Quando un paziente psichiatrico diventa violento, chi deve intervenire? Il medico? L’infermiere? Le forze dell’ordine?
La domanda sembra semplice. In realtà racchiude uno dei nodi più delicati di una società moderna, perché mette di fronte tre diritti che devono convivere: la tutela della salute, la sicurezza degli operatori e quella dei cittadini.
È da qui che nasce la richiesta avanzata nei giorni scorsi dalle principali società scientifiche della psichiatria italiana e dall’Associazione Luca Coscioni al Ministero dell’Interno. L’obiettivo è rivedere la circolare del 2019 che disciplina l’intervento delle forze dell’ordine nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc), chiedendo procedure più chiare per affrontare le situazioni di maggiore rischio.
La richiesta arriva dopo una serie di episodi di violenza ai danni di medici, infermieri e operatori sanitari. Aggressioni che nessuno può sottovalutare e che impongono una riflessione seria sul modo in cui il sistema sanitario e quello della sicurezza collaborano nella gestione delle emergenze psichiatriche.
Ma la questione non riguarda soltanto gli ospedali.
Quando una pattuglia entra in un’abitazione dove una persona è in preda a un grave episodio psicotico, oppure viene chiamata in un reparto psichiatrico per contenere una situazione ormai fuori controllo, non si trova davanti a un normale intervento di ordine pubblico. Si trova di fronte a una persona malata, spesso incapace di controllare i propri comportamenti, in una situazione in cui ogni decisione può avere conseguenze drammatiche.
Per questo motivo il dibattito non dovrebbe limitarsi a stabilire quando debba intervenire la polizia. La domanda più importante è un’altra.
Lo Stato prepara davvero i propri operatori ad affrontare situazioni di questo tipo?
Da anni le organizzazioni sindacali delle forze dell’ordine denunciano problemi che riguardano organici insufficienti, stipendi ritenuti non adeguati, carichi di lavoro crescenti e, soprattutto, la necessità di una formazione sempre più qualificata. Non chiedono soltanto più personale, ma anche un addestramento continuo, strumenti moderni e protocolli operativi condivisi per affrontare emergenze che richiedono competenze molto diverse da quelle dell’ordinaria attività di polizia.
È un tema che merita di essere affrontato senza pregiudizi. Bloccare una persona in stato di grave agitazione senza provocarle lesioni, proteggendo contemporaneamente gli operatori sanitari, gli agenti e il paziente stesso, richiede esperienza, sangue freddo, lavoro di squadra e tecniche specifiche.
Molti professionisti ricordano come, negli ex ospedali psichiatrici, infermieri con una lunga esperienza avessero sviluppato modalità di contenimento finalizzate soprattutto a evitare danni alle persone coinvolte. Oggi quel patrimonio di conoscenze è stato raccolto? È stato aggiornato alla luce delle nuove conoscenze scientifiche? Fa parte della formazione degli operatori sanitari e delle forze dell’ordine? Sono domande che meritano risposte, al di là delle appartenenze politiche.
La richiesta degli psichiatri al Viminale apre quindi una discussione che va oltre la revisione di una circolare ministeriale. Invita a riflettere su come costruire un sistema nel quale sanità e sicurezza non si incontrino soltanto quando la crisi è già esplosa, ma lavorino insieme anche nella prevenzione, nella formazione e nella gestione delle situazioni più delicate.
In questo senso, il confronto non riguarda soltanto il Ministero dell’Interno. Chiama in causa anche il Servizio sanitario nazionale, le Regioni, le università e tutti coloro che hanno la responsabilità di formare medici, infermieri e operatori di polizia.
Perché ogni aggressione rappresenta un fallimento che coinvolge l’intera comunità.
La circolare del Viminale potrà essere modificata. Le procedure potranno essere aggiornate. Ma nessuna norma, da sola, potrà sostituire ciò che si costruisce negli anni: servizi di salute mentale efficienti, personale sanitario adeguatamente sostenuto e forze dell’ordine preparate ad affrontare situazioni sempre più complesse.
La sicurezza non nasce nel momento in cui qualcuno interviene. Comincia molto prima, con la prevenzione, con la cura, con la formazione e con la capacità dello Stato di mettere intorno allo stesso tavolo medicina, diritto e sicurezza. Solo così l’emergenza può tornare a essere davvero l’eccezione, e non la regola.








