Economia

MODA | L’Africa coltiva il cotone, gli altri fanno i profitti. Il colonialismo ha cambiato abito

Trentasette paesi africani su cinquantaquattro producono cotone. Il continente esporta ogni anno tessili per circa 15,5 miliardi di dollari e ne importa, insieme ad abbigliamento e calzature, per 23,1 miliardi. Non è soltanto una bilancia commerciale in rosso. È la fotografia di una vecchia divisione internazionale del lavoro: la materia nasce da una parte, il valore viene aggiunto soprattutto da un’altra.


Il colonialismo, almeno in questa storia, ha cambiato abito.

Nell’Africa occidentale e centrale il paradosso diventa quasi caricaturale. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio, circa il 98 per cento del cotone della regione viene ancora esportato come fibra grezza. Benin, Burkina Faso, Mali, Ciad e Costa d’Avorio producono una materia prima richiesta dall’industria mondiale, ma partecipano solo marginalmente alle fasi che moltiplicano il valore: filatura, tessitura, tintura, confezione, distribuzione.

Eppure il cotone dà già lavoro e reddito a milioni di persone. Secondo Unido, nei principali paesi produttori dell’Africa occidentale il settore costituisce la principale fonte di sostentamento per quasi dieci milioni di persone. Ma appena una piccola parte della produzione viene trasformata localmente in tessuti o vestiti.

DAL BENIN AL BANGLADESH

Basta seguire un carico. Nel 2024 il Benin ha esportato cotone per circa 526 milioni di dollari. Quasi 481 milioni sono andati in un solo paese: il Bangladesh. Oltre nove dollari su dieci. Se restringiamo il conto al cotone grezzo non cardato né pettinato, le esportazioni beninesi valgono circa 501 milioni di dollari e 480,4 milioni finiscono in Bangladesh.

Il viaggio ha una sua logica industriale. Il cotone viene coltivato in Africa, spedito in Asia, filato, tessuto, tinto e cucito dove esiste una gigantesca industria della confezione. Il Bangladesh dispone di migliaia di fabbriche del settore e impiega milioni di persone. Una quota decisiva della sua produzione di abbigliamento è destinata ai mercati occidentali, Unione europea compresa.

L’Africa occidentale sta dunque all’inizio della catena. L’Europa sta spesso alla fine, davanti alla cassa. Nel mezzo ci sono le fabbriche asiatiche e soprattutto le imprese che organizzano produzione, logistica, marchi e distribuzione.

Non significa che il Bangladesh sia il “colonizzatore” dell’Africa. Il vantaggio competitivo della sua industria tessile è stato costruito in larga parte sul basso costo del lavoro, e milioni di lavoratori bengalesi stanno dentro la stessa catena globale dalla parte più debole. La questione è un’altra: il valore cresce quando il cotone viene filato, tessuto, tinto, confezionato, marchiato e venduto. Chi controlla queste fasi trattiene la parte più ricca della filiera; chi vende soprattutto la materia prima resta all’inizio della catena e incassa molto meno.

QUANTO VALE UNA MAGLIETTA

Il Benin sta provando a rompere la catena. Nella zona industriale di Glo-Djigbé, a nord di Cotonou, è stato avviato un progetto che vuole tenere nello stesso paese coltivazione, sgranatura, filatura, tessitura, tintura e confezione. “Farm to fashion”: dal campo alla moda.

Il progetto rende visibile una sproporzione fondamentale: esportando soprattutto fibra grezza il paese rinuncia alle fasi nelle quali il valore cresce. La nuova filiera tessile ha già prodotto magliette, camicie, pantaloni, asciugamani e biancheria. Ma la strada resta lunga: trasformare localmente una quota significativa del raccolto richiede nuovi stabilimenti, energia, infrastrutture e competenze.

Ed è qui che una maglietta smette di essere soltanto una maglietta. Dentro ci sono centrali elettriche, strade, porti, credito, macchinari, formazione professionale, politica industriale. C’è soprattutto la possibilità che un paese produttore smetta di vendere prevalentemente ciò che cresce nei campi e cominci a vendere ciò che sa costruire con quella materia.

