quel diritto può essere esercitato in modo semplice, tempestivo e vicino alla vita quotidiana.
QUANDO LE ASSOCIAZIONI ANTIABORTISTE ENTRANO NELLA POLITICA SANITARIA
Il confronto si è spostato anche dentro e attorno ai consultori. Le norme nazionali consentono alle Regioni di coinvolgere soggetti del Terzo settore con esperienza nel sostegno alla maternità. Il problema non è se una donna che desidera portare avanti una gravidanza debba essere aiutata: dovrebbe esserlo molto più di quanto accada oggi. Il problema nasce quando il sostegno viene affidato a organizzazioni la cui identità pubblica è legata alla battaglia contro l’aborto e quelle organizzazioni entrano nello stesso ecosistema sanitario nel quale una donna deve poter esercitare liberamente un diritto previsto dalla legge.
Il Piemonte è diventato uno dei casi simbolo con il programma «Vita nascente» e con il conflitto politico e giudiziario sulla cosiddetta «Stanza dell’Ascolto» all’ospedale Sant’Anna di Torino. Nel 2025 la Regione ha portato lo stanziamento complessivo del programma a 1,6 milioni di euro: 940 mila destinati ai progetti delle associazioni iscritte negli elenchi delle Asl e 660 mila agli enti gestori dei servizi socio-assistenziali. La normativa regionale definisce questi interventi come progetti mirati al «superamento delle cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza».
La distinzione è importante: non tutti gli 1,6 milioni vengono quindi versati alle associazioni. Ma 940 mila euro finanziano direttamente i loro progetti e la finalità indicata negli atti regionali permette di capire quale sia l’orientamento dell’intervento pubblico.
Il caso della «Stanza dell’Ascolto» al Sant’Anna rende ancora più evidente il conflitto. La presenza di un’associazione pro vita all’interno di uno dei principali ospedali ostetrico-ginecologici italiani ha provocato contestazioni politiche e un contenzioso amministrativo. Nel luglio 2025 il Tar Piemonte ha dichiarato illegittima la convenzione che ne regolava la presenza, alimentando un nuovo scontro in Consiglio regionale.
Sono dunque gli atti, le convenzioni, i finanziamenti e soprattutto le finalità dichiarate a porre una domanda che riguarda direttamente la natura del servizio sanitario pubblico: fino a che punto il sostegno alla maternità può entrare nel luogo nel quale deve essere garantita, prima di tutto, la libertà di scelta della donna?
Nessuno mette in discussione il diritto di una donna che vuole continuare una gravidanza a ricevere sostegno economico, sanitario, psicologico e sociale. Al contrario: dovrebbe riceverne molto più di quanto accada oggi. Ma proprio per questo occorre distinguere nettamente l’assistenza dalla persuasione e il sostegno medico dalla pressione morale di un terrorista. Una donna che entra in un consultorio o in un ospedale pubblico deve poter chiedere aiuto per diventare madre e deve poter chiedere aiuto per interrompere una gravidanza nei termini previsti dalla legge 194. In entrambi i casi deve incontrare un servizio sanitario, non un giudizio oscurantista sulla propria decisione.
Sostenere la maternità è un servizio. Convincere una donna a rinunciare a un aborto è un’altra cosa.
IL CONSULTORIO CHE NON C’È
C’è infine il luogo pubblico che dovrebbe tenere insieme sessualità, contraccezione, prevenzione, gravidanza, IVG, sostegno psicologico e salute della donna: il consultorio.
Il Ministero della Salute ha censito 1.819 consultori familiari pubblici nel 2022, in diminuzione rispetto ai 1.871 del 2021, ai 1.925 del 2020 e ai 1.944 del 2016. Nella stessa relazione il Ministero osserva che l’assenza della figura medica, la mancata integrazione con le strutture che effettuano IVG e l’insufficiente presenza dei consultori sul territorio compromettono il ruolo strategico di questi servizi nella prevenzione delle IVG e nella promozione della salute sessuale e riproduttiva.
È un passaggio istituzionale pesante perché sposta il discorso dalla morale all’organizzazione. Un consultorio sulla carta non basta. Bisogna sapere quante ore è presente il ginecologo, se c’è uno psicologo, se lavora un’ostetrica, quanto bisogna aspettare, se un’adolescente può entrare facilmente, se può ricevere counselling e contraccezione, se il servizio accompagna davvero una donna nel percorso IVG.
Il consultorio non dovrebbe essere il luogo nel quale lo Stato incontra una donna soltanto quando è già incinta. Dovrebbe incontrarla prima: quando è adolescente, quando vuole capire il proprio corpo, quando comincia una relazione, quando desidera un contraccettivo, quando non vuole figli, quando invece li desidera, quando subisce violenza, quando vuole parlare con uno psicologo.
LA MAPPA POLITICA: NIENTE ALIBI PER NESSUNO
La geografia dei diritti riproduttivi non segue perfettamente i partiti. Ed è un dato che rende l’inchiesta più forte, non più debole. Le Regioni possono ereditare percentuali di obiezione costruite in decenni; possono però scegliere se investire nei consultori, assumere personale, organizzare équipe, rendere accessibile la farmacologica, finanziare la contraccezione e stabilire quali soggetti esterni possano entrare nei percorsi sanitari.
