Diritti

RUSSIA | Boris Kagarlitsky, il socialista che il carcere non è riuscito a mettere a tacere

«Non voglio diventare ancora più forte. Voglio che la guerra finisca e che mio padre e tutti gli altri prigionieri politici siano liberi.»

Con queste parole, nel terzo anniversario dell’arresto di Boris Kagarlitsky, sua figlia ha ricordato uno dei più importanti intellettuali socialisti viventi.

Il suo appello non riguarda soltanto un padre rinchiuso in una colonia penale russa. Riguarda una voce critica che da oltre quarant’anni contribuisce al dibattito internazionale sulla democrazia, sul capitalismo globale, sulla guerra e sul futuro della sinistra.

Il venticinque luglio di tre anni fa Boris Kagarlitsky veniva arrestato con l’accusa di «giustificazione del terrorismo», un procedimento che numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani, studiosi e associazioni hanno definito politicamente motivato.

Da allora ha conosciuto il carcere preventivo, una temporanea scarcerazione e una nuova condanna con il trasferimento nella colonia penale di Torzhok.

Durante l’ultimo colloquio con la figlia, però, avrebbe detto una frase che racconta meglio di qualsiasi cronaca la sua personalità.

«Non sono molto preoccupato per la mia detenzione. Mi preoccupa che nulla sia cambiato in questo Paese.»

Un intellettuale controcorrente

Nato a Mosca nel millenovecentocinquantotto, Boris Kagarlitsky è storico, sociologo, economista politico e teorico marxista.

Già negli ultimi anni dell’Unione Sovietica fu arrestato per le sue attività politiche e culturali. Da allora non ha mai smesso di analizzare criticamente il potere, qualunque volto assumesse.

Le sue riflessioni hanno attraversato il crollo dell’Urss, la transizione al capitalismo, la globalizzazione neoliberista, le nuove forme dell’imperialismo e le profonde trasformazioni del lavoro.

È autore di numerosi saggi tradotti in molte lingue. Tra i più conosciuti figurano The Thinking Reed, Empire of the Periphery, The Return of Radicalism e From Empires to Imperialism, opere che hanno contribuito a rinnovare il dibattito sul marxismo contemporaneo ben oltre il mondo accademico.

Per anni ha diretto l’Institute of Globalization and Social Movements, uno dei principali centri di ricerca indipendenti della Russia, e ha fondato Rabkor, rivista e piattaforma culturale diventata un punto di riferimento per la sinistra socialista russa e internazionale.

Le sue conferenze lo hanno portato nelle università europee, latinoamericane e asiatiche, mentre i suoi articoli sono stati pubblicati e discussi da riviste e centri di ricerca di tutto il mondo.

Un socialismo senza autoritarismi

Ridurre Kagarlitsky a un oppositore di Vladimir Putin sarebbe un errore.

La sua critica non è mai stata rivolta soltanto al Cremlino.

Per tutta la vita ha contestato il capitalismo neoliberista, le disuguaglianze prodotte dalla finanziarizzazione dell’economia, le guerre combattute in nome degli interessi geopolitici e, allo stesso tempo, le degenerazioni autoritarie che hanno segnato la storia dell’Unione Sovietica e della Russia contemporanea.

Il suo è un socialismo democratico, internazionalista, radicale nella critica economica ma altrettanto radicale nella difesa delle libertà civili, del pluralismo e dei diritti politici.

Per questo le sue analisi hanno trovato ascolto tra sindacalisti, ricercatori, studenti e movimenti sociali in tutto il mondo.

Con lo stesso rigore ha criticato l’invasione russa dell’Ucraina, senza rinunciare a denunciare anche la logica della militarizzazione e della contrapposizione permanente tra blocchi, sostenendo la necessità di una soluzione politica del conflitto.

Una posizione autonoma che oggi paga con la privazione della libertà personale.

Un patrimonio che il mondo non può permettersi di perdere

La libertà di Boris Kagarlitsky non riguarda soltanto la Russia.

Riguarda il diritto dell’intera comunità internazionale a confrontarsi con uno studioso che, per oltre quarant’anni, ha cercato di comprendere i meccanismi del capitalismo contemporaneo, le trasformazioni del lavoro, le nuove forme dell’imperialismo e le possibilità di costruire società più giuste.

Il mondo di oggi attraversa una stagione di crisi intrecciate: guerre, crescita delle disuguaglianze, cambiamenti climatici, transizione energetica, rivoluzione tecnologica, concentrazione della ricchezza e progressivo indebolimento delle democrazie.

Sono problemi che nessun governo può affrontare soltanto con la forza militare o con gli strumenti della finanza.

Servono idee.

Servono studiosi capaci di mettere in discussione ciò che sembra inevitabile.

Kagarlitsky appartiene a quella tradizione di intellettuali che non separano l’economia dalla democrazia, il lavoro dai diritti, la politica internazionale dalla giustizia sociale.

Il suo contributo potrebbe essere prezioso nel confronto mondiale sulle nuove politiche economiche, sul futuro dello Stato sociale, sulla cooperazione internazionale e sulla grande sfida ambientale, che non è più una sensibilità di pochi ma una delle principali emergenze dell’umanità. Economisti come il giapponese Kohei Saito, che ha rilanciato il dibattito sul rapporto tra marxismo ed ecologia, dimostrano quanto questo terreno di ricerca sia oggi vivo e necessario.

Allo stesso modo, il ritorno del dibattito socialista negli Stati Uniti, alimentato negli ultimi anni da una nuova generazione di sindacalisti, studiosi e movimenti politici, avrebbe bisogno anche del confronto con esperienze come quella di Kagarlitsky. In una fase segnata da forti polarizzazioni, dalla crescita dei nazionalismi e da nuove tensioni internazionali, il pluralismo delle idee rappresenta una risorsa, non una minaccia.

Per questo la sua liberazione non sarebbe soltanto un atto di giustizia nei confronti di un prigioniero politico.

Sarebbe la restituzione al dibattito mondiale di una voce critica, scomoda e autorevole. Una voce capace di contribuire alla costruzione di un pensiero nuovo sui diritti sociali, sulla pace, sull’economia e sulla crisi climatica. Perché le grandi trasformazioni non nascono soltanto dalle decisioni dei governi, ma anche dalla capacità degli intellettuali di immaginare strade diverse da quelle che sembrano già scritte.

La lettera della figlia si chiude con parole semplici.

«Papà, ti amo molto e mi manchi.»

Dietro il sociologo, il professore, il teorico marxista e il prigioniero politico rimane un uomo.

Ma dietro quell’uomo c’è anche un patrimonio di idee che appartiene all’intera comunità internazionale.

Le idee non possono essere rinchiuse in una cella.

Ogni intellettuale perseguitato è una perdita per il proprio Paese, ma anche per il patrimonio culturale dell’umanità.


@rabkor @amnesty @peninternational @scholarsatrisk @koheisaito


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