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PARADOSSI | Su Maduro pende una taglia di cinquanta milioni di dollari e l’accusa di collusione con il narcotraffico, all’aggressore Trump l’inchino del vecchio continente non fa scandalo

Dopo aver supportato l’occupazione di Gaza, dopo le sanzioni ai giudici della Corte Penale Internazionale rei di aver fatto il loro lavoro condannando la politica di Benjamin Netanyahu, adesso tocca al Venezuela. Le tensioni tra Venezuela e Stati Uniti sono aumentate negli ultimi giorni dopo che l’amministrazione Trump ha dispiegato tre cacciatorpediniere missilistici classe Aegis. La USS Gravely, la USS Jason Dunham e la USS Sampson sono stati inviati nelle acque internazionali al largo del Venezuela, accompagnati da circa quattromila Marines e personale militare aggiuntivo. Fonti militari riferiscono dello spiegamento anche di aerei da ricognizione P-8 ed altre navi da guerra e almeno un sottomarino d’attacco nella regione caraibica. Si tratta di un’escalation senza precedenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Venezuela.

L’operazione, secondo il presidente USA, fa parte dello sforzo per combattere le minacce dei cartelli della droga latinoamericani. Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca ha dichiarato infatti “Il presidente Trump è pronto a utilizzare ogni elemento del potere americano per fermare l’ingresso di droga nel nostro paese”. Di fatto imputando, però, al governo di Maduro di avere dei collegamenti con i cartelli di Sinaloa e di Aragua per favorire l’esportazione della droga in nord America ed in Europa. Fin qui la narrativa degli Stati Uniti che vuole accreditare questa operazione militare come lotta al narcotraffico, nascondendo quelle che sono le reali intenzioni di Donald Trump. Questa operazione, infatti, sembra essere di fatto l’ennesima scusa per fregarsene della sovranità di un altro Paese.

Maduro, come risposta, ha schierato 4,5 milioni di miliziani, che sono per buona parte di fatto dei contadini armati alla buona, infatti lui per sicurezza si è rifugiato in un bunker a Caracas. Queste milizie furono create dall’allora presidente Hugo Chávez per incorporare volontari che potessero assistere le forze armate nella difesa da attacchi esterni e interni.



“Se un giorno toccheranno il Venezuela, tutta l’America si solleverà per noi, per il popolo di Bolívar”, ha detto Maduro. Mercoledì scorso, l’Assemblea Nazionale Jorge Rodriguez ha chiesto di avviare un’offensiva diplomatica contro le “aggressioni imperialiste”. Il presidente dell’Assemblea ha inviato un messaggio a tutti gli stranieri che entrano nel Paese senza permesso. “Qualsiasi straniero che entri in questo Paese senza permesso potrà entrare, ma non potrà uscire”. Da parte sua Maduro ha convocato un vertice straordinario dell’ALBA, un’alleanza regionale di cui fanno parte di Paesi come Cuba, Nicaragua e Bolivia. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha avvertito che un’invasione del Venezuela potrebbe trasformare il paese in “un’altra Siria”, con ripercussioni devastanti per la regione.

Quanto questa operazione sia pretestuosa lo dimostrano due inchieste indipendenti. Il World Drug Report 2025 non ha trovato prove di campi di coltivazione o laboratori di cocaina in Venezuela mentre l’ONG InSight Crime ha definito eccessivamente semplificata l’accusa secondo cui Maduro guiderebbe direttamente il Cartel de los Soles, descrivendo piuttosto una rete di corruzione che coinvolge funzionari statali. Alcuni analisti suggeriscono che le mosse degli USA siano legate piuttosto alla protezione di interessi petroliferi nella regione, incluso il confine conteso con la Guyana. Le tensioni tra USA e Venezuela, comunque, non sono una novità del momento. Risalgono agli anni di Hugo Chávez e si sono intensificate dopo che gli USA hanno rotto le relazioni diplomatiche nel 2019 riconoscendo l’oppositore Juan Guaidó come presidente legittimo. Le sanzioni economiche e le accuse di narcotraffico hanno segnato un rapporto già deteriorato.

La crisi tra USA e Venezuela rappresenta uno scontro non solo tra due nazioni, ma tra visioni contrastanti di sovranità, sicurezza e lotta al crimine organizzato. Mentre Washington insiste sulla minaccia del narcotraffico, Caracas e i suoi alleati denunciano un’aggressione imperialista. Con 4,5 milioni di miliziani schierati da una parte e tre cacciatorpediniere al largo delle coste dall’altra, il rischio di un’escalation involontaria è reale. La comunità internazionale, in particolare l’America Latina, si trova ora di fronte alla sfida di mediare una soluzione pacifica che eviti una nuova crisi umanitaria in un continente già segnato da disuguaglianze e instabilità. Come finirà non si sa, una cosa è sicura, che con l’amministrazione Trump l’imperialismo è tornato di moda, non che sia mai finito, ma questa amministrazione sembra avere meno scrupoli delle precedenti alla faccia dell’agognato Premio Nobel per la pace.




 

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