Politica

CITTADINI SENTINELLA | Nei paesi dove il sindaco sorveglia il vicino, non le vere emergenze: occhi bendati su cemento, rifiuti e occupazione

Il controllo di vicinato viene presentato come collaborazione civica. Ma arriva durante una campagna elettorale che assolve preventivamente chi spara e mentre Roccasecca torna nel piano regionale dei rifiuti con un quinto invaso da 450 mila metri cubi. Una chat sorveglia lo sconosciuto; le vere emergenze restano fuori campo.


Il Comune di Roccasecca ha ricevuto il via libera della Prefettura di Frosinone all’istituzione del controllo di vicinato. Il territorio sarà diviso in zone, i cittadini saranno organizzati e invitati a osservare e segnalare persone, automobili e situazioni considerate sospette. Seguiranno la firma del protocollo e le modalità di adesione.Presentato così, sembra soltanto buon senso: il vicino vede una porta forzata, avverte il proprietario e chiama i carabinieri. Ma una politica pubblica non può essere giudicata soltanto dalle intenzioni. Bisogna guardare al contesto nel quale viene introdotta, alle parole usate per promuoverla e alle conseguenze prevedibili. Questo progetto nasce in un momento di fortissima tensione. La campagna elettorale ha trasformato la sicurezza in un generatore di paura e consenso. Sullo sfondo ci sono guerre, riarmo, confini sempre più armati, propaganda contro migranti e stranieri, l’idea quotidianamente ripetuta che esista un nemico interno dal quale difendersi. È dentro questo clima che ai cittadini viene consegnata una categoria pericolosamente elastica: il sospetto.

Salvini ha già emesso la sentenza

A Baldissero d’Alba Roberto Mollo ha esploso dal balcone circa dieci colpi nel buio e ha ucciso Gjovalin Lazri, cittadino albanese di 36 anni entrato con altre persone nel cortile della cascina. Mollo è indagato per omicidio volontario. Saranno gli accertamenti a stabilire distanze, traiettorie, pericolo effettivo e proporzione della reazione.

Matteo Salvini non ha aspettato. Prima che la dinamica fosse ricostruita, il vicepresidente del Consiglio ha annunciato di voler abbracciare l’uomo che aveva sparato. Gli sono bastati due personaggi: il proprietario italiano da difendere e il presunto ladro albanese da considerare colpevole anche della propria morte.

Lo stesso Mollo ha poi detto: «Ho sbagliato, non dovevo sparare. Ho sparato nel buio». Il leader della Lega, invece, aveva già celebrato politicamente quel gesto. Non è solidarietà umana verso una persona sconvolta da quanto accaduto. È la costruzione di un messaggio elettorale: se qualcuno entra nella tua proprietà, sparare può trasformarti in un eroe.

È una propaganda che alimenta odio e giustizia privata. La vittima scompare dietro l’etichetta di “ladro”; il processo viene sostituito dal tribunale dei social; la legittima difesa diventa una licenza morale di uccidere. Le parole pronunciate da chi governa non restano sospese nell’aria: autorizzano comportamenti, costruiscono imitazioni, abbassano la soglia oltre la quale la violenza viene ritenuta accettabile.

Il precedente a pochi chilometri

Roccasecca non deve cercare lontano per sapere che il controllo di vicinato non è una formula magica. Nel luglio 2024 la Prefettura di Frosinone firmò un protocollo analogo con il Comune di Cervaro, dopo una serie di furti nelle abitazioni.

Pochi giorni più tardi la zona Foresta fu colpita da una nuova ondata di furti. Il comitato dei residenti definì il progetto fallimentare: le segnalazioni arrivavano quando i ladri erano già passati, mentre mancavano investimenti adeguati nella videosorveglianza e la Polizia locale disponeva, secondo il comitato, di appena tre agenti. Durante uno degli episodi sarebbero stati esplosi anche colpi d’arma da fuoco per mettere in fuga i malviventi.

