Mentre proseguono le trattative per la vendita dell’acciaieria e la magistratura impone nuovi vincoli all’area a caldo, migliaia di lavoratori attendono risposte. Sullo sfondo restano i dati sull’impatto sanitario dell’inquinamento e una domanda che riguarda l’intero Paese: è possibile produrre acciaio senza contrapporre occupazione, ambiente e salute?
Ci sono città che finiscono per raccontare un’intera stagione della storia italiana.
Taranto è una di queste.
Per oltre sessant’anni il suo nome è stato associato all’acciaio, al lavoro, allo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Migliaia di famiglie arrivarono da ogni parte del Sud attratte dalla prospettiva di un’occupazione stabile. Da qui sono usciti lamiere, tubi e componenti che hanno contribuito alla costruzione di automobili, navi, ferrovie, ponti e infrastrutture in tutta Italia.
Ma insieme all’acciaio sono arrivate anche le polveri.
Le emissioni.
Le malattie.
Le inchieste giudiziarie.
Una frattura che, ancora oggi, continua a dividere il diritto al lavoro da quello alla salute.
Oggi quella storia è tornata davanti a un bivio.
La Corte d’Appello di Milano ha confermato il provvedimento che impone la cessazione dell’attività dell’area a caldo entro novanta giorni, salvo il rispetto delle prescrizioni fissate dall’autorità giudiziaria. Una decisione destinata a incidere sulle trattative per il futuro dell’ex Ilva proprio mentre il Governo è impegnato nella ricerca di nuovi investitori e nella definizione del prossimo piano industriale.
Il calendario, dunque, corre su due binari.
Da una parte la magistratura, che continua a richiamare il rispetto delle norme poste a tutela della salute pubblica.
Dall’altra il Governo, chiamato a individuare una soluzione industriale capace di garantire la continuità produttiva di uno degli impianti strategici del Paese.
Le manifestazioni di interesse non sono mancate. Diversi gruppi industriali hanno esaminato il dossier, ma l’incertezza sul futuro dell’area a caldo rende inevitabilmente più complessa qualsiasi trattativa.
Sul tavolo non c’è soltanto il destino di uno stabilimento.
C’è il futuro economico di un’intera città.
Lavoro e salute
La Fiom continua a ribadire che la transizione industriale non può essere pagata dai lavoratori.
Il sindacato chiede che la riconversione ecologica proceda insieme alla salvaguardia dell’occupazione, attraverso un forte intervento pubblico e un piano industriale capace di mantenere la produzione di acciaio cambiandone profondamente il ciclo produttivo.
Le preoccupazioni riguardano migliaia di famiglie.
Non soltanto i dipendenti diretti dell’ex Ilva, ma anche quelli dell’indotto, della logistica, dei trasporti, delle manutenzioni e delle centinaia di piccole e medie imprese che, da decenni, vivono grazie all’attività dello stabilimento.
Anche Confindustria Taranto ha espresso forte preoccupazione per le possibili ricadute economiche della decisione giudiziaria, chiedendo al Governo di assicurare continuità produttiva e certezze per il tessuto industriale locale.
Sono timori comprensibili.
Perché nessuna riconversione industriale può funzionare se lascia senza prospettive migliaia di lavoratori.
Ma sarebbe altrettanto riduttivo raccontare l’ex Ilva soltanto attraverso il numero degli occupati.
L’altra metà della storia riguarda la salute.
La città che non vuole più scegliere
Da oltre vent’anni studi epidemiologici, monitoraggi ambientali e indagini giudiziarie descrivono un eccesso di mortalità e di malattie nei quartieri maggiormente esposti alle emissioni industriali.
Tumori.
Patologie respiratorie.
Malattie cardiovascolari.
Malformazioni congenite.
Ricoveri pediatrici.
Le ricerche dell’Istituto superiore di sanità, del Progetto Sentieri, di Arpa Puglia e le consulenze acquisite nel processo Ambiente Svenduto hanno costruito, nel tempo, un quadro epidemiologico che nessuno può più liquidare come una semplice coincidenza.
Per molti cittadini di Taranto il problema non è mai stato scegliere tra lavoro e salute.
Hanno sempre chiesto entrambe.
Ed è probabilmente questo il punto sul quale la politica italiana ha accumulato il maggiore ritardo.
Per troppo tempo il dibattito pubblico si è fermato davanti a un’alternativa che sembrava inevitabile: continuare a produrre acciaio come nel secolo scorso oppure chiudere tutto.
