Attualità

PRIMA DELLE VETRINE ROTTE | La storia dei ragazzi che il potere non vuole ascoltare

Dalle scuole di Mayotte ai licei di Parigi, la protesta francese ha una storia che precede gli scontri. Daniella Shreir la ricostruisce sulla London Review of Books. Una lettura utile anche nell’Italia dove Nordio cerca nuove celle e Valditara rimprovera ai giovani la mancanza di valori.


Prima delle vetrine rotte c’erano le madri. A Mayotte, territorio francese nell’oceano Indiano, chiedevano una scuola nella quale i figli potessero studiare in condizioni decenti. Classi troppo affollate, una mensa che mancava, giornate interminabili. Una madre raccontava che suo figlio usciva alle cinque del mattino e tornava alle sei di sera.

La ricostruzione di Daniella Shreir sulla London Review of Books comincia da qui. Dalla periferia geografica della Repubblica, lontano dalle immagini che avrebbero occupato gli schermi. A fine agosto, madri, sindacati e studenti bloccavano l’accesso al Lycée du Nord. Poi la mobilitazione raggiungeva la Guyana francese, dove gli studenti presentavano diciassette punti di rivendicazione: personale insufficiente, insegnanti assenti, lezioni cancellate.

Nella Francia continentale, a Créteil, lo sciopero degli insegnanti contro le carenze di organico e l’assenza di figure sanitarie e sociali incontrava il blocco degli studenti. Altri istituti si univano. Nella cronaca di Shreir compaiono tetti che perdono, servizi igienici inutilizzabili, riscaldamenti insufficienti, infestazioni. Problemi materiali, richieste riconoscibili, interlocutori pubblici ai quali rivolgerle.

La protesta aveva già una storia quando è diventata un problema di ordine pubblico.

Aveva anche la capacità di attraversare le differenze sociali. Nei prestigiosi licei Henri-IV e Louis-le-Grand, racconta Shreir, comparivano striscioni con una frase precisa: «I nostri privilegi dovrebbero essere diritti». Studenti che disponevano di maggiori opportunità si mobilitavano perché fossero garantite anche agli altri.

In quella frase c’è un pensiero politico. Riconoscere la distanza fra la propria condizione e quella altrui, rifiutare che sia considerata naturale, chiedere un cambiamento. Liquidare tutto come una crisi dei valori significa non vedere neppure quelli espressi apertamente.

I social, dentro questa storia, svolgono più funzioni. Fanno circolare appelli di origine non sempre identificabile, accelerano la mobilitazione, permettono agli studenti di ambienti diversi di incontrarsi e riconoscere riferimenti culturali comuni. Possono anche essere usati per organizzare violenze. Capire come funzionano richiede di ricostruire comportamenti e connessioni: la parola «social» non spiega da sola né la protesta né il saccheggio.

Poi arriva la piazza.

Nel racconto di Shreir, il 17 ottobre a Parigi il corteo dovrebbe partire alle 14 da Place de la République, ma i lacrimogeni vengono impiegati già nella tarda mattinata. La concentrazione di agenti rende difficili gli accessi; fra le stazioni circolano informazioni sulle condizioni del concentramento; altre manifestazioni prendono forma in zone diverse della città. L’autrice descrive spostamenti, dispersioni e nuovi assembramenti, fino alle devastazioni e ai saccheggi.

Questa ricostruzione chiama in causa gli effetti delle scelte di gestione della piazza. Per accertarli occorrono riscontri, orari, ordini di servizio, testimonianze e immagini. Le ipotesi sulle intenzioni delle autorità restano ipotesi. Ma rinunciare a esaminare quelle scelte significherebbe lasciare fuori dall’indagine proprio chi dispone della forza pubblica.

La responsabilità di chi saccheggia va accertata. Anche l’operato delle istituzioni deve poter essere esaminato. E chi manifesta non può essere assorbito nella categoria di chi commette un reato.

Qui lo specchio satirico del medievalista Francesco Dall’Aglio torna utile. Nel suo testo l’Italia viene raccontata con il repertorio di certe cronache internazionali: regime sanguinario, diaspora, ribelli moderati, testimonianze che accompagnano il lettore fino alla richiesta di un intervento armato. Totti sulla gondola e Berlusconi trasformato in capo tribale rendono visibile il meccanismo: persone e avvenimenti adattati a una conclusione politica già pronta.

Lo stesso esercizio di attenzione serve quando la conclusione è il ripristino dell’ordine attraverso nuove celle.

Carlo Nordio ha parlato della necessità di «spedire dietro le sbarre questi minori violenti», indicando l’ampliamento degli istituti minorili e la possibile destinazione ai giovani detenuti di settori oggi riservati agli adulti. La fabbrica di criminalità è cosa fatta. Anzi, è cosa nostra. Bravo Nordio, sei davvero un genio. Ma, per favore, posa il bicchiere.

Giuseppe Valditara indica invece nella mancanza di valori la spiegazione delle violenze, escludendo le difficoltà economiche dalla loro origine. Nell’intervista al Corriere della Sera insiste sulle responsabilità familiari, sulla trasmissione culturale e sulla conoscenza dell’italiano da parte dei genitori.

La povertà non determina automaticamente la violenza. La responsabilità individuale esiste. Esistono anche scuole abbandonate, servizi insufficienti, opportunità distribuite in modo diseguale. Esiste il Merito di aver definitivamente affossato la scuola pubblica, come palestra di democrazia.

Il racconto francese mette in difficoltà, non a caso, proprio la contrapposizione scelta da Valditara. Chiedere insegnanti e lezioni significa attribuire valore all’istruzione. Mobilitarsi perché altri abbiano le proprie possibilità significa riconoscere l’uguaglianza come un obiettivo concreto. Un ministro dell’Istruzione dovrebbe avere gli strumenti per leggere questi comportamenti.

Intanto, per il 24 ottobre, il dispiegamento previsto è di circa 1.500 unità a Roma e 1.800 fra agenti, vigili e militari a Milano, con l’impiego di droni. Le perquisizioni effettuate alla vigilia hanno riguardato circa cento persone, 51 delle quali minorenni. Una perquisizione è un atto d’indagine, non una dichiarazione di colpevolezza.

È qui che il giornalismo ha una responsabilità propria. La Carta di Treviso ha posto al centro la tutela dei minori; il Codice deontologico in vigore dal giugno 2025 ne recepisce i principi. L’articolo 12 protegge i minorenni coinvolti nei fatti come protagonisti, vittime o testimoni, vieta di renderli identificabili anche indirettamente e impone di evitare sensazionalismi e speculazioni. La protezione riguarda anche chi è sospettato di avere commesso un reato.

Oscurare un volto è necessario. Poi bisogna distinguere, verificare, ricostruire il percorso del figlio del poliziotto come quella del povero magrebino.  E’ analisi per comprendere i fenomeni. Raccontare, invece, una generazione soltanto attraverso i verbali di polizia significa consegnare al lettore una minaccia senza storia. Vuol dire solo scendere in guerra contro la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948.

A Mayotte quella storia cominciava con alcune madri davanti a una scuola. Chiedevano una mensa e giornate sostenibili per i figli. Quando il racconto pubblico arriva soltanto al momento degli scontri, anche il governo ottiene un vantaggio: deve spiegare quanti agenti manda, senza spiegare perché quelle madri fossero ancora lì.



SIAMO VECCHIA STAMPA

Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta.


CONDIVIDERE È INFORMARE

I testi di © Fotosintesi.info sono riproducibili citando la fonte.


 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi