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PALESTINA | Maryam tra le fiamme, i coloni tra gli ulivi. Il genocidio ripreso in diretta

Maryam Ghanem è sopravvissuta all’incendio della sua casa. Sua madre no. Nelle prime ore del 14 ottobre, un attacco israeliano ha colpito l’appartamento nel quartiere al-Rimal di Gaza City. Il giornalista palestinese Ali al-Jaafrawi ha raggiunto l’edificio e portato fuori la bambina, rimasta intrappolata tra fuoco e fumo. La madre, Reem Awad, è morta. Il padre era già stato ucciso durante la guerra: Maryam è rimasta senza entrambi i genitori. Lo ricostruisce The New Arab, raccogliendo anche il racconto del soccorritore.

Da giorni queste immagini circolano anche negli Stati Uniti, rilanciate dalle testate che continuano a raccontare la Palestina. Due video mostrano la bambina tra le fiamme a Gaza e l’aggressione ai palestinesi impegnati nella raccolta delle olive e a chi documentava il loro lavoro in Cisgiordania.

A Gaza viene colpita una casa. In Cisgiordania si aggrediscono persone nei campi. Luoghi e modalità diversi, dentro una quotidianità palestinese nella quale anche abitare e raccogliere diventano attività esposte alla cieca violenza dei coloni.

Il 16 ottobre, ad Abu Falah, vicino a Ramallah, coloni mascherati hanno assalito la fotoreporter americana Heidi Levine, collaboratrice del Washington Post. Stava seguendo la raccolta delle olive. Il Comitato per la protezione dei giornalisti ha raccolto la sua testimonianza dall’ospedale; il 20 ottobre ha chiesto all’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti un’indagine penale, ricordando che Levine indossava un giubbotto con la scritta «Press» ben visibile.

Il 19 ottobre la polizia israeliana ha annunciato dieci arresti nell’ambito delle indagini sulle aggressioni alla giornalista e a diplomatici europei, questi ultimi attaccati in un episodio distinto durante lo stesso fine settimana. Levine ha dovuto subire un intervento chirurgico. Gli arresti sono un passaggio propagandistico: le responsabilità per gli israeliani devono ancora essere accertate.

Per i residenti di Abu Falah, però, l’assalto che ha attirato l’attenzione internazionale appartiene a una sequenza di incursioni, incendi e aggressioni. Il Washington Post racconta un villaggio costretto a organizzare turni di sorveglianza e piani di evacuazione. La raccolta, un tempo occasione di incontro, si svolge nel terrore. E qualche bambino preferibbe morire e raggiungere i suoi cari piuttosto che continuare a sopravvivere in quello stato.

Un giornalista entra nel fuoco per salvare una bambina. Una giornalista viene picchiata mentre documenta una raccolta di olive. Le immagini arrivano perché qualcuno continua a esserci. E quello che mostrano non finisce quando smettiamo di guardare.




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