Oggi quella contrapposizione non è più l’unica possibile.
La sfida della riconversione
La siderurgia europea sta cambiando.
In Germania, Austria e Svezia i grandi gruppi industriali stanno investendo nella progressiva sostituzione degli altiforni alimentati a carbone con forni elettrici, impianti di riduzione diretta del minerale e, in prospettiva, idrogeno verde.
Anche il piano elaborato dal Ministero delle Imprese individua questa come la direzione della transizione.
L’obiettivo è mantenere una produzione strategica di acciaio riducendo progressivamente il ricorso al carbone e abbattendo le emissioni.
Non sarà un percorso semplice.
Serviranno investimenti per miliardi di euro.
Nuove infrastrutture energetiche.
Tempi certi.
Competenze.
Accordi con il territorio.
Soprattutto servirà una politica industriale capace di guardare oltre l’emergenza.
Perché l’ex Ilva non rappresenta soltanto una crisi aziendale.
Rappresenta una domanda che riguarda l’intero Paese.
Una questione nazionale
L’Italia continuerà ad avere bisogno dell’acciaio.
Ne avranno bisogno la cantieristica, l’automotive, le infrastrutture, la meccanica e molte filiere manifatturiere.
La vera sfida non è decidere se produrlo.
È stabilire come produrlo.
Taranto può ancora diventare il luogo in cui l’Italia dimostra che industria, ambiente e salute non sono diritti incompatibili.
Oppure può restare il simbolo di decenni di rinvii, emergenze e contrapposizioni.
La tecnologia, oggi, offre possibilità che negli anni Sessanta non esistevano.
Le risorse europee per accompagnare la transizione esistono.
Le competenze industriali anche.
Quello che continua a mancare è una scelta politica stabile, condivisa e di lungo periodo.
Perché una democrazia moderna non dovrebbe mai chiedere ai propri cittadini di scegliere tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute.
E il futuro di Taranto, in fondo, riguarda molto più di Taranto.
Riguarda il modello di sviluppo che l’Italia intende costruire nei prossimi decenni.
Sessant’anni di promesse
Quando, all’inizio degli anni Sessanta, lo Stato decise di costruire a Taranto il più grande centro siderurgico d’Europa, l’obiettivo era chiaro: industrializzare il Mezzogiorno e trasformare una città affacciata sullo Ionio nel motore dello sviluppo nazionale.
L’impianto, inaugurato nel 1965 come Italsider, divenne rapidamente uno dei simboli del cosiddetto “miracolo economico”. Migliaia di lavoratori arrivarono da tutta la Puglia, dalla Basilicata, dalla Calabria e dalla Sicilia. Per decenni l’acciaio di Taranto alimentò la crescita dell’industria automobilistica, della cantieristica navale, delle costruzioni e della meccanica italiana.
Negli anni Novanta cambiò il proprietario.
Nel 1995 lo stabilimento fu privatizzato e ceduto al Gruppo Riva, mentre l’attenzione pubblica si concentrava soprattutto sulla competitività industriale e molto meno sulle conseguenze ambientali.
Con il passare degli anni, però, gli studi scientifici, le denunce dei cittadini e le prime indagini della magistratura iniziarono a descrivere un quadro sempre più preoccupante.
Nel 2008 la Regione Puglia approvò la legge antidiossina, una delle prime in Italia, dopo il ritrovamento di elevate concentrazioni di questo contaminante negli allevamenti vicini allo stabilimento.
La svolta arrivò il 26 luglio 2012.
La Procura di Taranto dispose il sequestro senza facoltà d’uso dell’area a caldo nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”, ipotizzando che le emissioni industriali avessero provocato un grave disastro ambientale e sanitario. Fu uno dei procedimenti giudiziari più importanti nella storia industriale italiana.
Da quel momento si susseguirono commissariamenti, decreti “Salva Ilva”, cambi di proprietà, l’ingresso e il successivo ridimensionamento di ArcelorMittal, fino al ritorno dello Stato nella gestione dello stabilimento attraverso l’amministrazione straordinaria.
Nel frattempo arrivò anche la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2019 stabilì che l’Italia non aveva garantito una tutela adeguata della salute dei cittadini esposti all’inquinamento prodotto dall’impianto.
Oggi la vicenda è entrata in una nuova fase.
La magistratura continua a chiedere il rispetto delle prescrizioni ambientali, mentre il Governo cerca investitori e un piano industriale capace di assicurare continuità produttiva e riconversione ecologica.
Sessant’anni dopo l’accensione del primo altoforno, Taranto resta uno dei luoghi in cui si misura la capacità dello Stato di conciliare sviluppo economico, tutela della salute e politica industriale.
LE TAPPE
- 1965 – Entra in funzione il centro siderurgico Italsider.
- 1995 – Privatizzazione e passaggio al Gruppo Riva.
- 2008 – La Puglia approva la legge antidiossina.
- 2012 – Sequestro dell’area a caldo e avvio dell’inchiesta Ambiente Svenduto.
- 2019 – La Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per la tutela insufficiente della popolazione di Taranto.
- 2024 – Lo Stato torna a gestire direttamente l’azienda attraverso l’amministrazione straordinaria.
- 2026 – Nuovi provvedimenti della magistratura sull’area a caldo e ripresa del confronto sul futuro industriale dell’ex Ilva.
Quando l’epidemiologia incontra la giustizia
Per molti anni il confronto sull’ex Ilva si è concentrato quasi esclusivamente sull’occupazione.
Parallelamente, però, medici, epidemiologi, magistrati e istituzioni sanitarie hanno cercato di rispondere a un’altra domanda.
Quale prezzo ha pagato la popolazione per decenni di emissioni industriali?
Le risposte sono arrivate attraverso decine di studi scientifici, monitoraggi ambientali e consulenze tecniche disposte dalla magistratura.
Pur utilizzando metodologie differenti, le principali ricerche convergono su un punto: nei quartieri più esposti si registra un eccesso statisticamente significativo di mortalità e di patologie rispetto ai valori attesi.
La perizia “Ambiente Svenduto”
Tra i documenti più rilevanti figura la perizia epidemiologica acquisita nel processo “Ambiente Svenduto”, che ha analizzato gli effetti dell’inquinamento prodotto dallo stabilimento.
Secondo quella consulenza tecnica, l’esposizione agli inquinanti atmosferici è risultata associata, nel periodo esaminato, a:
- 637 decessi attribuibili alle emissioni industriali;
- 4.536 ricoveri ospedalieri in eccesso;
- un incremento delle malattie cardiovascolari e respiratorie;
- un aumento della mortalità nelle aree maggiormente esposte alle polveri provenienti dagli impianti.
Si tratta di stime epidemiologiche, non dell’elenco delle vittime di un singolo evento.
Ma sono numeri che hanno avuto un peso determinante nelle indagini della magistratura e nel dibattito pubblico.
I bambini
Uno degli aspetti più delicati riguarda la popolazione infantile.
Gli studi del Progetto Sentieri, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, hanno evidenziato nei territori del Sin (Sito di interesse nazionale) di Taranto un eccesso di ricoveri per malattie respiratorie, un aumento di alcune patologie pediatriche e, in diversi periodi analizzati, un’incidenza superiore alle attese di alcune forme tumorali e di malformazioni congenite.
Sono dati che, da soli, spiegano perché la questione sanitaria continui a occupare un posto centrale nella vicenda dell’ex Ilva.
Gli animali diedero il primo allarme
Prima ancora che il dibattito esplodesse a livello nazionale, furono gli allevamenti situati nei dintorni dello stabilimento a lanciare un segnale.
Nel 2008 furono riscontrate elevate concentrazioni di diossina nel latte e nelle carni di numerosi allevamenti ovini e caprini.
Migliaia di animali vennero abbattuti.
Quelle analisi portarono all’approvazione della legge regionale antidiossina e segnarono una svolta nel controllo delle emissioni industriali.
I quartieri più esposti
Le ricerche epidemiologiche hanno concentrato l’attenzione soprattutto sulle aree più vicine agli impianti industriali:
- Tamburi;
- Borgo;
- Paolo VI;
- Statte.
La posizione rispetto agli altiforni e la direzione prevalente dei venti hanno reso questi quartieri particolarmente esposti alla dispersione di polveri, diossine, benzopirene e altri contaminanti.
Oltre i numeri
Le statistiche non raccontano da sole la vita di una città.
Non spiegano la paura di una diagnosi.
Non descrivono le preoccupazioni di una famiglia che vive accanto agli impianti.
Non sostituiscono il lavoro della magistratura, né quello della ricerca scientifica.
Ma rappresentano il punto di partenza di qualsiasi discussione seria sul futuro dell’ex Ilva.
Perché qualunque progetto industriale, qualunque nuovo investitore e qualunque piano di riconversione dovrà inevitabilmente confrontarsi con questa eredità.
E con una domanda che Taranto continua a rivolgere al Paese: è possibile immaginare uno sviluppo che non trasformi la salute in un costo da sopportare?
La riconversione verde non è un’utopia. In Europa è già cominciata.
Per decenni il dibattito sull’ex Ilva è rimasto prigioniero di una contrapposizione apparentemente inevitabile.
Da una parte il lavoro.
Dall’altra la salute.
Oggi, però, quella alternativa non è più l’unica possibile.
La siderurgia mondiale sta vivendo una delle trasformazioni più profonde dalla nascita degli altiforni moderni. L’obiettivo è produrre acciaio riducendo drasticamente le emissioni di anidride carbonica, che oggi rappresentano circa il sette per cento delle emissioni globali di CO₂ legate alle attività umane.
La strada scelta da gran parte dell’Europa è quella della decarbonizzazione.
Non significa rinunciare all’acciaio.
Significa cambiare il modo di produrlo.
Germania
A Duisburg, uno dei più importanti poli siderurgici europei, il gruppo Thyssenkrupp ha avviato la costruzione di impianti di riduzione diretta del minerale (DRI), destinati a sostituire progressivamente gli altiforni alimentati a carbone.
L’obiettivo è utilizzare, in prospettiva, idrogeno verde prodotto da fonti rinnovabili, abbattendo milioni di tonnellate di emissioni ogni anno.
Il progetto è sostenuto dal Governo tedesco e dalla Commissione europea.
Austria
Anche Voestalpine, a Linz, sta sostituendo gli altiforni tradizionali con nuovi forni elettrici.
Il programma prevede una consistente riduzione delle emissioni entro il 2030, mantenendo al tempo stesso capacità produttiva e livelli occupazionali.
Svezia
Il progetto Hybrit, sviluppato da SSAB, LKAB e Vattenfall, rappresenta uno dei laboratori più avanzati al mondo.
Per la prima volta il carbone viene sostituito dall’idrogeno nella riduzione del minerale di ferro.
I primi lotti di acciaio “fossil free” sono già stati consegnati all’industria automobilistica europea.
Non è più un progetto sperimentale.
È una realtà industriale.
E Taranto?
Anche il piano allo studio del Governo italiano prevede una progressiva sostituzione del ciclo integrale con forni elettrici, alimentati da preridotto e, in prospettiva, da idrogeno.
La trasformazione richiederà investimenti nell’ordine di diversi miliardi di euro.
Serviranno nuove reti energetiche, infrastrutture portuali, disponibilità di energia elettrica da fonti rinnovabili, tempi certi e una programmazione industriale che guardi almeno ai prossimi vent’anni.
Ma il vero nodo non è tecnologico.
Le tecnologie esistono già.
È una questione di volontà politica, capacità industriale e risorse economiche.
Una scelta per l’Italia
L’ex Ilva continua a essere uno stabilimento strategico.
L’Italia è il secondo produttore europeo di acciaio e numerosi settori – dall’automotive alla meccanica, dalla cantieristica alle costruzioni – dipendono ancora dalla disponibilità di acciaio prodotto nel Paese.
La domanda, quindi, non è se l’Italia debba continuare a produrre acciaio.
La domanda è quale acciaio intenda produrre.
Quello del Novecento, fondato sul carbone e sull’emergenza permanente.
Oppure quello del XXI secolo, costruito sull’innovazione, sull’efficienza energetica e sulla tutela della salute.
Per Taranto la risposta potrebbe rappresentare la fine di una lunga stagione di conflitti.
Per l’Italia, invece, potrebbe diventare il banco di prova della sua politica industriale.
DA TENERE D’OCCHIO
Nei prossimi anni sarà decisivo capire:
- se il nuovo investitore confermerà il progetto di decarbonizzazione;
- quando entreranno in funzione i primi forni elettrici;
- come saranno finanziati gli investimenti;
- quale ruolo avranno l’idrogeno e le energie rinnovabili;
- quali garanzie saranno offerte ai lavoratori durante la transizione;
- come verrà monitorato l’impatto sanitario e ambientale della nuova produzione.
https://youtu.be/U4l598wdmmg?si=u2FD7p-2AOk5hYr0







