Politica

LA MARCIA SU ROMA | Le divise, i clan e il confine fragile della democrazia

Dalle strade di Ostia alle nuove regole sulla sicurezza: i racconti raccolti da un cronista, gli intrecci tra criminalità e ambienti della destra radicale romana, il rischio di confondere la fedeltà alla Costituzione con il controllo delle coscienze


Da cronista non mi dispiaceva quando alcuni amici, agenti della Polizia di Stato, mi invitavano a mangiare una pizza a due passi dalla Fao, a Roma.

Erano uomini che per mestiere conoscevano la strada. Uomini abituati a guardare ciò che spesso resta fuori dalle fotografie ufficiali: le relazioni, le amicizie, gli equilibri invisibili che costruiscono il potere nei territori.

Le loro confidenze arrivavano sempre con una richiesta precisa: ascoltare, capire, verificare.

Perché il lavoro del cronista spesso comincia così. Non da una notizia già confezionata, ma da una frase lasciata cadere davanti a un tavolo di pizzeria: “Guarda che qui sta succedendo qualcosa”.

All’epoca qualcuno iniziò a raccontarmi episodi che riguardavano il litorale romano. Storie apparentemente marginali, piccoli segnali che sembravano non avere peso.

Come quei racconti sui carabinieri che, prima di rientrare in caserma dopo il servizio sull’Ostiense, si fermavano in alcuni locali del lungomare e lasciavano che giovani ragazze in décolleté si occupassero di sistemare loro i pantaloni della divisa.

Erano episodi raccontati come semplici aneddoti, quasi scherzi da strada.

Ma per chi faceva cronaca quei dettagli avevano un altro significato: raccontavano un clima.

Raccontavano il confine sottile tra il rispetto del ruolo pubblico e la percezione di poter godere di piccole zone franche, dove la divisa diventava anche un simbolo di potere.

È nello stesso territorio che altri agenti mi indicavano la crescita di ambienti dove politica radicale, palestre, identità di gruppo e ricerca di consenso sembravano intrecciarsi.

A Ostia, in particolare, il racconto passava spesso dalle palestre.

Luoghi apparentemente innocenti: ring, allenamenti, ragazzi in cerca di disciplina e appartenenza.

Ma proprio quei luoghi, in certi territori, possono diventare spazi di aggregazione sociale, costruzione del consenso e controllo delle relazioni.

Quelle segnalazioni, raccolte allora da chi lavorava sul territorio, trovarono negli anni successivi elementi di riscontro nelle inchieste giudiziarie e giornalistiche che hanno raccontato il rapporto tra criminalità organizzata, consenso sociale e ambienti della destra radicale romana.


Ostia, il territorio dove la mafia ha cercato consenso

Il litorale romano ha conosciuto negli ultimi anni la presenza di organizzazioni criminali riconosciute nei processi con l’aggravante mafiosa.

Tra queste il clan Fasciani e il clan Spada.

Non soltanto gruppi dediti ad attività criminali, ma realtà capaci di costruire nel tempo una rete di relazioni, controllo del territorio e consenso sociale. È questa una delle caratteristiche delle mafie contemporanee: non vivono soltanto di violenza. Hanno bisogno di rapporti, consenso, silenzi. Hanno bisogno di entrare nella vita quotidiana dei quartieri.

Nel caso degli Spada, l’attenzione mediatica arrivò soprattutto nel 2017, dopo l’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi durante un servizio per la Rai.

Quell’episodio portò alla luce anche il sistema di relazioni costruito dalla famiglia sul territorio e i rapporti di vicinanza emersi con alcuni ambienti della destra radicale romana.

Una vicinanza che non autorizza semplicistiche sovrapposizioni tra politica e criminalità, ma racconta una dinamica che gli investigatori conoscono bene: le organizzazioni criminali cercano interlocutori, non appartenenze.

Cercano persone, luoghi, occasioni.

Cercano zone dove il disagio sociale può trasformarsi in consenso.


Il palazzo simbolo

A Roma esiste un luogo che da anni rappresenta un altro pezzo di questa storia: lo stabile di via Napoleone III, nel quartiere Esquilino, sede nazionale di CasaPound.

L’edificio, di proprietà pubblica, venne occupato nel 2003 da militanti del movimento di estrema destra. Da allora quella vicenda è diventata un caso politico e giudiziario, con procedimenti legati all’occupazione dell’immobile e alla mancata restituzione allo Stato.

Quel palazzo è diventato negli anni un simbolo della capacità di CasaPound di costruire una presenza territoriale attraverso sedi, iniziative e attività di aggregazione.

Anche qui serve equilibrio. Un movimento politico non coincide necessariamente con un’organizzazione criminale. Ma la storia della destra italiana insegna che gli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni democratiche possono diventare terreno fertile per chi offre appartenenza, identità e protezione. Del Mastro docet.

È una dinamica che riguarda le mafie, ma anche i movimenti vicini alla nostra presidente del Consiglio.


Il nuovo confine della sicurezza

Oggi il tema torna con una domanda diversa. Non più soltanto chi controlla i territori. Ma chi controlla chi entra negli apparati dello Stato.

Le nuove norme sulla sicurezza hanno aperto il dibattito sul possibile ampliamento del ruolo dei servizi segreti nelle verifiche sui candidati ai concorsi nelle forze dell’ordine.

Attualmente controlli di questo tipo riguardano soprattutto il rilascio dei nulla osta di sicurezza, strumenti nati per proteggere informazioni e interessi sensibili dello Stato.

Il principio di fondo è comprensibile: chi lavora per la Repubblica deve garantire affidabilità e rispetto delle istituzioni.

Ma la questione democratica è un’altra. Che cosa significa esattamente affidabilità?

Chi decide il confine tra rispetto della Costituzione e conformità a una visione politica?

In una Repubblica democratica la fedeltà richiesta a chi veste una divisa non può essere fedeltà a un governo, a una maggioranza o a un’ideologia.

Deve essere fedeltà alla Costituzione. Alle leggi. Ai diritti fondamentali.

Il Silp Cgil ha espresso preoccupazione proprio su questo punto, sostenendo che criteri poco trasparenti di selezione preventiva rischierebbero di modificare il rapporto tra cittadini e istituzioni.


La democrazia non si difende con il sospetto

Chi ha fatto cronaca sa che i fenomeni pericolosi raramente arrivano annunciandosi.

Non entrano dalla porta principale. Crescono nelle periferie, nei luoghi abbandonati, nelle relazioni personali.

Per questo uno Stato democratico deve vigilare. Deve conoscere. Deve prevenire con welfare, inclusione e partecipazione attraverso strumenti democratici: formazione, cultura costituzionale, controlli trasparenti e responsabilità individuali.

La sicurezza è una cosa troppo seria per essere affidata soltanto alla logica del sospetto.

Una Repubblica forte non è quella che cerca uomini fedeli. È quella che forma cittadini consapevoli. Anche quando indossano una divisa.


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