Il precedente contiene l’intera questione. Una chat non sostituisce una pattuglia. Il vicino non sostituisce un agente formato. La paura diffusa non sostituisce un’indagine. Se lo Stato arretra e l’amministrazione presenta l’osservazione reciproca come una risposta alla criminalità, il rischio è che la comunità venga caricata di un compito che non le appartiene.

Quando il sospetto ha un volto

Chi è una persona sospetta? Un uomo che percorre due volte la stessa strada, un’automobile sconosciuta, un ragazzo con il cappuccio, uno straniero che aspetta qualcuno davanti a un cancello. Senza criteri rigorosi e una formazione continua, la sorveglianza informale può diventare profilazione sociale ed etnica.

Nelle chat possono circolare targhe, fotografie, descrizioni fisiche e accuse non verificate. Una segnalazione sbagliata può esporre un innocente, alimentare ostilità e produrre falsi allarmi. La ripetizione continua di messaggi su presenze anomale può persino aumentare la percezione di insicurezza: ogni sconosciuto diventa un possibile ladro e ogni rumore una minaccia.

I protocolli prefettizi stabiliscono che i partecipanti devono limitarsi a osservare e segnalare attraverso coordinatori formati. Vietano inseguimenti, indagini, identificazioni, pattugliamenti, uniformi e interventi diretti. Il fatto che le istituzioni debbano ripetere continuamente “non sono ronde” dimostra però quanto il confine sia reale e delicato.

Le emergenze che non entrano nella chat

C’è poi una domanda che la propaganda sulla sicurezza prova a evitare: quali sono oggi le vere emergenze di Roccasecca e del Cassinate? Non occorre cercare persone sospette in fondo a una strada. Basta guardare i cancelli quasi sempre chiusi dello stabilimento Stellantis di Cassino e le aziende dell’indotto che perdono commesse, giornate di lavoro e occupati.

Nel primo semestre del 2026 lo stabilimento avrebbe prodotto appena 6.700 automobili, una frazione di una capacità annua di circa 300 mila. I circa 2.200 dipendenti vengono chiamati al lavoro soltanto per pochi giorni al mese e molte famiglie dipendono dagli ammortizzatori sociali. PresaDiretta di Riccardo Iacona e i collegamenti del mattino della Tgr Rai hanno mostrato in questi giorni parcheggi vuoti, reparti fermi e lavoratori costretti a tagliare perfino le piccole spese familiari.

Intorno alla fabbrica si restringe l’intera economia del territorio. I giovani partono perché non trovano un lavoro stabile, i paesi invecchiano, le competenze se ne vanno e le attività commerciali perdono clienti. Questa è insicurezza: non sapere se il mese prossimo si lavorerà, se un figlio potrà restare o dovrà trasferirsi, se un’impresa dell’indotto sopravvivrà alla prossima sospensione.

E poi c’è l’ambiente. A Roccasecca non è una parola buona per ogni occasione, ma una discarica aperta nel 2002 come soluzione provvisoria, rimasta per quasi vent’anni e cresciuta fino a quattro invasi. Nel 2021 l’impianto di Cerreto ha chiuso. Ora il Piano regionale dei rifiuti 2026-2031 prevede di riaprirlo e ampliarlo con un quinto bacino da 450 mila metri cubi.

Gaetano Capuano ha ricostruito il paradosso con dati che chiedono una risposta. Saf, la società pubblica dei 91 Comuni della provincia di Frosinone, nel 2024 avrebbe destinato alla discarica appena lo 0,49 per cento dei rifiuti lavorati; nei primi otto mesi del 2026, zero. Il recupero e la trasformazione hanno reso lo smaltimento in discarica residuale. Proprio adesso, però, si programma quasi mezzo milione di metri cubi di nuova capacità.

Meglio chiedersi quali rifiuti dovrà ricevere il quinto invaso e da dove arriveranno. Sull’impianto si sta muovendo Acea Ambiente per acquisire il ramo d’azienda di Mad relativo alla discarica. Questo non dimostra che a Roccasecca finiranno i rifiuti di Roma e non bisogna trasformare un interrogativo in un’accusa. Rende però indispensabile sapere quale progetto industriale si stia preparando per un territorio che sostiene da decenni una parte rilevante del ciclo regionale.

A pochi chilometri ci sono il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio, l’impianto Saf di Colfelice e Re.Mat. a San Giorgio a Liri, interessato durante l’estate da un vasto incendio sul quale occorre ancora fare chiarezza. Nel 2013 i cittadini e i sindaci si alzavano prima dell’alba per fermare i camion dell’Ama diretti a Colfelice. Oggi dieci primi cittadini hanno già detto no alla riapertura di Cerreto. Non è allarmismo: è la memoria di un territorio al quale il provvisorio è stato imposto per venticinque anni.

La politica preferisce indicare l’estraneo che passa davanti a una casa. Costa poco, produce consenso e consente di chiamare sicurezza ciò che spesso è soltanto sorveglianza reciproca. Mentre si chiede ai cittadini di fotografare un’automobile sconosciuta, nessuna chat può riaprire una fabbrica, fermare uno sversamento, controllare un impianto, impedire nuovo consumo di suolo o restituire ai ragazzi la possibilità di costruire il proprio futuro nel luogo in cui sono nati. E nessuna sentinella di quartiere può spiegare perché una discarica quasi inutile per i rifiuti provinciali debba tornare a crescere.

Chi organizza deve assumersi la responsabilità

Non esiste una responsabilità penale automatica del sindaco se un aderente al progetto commette un reato. Nel diritto penale la responsabilità è personale e richiede l’accertamento di condotte, obblighi violati e nessi causali concreti. Ma questa precisazione non può diventare un alibi politico.

Il sindaco, la giunta, la Prefettura e i responsabili del progetto devono sapere che stanno organizzando una rete di segnalazione in una fase nella quale esponenti del governo legittimano apertamente la reazione armata. Hanno quindi il dovere di stabilire regole pubbliche e verificabili, selezionare e formare i coordinatori, proteggere i dati personali, impedire la diffusione incontrollata di immagini e targhe, escludere chi incita alla violenza e sospendere immediatamente i gruppi che degenerano.

Devono inoltre pubblicare i risultati: numero delle segnalazioni, quante si sono rivelate fondate, quanti reati sono stati effettivamente prevenuti, quanti falsi allarmi sono stati prodotti e quali violazioni delle regole sono state registrate. Senza questa verifica, “sicurezza partecipata” rischia di essere soltanto una formula elettorale a costo quasi zero.

La responsabilità politica comincia prima del reato. Comincia quando si sceglie di alimentare la paura invece di rafforzare Polizia locale, presìdi territoriali, illuminazione, servizi sociali e prevenzione. Comincia quando si definisce qualcuno sospetto senza spiegare sulla base di quali comportamenti. Comincia quando chi governa abbraccia idealmente chi ha sparato prima che un magistrato abbia ricostruito i fatti.

Il vicino può vedere una finestra forzata e chiamare i carabinieri. Non può diventare carabiniere, investigatore o giudice. E un Comune non può consegnargli il compito di sorvegliare gli altri senza assumersi fino in fondo la responsabilità delle paure che organizza.


Fonti essenziali

• Ministero dell’Interno, protocollo di Cervaro

• LeggoCassino, la denuncia dei residenti di Cervaro

• Corriere della Sera, la ricostruzione di Baldissero d’Alba

• Comune di Verona, regole del controllo di vicinato

• Campbell Collaboration, revisione degli studi sull’efficacia

• Financial Times, la crisi dello stabilimento Stellantis di Cassino

• Gaetano Capuano, La discarica non ci serve più e allora vogliamo riaprirla

• Regione Lazio, Piano regionale dei rifiuti 2026-2031

• Tgr Lazio, dieci sindaci contro la riapertura di Cerreto



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