Economia

PIANO MATTEI | Quando la cooperazione puzza di gas e petrolio fa un brutto effetto

Gli ottocento milioni di Saipem raccontano molto più di un contratto. Raccontano la scelta dell’Italia di continuare a investire nei combustibili fossili mentre la crisi climatica accelera e la comunità scientifica chiede di ridurne l’uso.

A milletrecento metri di profondità, al largo della Costa d’Avorio, tra qualche anno inizieranno a scorrere petrolio e gas attraverso decine di chilometri di nuove condotte sottomarine. Cinquanta chilometri di tubazioni rigide, riser, jumper, ombelicali e sistemi di produzione: un’infrastruttura imponente che difficilmente comparirà nelle fotografie ufficiali del Piano Mattei.

Eppure è proprio lì, sul fondale dell’Atlantico, che prende forma una delle principali contraddizioni della politica energetica italiana.

La notizia è quella diffusa dall’Agenzia Itala: Saipem si è aggiudicata due nuovi contratti per un valore complessivo di circa ottocento milioni di euro. Il primo riguarda la terza fase di sviluppo del giacimento offshore Baleine, in Costa d’Avorio, commissionato da Eni Côte d’Ivoire e dai suoi partner. Il secondo interessa la realizzazione di una nuova unità nella bioraffineria Enilive di Porto Marghera.

È un normale comunicato industriale.

Ma osservato da vicino racconta molto di più.

Il giacimento che cresce mentre il mondo dovrebbe ridurre il petrolio

Baleine non è un progetto marginale. Con la terza fase di sviluppo la produzione dovrebbe raggiungere circa centocinquantamila barili di petrolio al giorno, mentre quella di gas naturale salirà fino a duecento milioni di piedi cubi giornalieri.

Eni sottolinea che il gas contribuirà alla produzione di energia elettrica della Costa d’Avorio, un Paese dove l’accesso all’energia rappresenta ancora una condizione essenziale per lo sviluppo economico e sociale.

È un’esigenza reale.

Ma non elimina una domanda di fondo.

Perché, per aumentare la disponibilità di energia nel Paese, occorre espandere in modo così consistente anche la produzione di petrolio destinata prevalentemente ai mercati internazionali?

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nello scenario compatibile con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro un grado e mezzo non sono necessari nuovi grandi progetti di estrazione di petrolio e gas. L’Ipcc ricorda inoltre che ogni nuova infrastruttura fossile rischia di vincolare il sistema energetico mondiale a decenni di emissioni aggiuntive.

Baleine va in una direzione diversa.

Il paradosso delle emissioni “nette zero”

Eni presenta Baleine come il primo progetto upstream africano a emissioni operative nette zero.

La definizione è riferita alle emissioni generate dalle attività di estrazione e funzionamento degli impianti.

Non comprende però quelle prodotte quando il petrolio e il gas vengono trasportati, raffinati e soprattutto utilizzati.

È una distinzione decisiva.

Una piattaforma può ridurre quasi a zero le proprie emissioni operative.

Il petrolio che estrae continua però a produrre anidride carbonica quando viene bruciato.

Per questo molti climatologi invitano a distinguere tra l’efficienza di un impianto e l’impatto climatico dell’intero ciclo di vita dei combustibili fossili.

Il Piano Mattei e la nuova diplomazia energetica

Il governo presenta il Piano Mattei come un nuovo modello di cooperazione con l’Africa, fondato sul partenariato e sullo sviluppo condiviso.

Negli ultimi due anni sono stati mobilitati strumenti pubblici attraverso Sace, Simest, Cassa Depositi e Prestiti, il Fondo italiano per il clima e altri meccanismi di garanzia destinati a favorire investimenti e presenza delle imprese italiane nel continente africano.

Tra i settori strategici individuati figurano proprio energia, infrastrutture e logistica.

Non esistono elementi per affermare che il progetto Baleine sia finanziato direttamente dal Piano Mattei.

Esiste però un quadro politico nel quale diplomazia, strumenti finanziari pubblici e strategia energetica nazionale sembrano muoversi nella stessa direzione: accompagnare l’espansione internazionale delle grandi imprese italiane.

È qui che nasce il vero interrogativo.

Chi assume il rischio economico, ambientale e climatico di questa strategia?

E chi ne raccoglierà i benefici?

Le critiche che arrivano dall’Africa

Le perplessità non provengono soltanto dalle organizzazioni ambientaliste europee.

Reti della società civile africana hanno contestato il Piano Mattei sostenendo che rischia di riproporre un modello già visto: esportare petrolio, gas e materie prime verso l’Europa lasciando ai territori produttori una parte limitata del valore generato.

Secondo queste organizzazioni, gli investimenti nelle energie rinnovabili, nelle reti elettriche locali e nell’adattamento climatico continuano a ricevere un’attenzione inferiore rispetto ai grandi progetti dedicati agli idrocarburi.

Sono critiche che meritano di essere ascoltate.

Perché arrivano proprio dai territori che il Piano dichiara di voler sostenere.

Una lezione che torna attuale

Già alcuni anni fa un’inchiesta di Report mostrava come gli investimenti delle grandi compagnie energetiche potessero orientare le successive scelte della politica.

Prima si investe nei giacimenti.

Poi diventano necessarie infrastrutture, accordi diplomatici e nuovi mercati capaci di assorbire quella produzione.

Il rischio è che la politica finisca per rincorrere decisioni industriali già assunte.

Il Piano Mattei sembra riproporre questo interrogativo su scala africana.

E Porto Marghera?

Il secondo contratto affidato a Saipem riguarda una nuova unità nella bioraffineria Enilive di Porto Marghera.

È certamente un progetto diverso da un nuovo giacimento petrolifero.

Ma anche qui le domande restano aperte.

Da dove arriveranno le materie prime?

Quanta parte sarà costituita da residui e oli esausti e quanta da colture dedicate?

Quale sarà il bilancio climatico complessivo dell’intera filiera?

Anche la transizione energetica rischia di diventare uno slogan se non viene valutata lungo tutto il ciclo produttivo.

Non basta cambiare il linguaggio

Il Piano Mattei nasce con l’ambizione di inaugurare una nuova stagione nei rapporti tra Italia e Africa.

La sua credibilità, però, non si misura nelle dichiarazioni ufficiali ma nelle opere che vengono realizzate.

Oggi quelle opere continuano a parlare anche il linguaggio del petrolio e del gas.

Le condotte che Saipem poserà sul fondo dell’oceano resteranno operative per molti anni, ben oltre le scadenze fissate dagli accordi internazionali per la riduzione delle emissioni di gas serra.

Il rischio è che cambi il lessico, ma non il modello.

Le concessioni diventano partenariati.

L’espansione industriale diventa cooperazione.

Il gas diventa transizione.

Ma sotto milletrecento metri d’acqua, lontano dai vertici internazionali e dai comunicati stampa, il petrolio continua a chiamarsi petrolio.

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