L’Organizzazione mondiale del commercio e Unido hanno indicato nella trasformazione locale del cotone una delle grandi occasioni industriali dell’Africa occidentale e centrale: investimenti nella filiera potrebbero creare centinaia di migliaia di posti di lavoro e miliardi di dollari di prodotti a maggiore valore aggiunto.

NON CHIAMATELA SOLO MODA SOSTENIBILE

È dentro questa contraddizione che nasce il Blueprint for a Regenerative Fashion Future, il manifesto promosso nel 2026 dall’African Fashion Coalition convocata dalla Lagos Fashion Week.

La parola chiave è “rigenerativa”, ma sarebbe riduttivo tradurla semplicemente con “verde”. I dieci pilastri del progetto comprendono patrimonio culturale, economia circolare, prosperità condivisa, tutela della proprietà intellettuale, responsabilità sui rifiuti tessili, produzione locale, innovazione climatica, accesso ai mercati e infrastrutture.

Soprattutto c’è una rivendicazione economica: trattenere nel continente una quota maggiore del valore creato dalle sue materie prime, dalle competenze artigiane e dalla sua creatività.

È una differenza non piccola rispetto a una certa sostenibilità raccontata dal Nord del mondo. Riparare un vestito, riutilizzare un tessuto, produrre vicino al luogo in cui si coltiva la fibra, tramandare tecniche artigianali non sono invenzioni nate con le campagne pubblicitarie sulla transizione ecologica. In molte società africane sono pratiche precedenti alla parola stessa “sostenibilità”.

E POI RITORNA L’USATO

C’è infine un altro viaggio, nella direzione opposta. L’Europa non spedisce in Africa soltanto investimenti o prodotti nuovi. Spedisce anche i vestiti che non vuole più. Una parte viene effettivamente riutilizzata e alimenta un’economia dalla quale dipendono moltissime persone; un’altra, non più utilizzabile, finisce nelle discariche o viene bruciata all’aperto.

Non è quindi una storia semplice nella quale basta chiudere le frontiere agli abiti usati: quel commercio crea reddito, occupazione e accesso a vestiti economici. Ma racconta un’altra asimmetria della stessa filiera. Una parte dell’Africa esporta fibra con poco valore aggiunto e un’altra riceve alla fine del ciclo una quota enorme dei prodotti tessili già consumati altrove. Prima il cotone parte. Poi, qualche volta, ritorna il vestito.

IL PROBLEMA È CHI POSSIEDE LA FILIERA

Naturalmente costruire fabbriche in Africa non basta a trasformare automaticamente questa storia in emancipazione.

Spostare una fabbrica dal Bangladesh all’Africa per trovare semplicemente altri salari bassi non sarebbe decolonizzazione. Sarebbe geografia.

La partita vera riguarda chi possiede gli impianti, quanto vengono pagati i lavoratori, quanta ricchezza rimane nei territori, quali diritti vengono garantiti, quanto potere contrattuale hanno i produttori e quale parte della filiera viene controllata localmente.

È questo che rende interessante la battaglia cominciata intorno al cotone. Non chiede all’Africa di rinunciare al commercio mondiale. Chiede perché debba continuare a entrarci prevalentemente dalla porta delle materie prime.

Per secoli abbiamo chiamato coloniale un sistema nel quale dalle colonie partivano cotone, cacao, caffè, minerali e altre materie prime e dalle potenze industriali tornavano merci lavorate, molto più costose.

Oggi non ci sono più le stesse bandiere sui palazzi del governo. Ci sono container, zone industriali, multinazionali, accordi commerciali, fondi d’investimento e catene globali di fornitura. E ci sono paesi africani che stanno tentando di conquistare le parti della catena che finora sono rimaste altrove. Per capire quanto cambierà davvero non servirà guardare la prossima passerella. Basterà seguire una maglietta. Dal campo di cotone fino al cartellino del prezzo.



SIAMO VECCHIA STAMPA

Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta. Fotosintesi.info è gratuito e non dipende da partiti. Se vuoi sostenerci: serviziofotosintesi@gmail.com


CONDIVIDERE È INFORMARE

I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e la fonte Fotosintesi.info.


 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi