Il 12 dicembre 1969 è una data che segna un prima e un dopo nella storia della Repubblica Italiana. Quella sera, una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, provocando 17 morti e 88 feriti. Contemporaneamente, altre esplosioni colpirono Roma, ferendo 16 persone. Quell’atto, poi rivelatosi il primo della lunga stagione dello stragismo, fu definito la “madre di tutte le stragi” e rappresenta “la perdita dell’innocenza” per il Paese. Dietro l’attentato si celava la strategia della tensione, un piano eversivo per creare il panico, colpevolizzare la sinistra e spingere l’Italia verso una svolta autoritaria. L’esplosione avvenne alle 16:37 di un normale venerdì pomeriggio, mentre la banca era ancora affollata di clienti. L’ordigno, nascosto in una valigia, conteneva sette chili di tritolo. L’attacco di Milano non fu isolato. In un lasso di tempo di appena 53 minuti, cinque attentati colpirono simultaneamente Milano e Roma e presero di mira edifici giudiziari a Torino.
Fin dalle prime ore, le indagini presero una direzione sbagliata e pilotata. Il ministro dell’Interno Franco Restivo fu informato che “L’ipotesi attendibile… indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi”, un depistaggio attuato dall’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Seguirono oltre ottanta arresti, concentrati negli ambienti anarchici. Due nomi divennero simbolo di questa tragica fase, Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Il primo dei due, ballerino anarchico, identificato da un tassista come l’uomo che portò la valigia in banca. La sua immagine fu sbattuta sulle prime pagine come “il mostro di piazza Fontana”. Trascorse tre anni in carcere in attesa di giudizio. Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, fermato e interrogato per tre giorni nella Questura di Milano. La sera del 15 dicembre, Pinelli precipitò dalla finestra del quarto piano dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi. Le autorità parlarono inizialmente di suicidio, ma un’inchiesta successiva stabilì che la caduta fu causata da un malore dopo l’intenso interrogatorio. La sua morte ispirò la celebre opera teatrale di Dario Fo, “Morte accidentale di un anarchico”.
Ben presto emerse la vera matrice neofascista della strage. Le indagini si spostarono sui gruppi dell’estrema destra eversiva, in particolare su Ordine Nuovo, un’organizzazione fondata da Pino Rauti. Al centro delle indagini finirono due dei suoi esponenti veneti, Franco Freda e Giovanni Ventura. Il quadro divenne più fosco con il progressivo emergere dei legami con apparati deviati dello Stato. Il piano, come spiegò anni dopo il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra, era quello di “provocare l’attuazione dello stato di emergenza nel Paese”, un vero colpo di stato organizzato dai servizi segreti con la collaborazione dei neofascisti. L’obiettivo era far ricadere la colpa sulla sinistra per giustificare una repressione autoritaria. Il piano fallì per la composta, massiccia e ferma partecipazione ai funerali delle vittime di centinaia di migliaia di persone. Fu chiaro a chi voleva forzare la mano all’opinione pubblica che la stessa non sarebbe stata silente complice di una forzatura istituzionale.
Le indagini furono ostacolate da depistaggi e omissioni ad altissimo livello. Il generale dei servizi segreti Gianadelio Maletti, membro della loggia massonica P2, fu condannato per aver occultato prove e favorito la fuga all’estero di testimoni chiave. La storia processuale della strage di piazza Fontana è stata un labirinto giudiziario durato decenni, che non ha mai portato a una condanna definitiva per gli esecutori materiali. Nel primo processo a Catanzaro, Freda e Ventura furono condannati all’ergastolo, ma Valpreda fu assolto. La sentenza d’appello assolse tutti gli imputati. La Cassazione, nel 1987, pur riconoscendo le responsabilità di Freda e Ventura, confermò l’assoluzione per il principio del “ne bis in idem”, dato che erano già stati assolti in un precedente grado di giudizio. La Corte di Cassazione, in una sentenza storica del 2005, stabilì definitivamente che la strage fu opera “di un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”.
Piazza Fontana inaugurò una stagione di sangue che include la strage di piazza della Loggia a Brescia (1974), del treno Italicus (1974) e di Bologna (1980). A livello giudiziario, la strage è rimasta impunita. Eppure, la verità storica è ormai chiara. Come ammise lo stesso esponente democristiano Paolo Emilio Taviani, i depistaggi partirono addirittura prima dell’esplosione della bomba. A distanza di anni, la città di Milano ha simbolicamente riparato alle ingiustizie subite dagli innocenti: nel 2019, il sindaco Giuseppe Sala ha chiesto scusa alle figlie di Giuseppe Pinelli a nome della città.
La strage di piazza Fontana non fu solo un attentato terroristico, ma un attacco alla democrazia italiana. Il suo retaggio è un monito permanente sulla fragilità delle istituzioni di fronte ai piani eversivi che cercano di usare la paura e la violenza per sovvertire l’ordine democratico. La scia di sangue che seguì negli anni successivi questo primo atto eversivo ha segnato il momento più basso nelle istituzioni repubblicane. Una parte dello Stato ordiva contro le istituzioni nate dalla lotta partigiana in complicità con chi quella guerra l’aveva persa. A distanza di cinquantasei anni alcune delle persone che erano contigue a quegli ambienti siedono ai vertici delle istituzioni, dimostrando ancora una volta che questo Paese con la sua storia non è riuscito a fare i conti.






