Editoriale

PROSPETTIVE | Serve una nuova rivoluzione. La chiamano Trasformazione. Tanti auguri

Questo è un editoriale che disorienta; se non lo eviti può indurre smarrimento. In tal caso, l’autore suggerisce di sospendere il giudizio, rifletterci su e riscriverlo di proprio pugno a piacimento.

Mentre la terra sembra volgere inesorabilmente verso un cambiamento climatico che darà lo sfratto definitivo agli esseri umani, questi, tra un conflitto e l’altro, iniziano a porsi la domanda se nasce prima la cultura, la politica o il giornalismo. Proverò, più avanti, a spiegarmi meglio, ma da qualche parte dovevo pur cominciare. Il dilemma su cui ora rompersi la testa è, praticamente, il seguente: perché mai non si sente più tanto parlare di infanticidi come un tempo. Le tv, oltre a surreali dibattiti politici, canzonette, porno con “sessantanove” struggenti di giornalisti che intervistano giornalisti, spot pubblicitari ossessivi e sport di nuova generazione per nababbi, trasmettono a ritmo battente notizie su terroristi islamici, studenti antisemiti, femminicidi e riguardo ad accoltellamenti elargiti con nonchalance da ragazzini inquieti. Non di rado di buona famiglia. Quasi che tra gli adolescenti prevalga ora esclusivamente l’idea che se non hai in tasca una lama non sei nessuno. Effetto emulazione o cambiamento dei, diciamo, costumi? Dalle pagine dei tristi quotidiani che resistono in edicola, così come nei tg, sembrano prevalere ormai solo queste brutte notizie.

La “nera”, un tempo posizionata al centro del giornale dopo la cronaca, detta bianca, di interesse nazionale, oggi prende dalla prima all’ultima pagina, nel migliore dei casi, tra inchieste di gran pregio, ma di poco interesse per chi deve fare i conti con bollette del gas, prenotazione di una tac, amministratore di condominio cinico e incapace, scippatore seriale in metro, bimbi costretti a elemosinare, gente che muore in mare o per freddo sotto i nostri portici, gestione a vanvera di rifiuti, inquinamento atmosferico e, magari, un figlio con il terrore di essere toccato e un altro che dopo una delusione d’amore teme di essere omosessuale anche per quegli squardi – a suo dire – ambigui del vicino di casa gay. Dei fratelli abbandonati in celle per scarafaggi con tossici e psicopatici al momento, come è ingiusto che sia, ce ne freghiamo. A questo punto potrebbe, invece, venire spontaneo un altro quesito: ma tutto questo vuoto pneumatico culturale ricoperto da terrorismo mediatico a chi fa gioco: alla Destra per invocare altri misure securitarie o alla Sinistra per dimostrare l’inefficacia dell’attuale legislatore?

Potrebbe essere interessante portare il quesito in un convegno di intellettualoni stropicciando, magari, le pagine dell’opera di Massimo Fagioli. Ma non so quanto tale esercizio possa tornare utile a chiarire le idee.

Il vero problema è.che la nobile professione del giornalismo è pressoché defunta.e tutto quel che leggiamo, sentiamo e vediamo è solo frutto di algoritmi e consuetudini radicate nelle agenzie stampa come la muffa negli angoli delle stanze dove non passa più la mano dei sapiens.
A questo punto, visto che poc’anzi ho citato l’autore di ‘Istinto di morte e conoscenza’, vado facile con un ricordo. Correva l’anno 2006 quando dalle ceneri di Avvenimenti nasce per intuizione e ambizione di Luca Bonaccorsi il settimanale Left.

Left per l’economista cresciuto tra i grafici della borsa newyorkese era solo la traduzione di Sinistra in inglese mentre lo psichiatra di riferimento ci vide il superamento della rivoluzione francese “Liberté, Égalité, Fraternité” e di quel che consideriamo, più o meno correttamente, il materialismo di Marx con la T di Trasformazione, cardine peraltro della cura psichiatrica che persegue la guarigione.

In psicoterapia infatti, diversamente da altre specializzazioni mediche, sarebbe letale riportare indietro il paziente come invece auspica, magari, il cardiologo che deve ricreare condizioni biologiche per far funzionare il cuore simili al pre infarto. Fu per questo motivo che quando gli editori mi chiesero come intendessi titolare la rubrica curata da Massimo Fagioli non esitai, neanche un istante, a dire “Trasformazione”.

Poco importa se editori e periodico, nonostante gli innumerevoli sacrifici sopportati da me in quegli anni, si siano completamente dimenticati del sottoscritto lasciandomi senza neanche quanto materialmente stabilito dal giudice in tribunale. Ciò che conta sono quei ricordi assieme ad altri personali con il noto medico con cui ho marciato assieme nei cortei, disegnato con dolore per tremendi naufragi pagine del quotidiano Terra, discusso con Marco Pannella o Paolo Ferrero e in pizzeria su mie interviste con Massimo D’Alema, Alberto Franceschini e tanti altri. La sua opera va, ovviamente, ben oltre queste mie memorie. La sua teoria, sempre attualissima, va studiata per una comprensione medica auspicabilmente internazionale e una ricerca culturale continua che non ha senso per me cincischiare.

Ma che c’entra allora, immagino ora penserete, “Trasformazione” con politica e giornalismo? Tutto, perché ci ritroviamo con un Sistema liberale e capitalistico comunque basato, in qualche modo, su diritti e doveri completamente saltato e il degrado, oggi, è tale che se non si cambia subito prospettiva di osservazione del fenomeno, neanche la lotta armata può produrre cambiamenti per quanto effimeri.

Sappiamo bene che diverse rivoluzioni hanno portato la società a miglioramenti in termini di condizioni del lavoro e nella parità di genere. Senza contare la sanità pubblica e il diritto alla casa. Realtà che vengono progressivamente erose dal regime neofascista imperante, ma innegabili. Ciò che però ci è sfuggito, finora, è che finchè la stampa non si preoccupa di realtà umana non ci sarà nessuna vera trasformazione, sociale, culturale e politica di quel che anticamente, durante il mio stage da giornalista a La Nuova Ecologia mi piaceva tanto chiamare Belpaese. Auguri.

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