Tra le esperienze più avanzate sul terreno della contraccezione pubblica emergono Toscana ed Emilia-Romagna. Il Lazio mostra che anche un’amministrazione di centrodestra può conservare strumenti territoriali più avanzati di altre Regioni. All’estremo opposto, Molise, Sicilia e Abruzzo presentano forti criticità sul fronte dell’obiezione; Piemonte e Lombardia sollevano questioni diverse, rispettivamente per l’intreccio con politiche pro vita e per la disomogeneità territoriale dei servizi.
La responsabilità non consiste nell’entrare nella coscienza del medico. Consiste nell’impedire che quella coscienza determini la libertà della paziente.
NON È UNA GARA FRA ABORTO E MATERNITÀ
Difendere la contraccezione e garantire la legge 194 non significa essere contro la maternità. Una politica seria dovrebbe fare contemporaneamente due cose: consentire a una donna che vuole un figlio di non rinunciarvi per povertà, precarietà, mancanza di casa o di servizi e consentire a una donna che non vuole quella gravidanza di interromperla senza processi morali, ostacoli artificiosi o peregrinazioni sanitarie.
La parola che tiene insieme le due cose è scelta.
Ed è forse proprio questa la parte più attuale della domanda posta da Elvira Di Gianfrancesco nel 2023. La pillola non riguardava soltanto una tecnica contraccettiva. Riguardava l’idea che una donna possa vivere la propria sessualità senza essere pensata innanzitutto come corpo destinato alla riproduzione.
TRE ANNI DOPO
Nel 2023 l’Italia discuteva della possibilità di destinare circa 140 milioni di euro l’anno alla gratuità della contraccezione orale. Tre anni dopo quella copertura nazionale non è arrivata. Nel frattempo alcune Regioni hanno costruito propri programmi e altre sono rimaste indietro; l’obiezione continua a produrre enormi differenze territoriali e la rete dei consultori resta insufficiente e diseguale.
La politica non ha cancellato la legge 194 e non ha vietato la pillola. In molti luoghi ha fatto qualcosa di più silenzioso: ha lasciato che l’effettività di quei diritti dipendesse dall’organizzazione sanitaria, dal reddito, dalla Regione e dal codice postale.
In troppi luoghi si è allontanata dal fianco delle donne.
I NUMERI DELLA DISUGUAGLIANZA
| Indicatore | Dato |
| Accesso alla contraccezione | Italia 62,7% nel Contraception Policy Atlas Europe 2026; Francia 97,9%, Portogallo 93,8%, Belgio 89,8%, Germania 78,6%. |
| Gratuità nazionale | La rimborsabilità generalizzata dei contraccettivi orali discussa da Aifa nel 2023 non si è trasformata in una copertura nazionale universale. |
| Spesa farmaceutica pubblica 2025 | 24,937 miliardi di euro monitorati da Aifa. La stima di 140 milioni per la contraccezione equivale a circa lo 0,56%. |
| Consultori pubblici | 1.819 censiti nel 2022; il Ministero segnala insufficienza territoriale e problemi di integrazione nei percorsi IVG. |
| Obiezione | Fortissima variabilità regionale; il Molise rappresenta il caso più estremo nei dati 2023, con valori superiori al 90%. |
NOTA METODOLOGICA
I dati nazionali sulla legge 194 e sui consultori vengono pubblicati con ritardo rispetto all’anno di riferimento. Per questo il servizio distingue tra l’anno del dato sanitario e l’amministrazione regionale oggi in carica. Non attribuisce automaticamente a un presidente eletto successivamente la situazione ereditata, ma valuta la responsabilità politica attuale nell’organizzazione dei servizi.
Il dato del 14 per cento sull’uso della pillola, richiamato da Left nel 2023, non viene presentato come una nuova misurazione 2026: non è stata individuata una rilevazione nazionale recente con metodologia perfettamente comparabile. Il Contraception Policy Atlas 2026 misura invece le politiche di accesso, non la prevalenza d’uso individuale.
FONTI ESSENZIALI
- Elvira Di Gianfrancesco, «La libertà di vivere una storia d’amore», Left, 5 luglio 2023
- Aifa, ordine del giorno CTS 5-7 luglio 2023: rimborsabilità contraccettivi orali
- Aifa, comunicazione del CdA sugli approfondimenti per la rimborsabilità della pillola, 24 maggio 2023
- Aifa, monitoraggio della spesa farmaceutica gennaio-dicembre 2025
- European Parliamentary Forum for Sexual & Reproductive Rights, Contraception Policy Atlas Europe 2026
- Ministero della Salute, relazione sull’attuazione della legge 194 e attività dei consultori (dati 2022)
- Regione Toscana, Contraccezione gratuita, aggiornamento 26 maggio 2026
- Regione Emilia-Romagna, Contraccezione e metodi contraccettivi
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