Ogni volta che l’Istat pubblica nuovi dati sulla natalità il copione si ripete.
L’Italia invecchia. Nascono sempre meno bambini. Servono più asili nido, salari migliori, case accessibili, congedi parentali, servizi per l’infanzia, pari opportunità. È difficile non essere d’accordo. Anzi, sarebbe irresponsabile ignorare quanto il lavoro precario, gli stipendi insufficienti e un welfare ancora fragile rendano difficile costruire una famiglia.
Eppure, nel grande dibattito sulla denatalità, c’è quasi sempre un’assenza. Un silenzio. La più grande rivoluzione culturale del Novecento viene data per scontata, come se fosse sempre esistita.
La libertà delle donne.
Per migliaia di anni il corpo femminile è stato raccontato come un bene collettivo. Cambiavano le motivazioni, ma il principio rimaneva sorprendentemente stabile. Per la religione era il luogo della maternità voluta da Dio. Per gli imperi era la fabbrica dei sudditi. Per gli Stati moderni diventava la riserva demografica della nazione. Per i regimi totalitari il corpo femminile assumeva addirittura un valore strategico.
Il patriarcato ha cambiato mille volte linguaggio, ma molto meno spesso sostanza.
La donna, prima ancora di essere una persona libera, era chiamata a svolgere una funzione.
Riprodurre.
Detta così è brutale.
Eppure la storia racconta esattamente questo.
Nel 1927 Benito Mussolini lanciò la “Battaglia delle nascite”. L’Italia avrebbe dovuto raggiungere sessanta milioni di abitanti. Più popolazione significava più forza economica, più coloni per l’impero africano, più uomini da mobilitare in caso di guerra.
Nella Germania nazista la maternità venne decorata come un servizio alla patria. La Croce d’onore della madre tedesca premiava le donne con quattro, sei, otto figli. Il programma Lebensborn incoraggiava la riproduzione delle donne considerate “razzialmente pure”, mentre altre venivano sterilizzate perché ritenute indegne di trasmettere la propria discendenza.
Nel 1944 Stalin istituì il titolo di “Madre eroina” per chi aveva almeno dieci figli, nel tentativo di ricostruire una popolazione devastata dalla guerra. Nel 2022 Vladimir Putin ha ripristinato quel riconoscimento mentre la Russia combatteva in Ucraina.
Le differenze tra questi regimi sono enormi e nessuno storico serio le cancellerebbe. Ma un tratto comune esiste: quando il potere ha bisogno di corpi, il corpo delle donne diventa improvvisamente una questione di interesse nazionale.
Per secoli è stato così.
QUANDO LO STATO PREMIAVA LE MADRI
Italia fascista (1927) – Mussolini lancia la “Battaglia delle nascite”: incentivi alle famiglie numerose, tasse sui celibi, propaganda. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la potenza italiana attraverso l’aumento della popolazione.
Germania nazista – La Croce d’onore della madre tedesca premia le donne con quattro, sei e otto figli. Il programma Lebensborn sostiene la natalità delle donne considerate “ariane”.
Urss (1944) – Stalin istituisce il titolo di “Madre eroina” per le donne con almeno dieci figli.
Romania – Ceaușescu limita drasticamente aborto e contraccezione nel tentativo di aumentare rapidamente la popolazione.
Russia (2022) – Putin ripristina il titolo di “Madre eroina” durante la guerra in Ucraina.
LA RIVOLUZIONE DELLA PILLOLA
La contraccezione ormonale ha contribuito a:
- ridurre le gravidanze indesiderate;
- aumentare gli anni di studio delle donne;
- favorire l’accesso al lavoro qualificato;
- rendere la maternità una scelta e non un destino.
La storica dell’economia Claudia Goldin, premio Nobel per l’Economia 2023, considera il controllo della fertilità uno dei fattori decisivi dell’emancipazione economica femminile.
LE DONNE CHE HANNO TENUTO IN PIEDI IL WELFARE ITALIANO
Negli ultimi decenni centinaia di migliaia di lavoratrici straniere hanno svolto un ruolo essenziale nell’assistenza agli anziani e nella cura delle famiglie.
Senza il loro lavoro, molte donne italiane avrebbero avuto maggiori difficoltà a conciliare occupazione e responsabilità di cura.
La storia della libertà femminile passa anche da qui.









