Ambiente

SCIENZA SOTTO ATTACCO | Mentre il pianeta brucia, la politica processa il clima

Le ondate di calore diventano sempre più lunghe e intense. I ghiacciai arretrano anno dopo anno. I boschi bruciano con una frequenza e una violenza che fino a pochi anni fa sembravano eccezionali. Siccità, alluvioni e fenomeni meteorologici estremi provocano vittime, distruggono raccolti, aumentano il costo del cibo e dell’energia. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte da anni che il cambiamento climatico favorisce anche la diffusione di malattie, peggiora la qualità dell’aria, aumenta la mortalità durante le ondate di calore e mette sotto pressione sistemi sanitari già in difficoltà.

A pagare il prezzo più alto sono quasi sempre le persone più fragili. Crescono le disuguaglianze, aumentano le migrazioni forzate, si aggravano povertà e tensioni sociali.


 


Mentre il pianeta presenta il conto, una parte della politica sembra aver individuato un nuovo avversario.

Non il cambiamento climatico.

La scienza.

Negli Stati Uniti l’amministrazione di Donald Trump ha avviato un’offensiva senza precedenti contro alcune delle principali istituzioni scientifiche del Paese. L’ultimo bersaglio è la National Academy of Sciences, accusata dalla Casa Bianca di diffondere materiale «fraudolento, fazioso e fuorviante» sul cambiamento climatico e sottoposta a una revisione federale.

Poche settimane prima era stato cancellato l’Endangerment Finding, il provvedimento con cui nel 2009 l’Environmental Protection Agency aveva riconosciuto che i gas serra rappresentano un pericolo per la salute pubblica. Quel documento costituiva il fondamento giuridico di gran parte delle norme federali sulle emissioni. Contemporaneamente sono state avviate nuove misure di deregolamentazione a favore dell’industria petrolifera e del gas.

Il linguaggio utilizzato da alcuni esponenti dell’amministrazione è altrettanto significativo. Lee Zeldin, amministratore dell’Epa nominato da Trump, ha dichiarato di voler «piantare un pugnale nel cuore della religione del cambiamento climatico».

Naturalmente la scienza non è un dogma. È fatta di ipotesi, verifiche, errori corretti e nuovi dati. Proprio per questo evolve attraverso il confronto tra ricercatori, non attraverso decreti governativi.

Quello che accade negli Stati Uniti, però, non riguarda soltanto gli Stati Uniti.

Anche in Europa il linguaggio politico sta cambiando.

Nessun governo nega apertamente il cambiamento climatico. Eppure il Green Deal viene progressivamente rallentato. Norme rinviate, obiettivi rivisti, deroghe concesse, nuove aperture ai combustibili fossili nel nome della competitività, della sicurezza energetica e della crisi industriale.

Tra i settori più utilizzati per giustificare questa inversione di marcia c’è quello dell’automobile.

Da mesi molti governi europei, compreso quello italiano, attribuiscono una parte rilevante della crisi dell’automotive alle politiche ambientali dell’Unione europea. Si chiedono deroghe, rinvii, un allentamento delle regole sulle emissioni e una revisione dello stop ai motori endotermici.

Ma questa è davvero tutta la storia?

Mentre l’Europa rallentava la transizione e continuava a investire nel gas, la Cina costruiva una filiera industriale completa delle batterie, delle terre rare, del fotovoltaico e delle automobili elettriche. Investiva nella ricerca, pianificava la riconversione industriale e conquistava quote di mercato.

Oggi molti governi europei indicano proprio la Cina come la principale responsabile della crisi del settore automobilistico.

Eppure la domanda potrebbe essere un’altra.



La Cina è diventata troppo forte oppure l’Europa è arrivata troppo tardi?

Non è stata Pechino a decidere che una parte dell’industria automobilistica europea dovesse continuare a puntare soprattutto su modelli di lusso con motori tradizionali, rinviando gli investimenti necessari per competere nel mercato dell’elettrico.

Quelle sono state scelte industriali e politiche europee.

Oggi migliaia di lavoratrici e lavoratori italiani vivono tra cassa integrazione, riduzioni produttive e incertezza sul futuro. Emblematico è il caso dello stabilimento Stellantis di Cassino, dove la crisi delle produzioni di fascia alta alimenta nuove preoccupazioni occupazionali.

È legittimo chiedersi se la responsabilità sia davvero del Green Deal oppure se l’Europa stia pagando anni di ritardi nella ricerca, nella politica industriale e negli investimenti sulle nuove tecnologie.

Anche in Italia il lessico è cambiato.

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha più volte sostenuto che la transizione ecologica non debba essere «ideologica». Altri esponenti della maggioranza hanno definito alcune politiche climatiche europee un freno allo sviluppo economico.

Il confronto politico è legittimo.

Molto meno lo sarebbe trasformare decenni di ricerca scientifica in una semplice opinione da mettere ai voti.

Le domande, allora, sono inevitabili.

Chi trae vantaggio quando gli organismi scientifici vengono screditati?

Chi beneficia se le norme sulle emissioni vengono eliminate o rinviate?

Chi guadagna da una transizione energetica più lenta proprio mentre continuano a crescere gli investimenti nel petrolio e nel gas?

Sono domande che riguardano anche il nostro Paese.

Perché le grandi strategie energetiche, dal Piano Mattei ai nuovi investimenti nelle infrastrutture fossili, non possono essere comprese senza interrogarsi sul rapporto tra politica, economia e ricerca scientifica.

Questo è il primo capitolo di un’inchiesta che Fotosintesi svilupperà nelle prossime settimane attraverso documenti, dichiarazioni e dati verificabili.

Non per trasformare la scienza in un’ideologia.

Ma per ricordare una cosa semplice.

La scienza non chiede di essere creduta. Chiede di essere smentita con prove migliori.

Perché le foreste non bruciano per ideologia.

I ghiacciai non si sciolgono per appartenenza politica.

Le ondate di calore non chiedono per chi abbiamo votato.

La fisica continua a fare il suo lavoro, anche quando la politica decide di ignorarla.


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Questa inchiesta è aperta.

Invitiamo ricercatrici e ricercatori, lavoratrici e lavoratori, associazioni, sindacati, imprese, amministratori pubblici, studenti e cittadini a inviarci documenti, studi, comunicati, fotografie, dati e segnalazioni utili ad approfondire questo tema.

Ogni contributo sarà verificato dalla redazione prima di un’eventuale pubblicazione.

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