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SOCIETÀ | Sale della democrazia è la salute mentale quando la sicurezza arriva molto prima della polizia

Non so se succede ad altri, a me quasi sempre. Ogni volta che finisco di guardare il tg della sera, penso che alle elezioni politiche vincerà la Destra. Accade non perché mi sia convinto della bontà del loro programma o dei loro interventi, non per qualche loro iniziativa o particolare strategia comunicativa. È la logica conseguenza dei cruenti fatti di cronaca che vengono spiattellati dai cronisti delle varie tv, sempre impeccabili quando si tratta di tirar giù tutti i morti ammazzati dell’ultima ora. Il pensiero (più o meno) comune, in quei casi, va da sé: meglio sopportare un fascistello, magari anche ‘mariuolo’ che non sa né parlare né star zitto piuttosto che essere accoltellato alle spalle da uno sconosciuto, magari neanche di razza ariana.

Cercco di spiegarmi meglio, partendo da un dato di fatto. Ogni volta che un fatto di cronaca particolarmente violento sconvolge il Paese, il dibattito pubblico si accende con impressionante rapidità. Si cercano responsabilità immediate, si invocano pene più severe, si chiedono più controlli, più forze dell’ordine, più telecamere. È una reazione comprensibile: la paura pretende risposte semplici. Come il programma politico della Destra.

Eppure, quasi sempre, nel rumore delle polemiche resta inascoltata una domanda fondamentale: quante di queste tragedie avrebbero potuto essere prevenute molto tempo prima?

La sicurezza non nasce nel momento in cui interviene la polizia. Comincia molto prima. Comincia quando una persona che manifesta una sofferenza psichica trova un sistema sanitario capace di riconoscerla, comprenderla e curarla. Comincia quando i servizi territoriali dispongono di medici, psicologi, psicoterapeuti, infermieri e operatori sufficienti a seguire le persone prima che la loro condizione precipiti in situazioni drammatiche.

Questo non significa affermare che ogni autore di un reato violento sia affetto da una malattia mentale, né che la malattia mentale conduca inevitabilmente alla violenza. Sarebbe una semplificazione scorretta e dannosa. Significa invece riconoscere un fatto diverso: quando una grave alterazione psichica esiste, ignorarla o lasciarla senza cure rappresenta un fallimento dell’intera comunità. E della Sinistra immolata al negazionismo basagliano.

Negli ultimi anni l’opinione pubblica è stata attraversata da episodi che hanno suscitato sgomento: aggressioni improvvise, omicidi familiari, atti di violenza apparentemente incomprensibili. In molti casi il dibattito si concentra esclusivamente sul gesto finale, mentre resta quasi inesplorata la storia clinica, relazionale e assistenziale della persona coinvolta. Eppure è proprio lì che si gioca la vera partita della prevenzione.

Una società davvero sicura non è quella che dispone soltanto di strumenti repressivi efficaci. È quella che investe nella capacità della medicina di intervenire prima che la sofferenza diventi disperazione, isolamento o perdita del contatto con la realtà. La polizia è indispensabile quando il reato è già stato commesso. La sanità, invece, può contribuire a evitare che alcune tragedie arrivino a compiersi.

È da questa prospettiva che il tema della salute mentale smette di essere una questione riservata agli specialisti e diventa una responsabilità collettiva. Non riguarda soltanto chi soffre, ma la qualità della convivenza civile, la sicurezza delle città e la tenuta stessa della democrazia.

Curare prima che giudicare

Esiste un equivoco che attraversa da anni il dibattito pubblico italiano: parlare di salute mentale solo quando la cronaca irrompe con un fatto di sangue. È in quel momento che ci si domanda se l’autore fosse “lucido”, se fosse “capace di intendere e di volere”, se avesse dato segnali, se qualcuno avrebbe potuto intervenire.

Ma queste domande arrivano quasi sempre troppo tardi.

La capacità di intendere e di volere è un concetto giuridico, indispensabile per accertare la responsabilità penale di una persona. La malattia mentale, invece, appartiene alla medicina. I due piani possono incontrarsi, ma non coincidono. Confonderli significa impoverire sia il diritto sia la scienza medica.

Una persona può soffrire di un grave disturbo psichico e avere bisogno di cure indipendentemente dal giudizio che, un domani, un tribunale potrà esprimere sulla sua imputabilità. Allo stesso modo, sarà sempre un giudice, con l’ausilio di una perizia specialistica, a stabilire se, nel momento del fatto, quella persona fosse capace di intendere e di volere. La medicina non sostituisce il diritto, ma il diritto non può sostituire la medicina.

Per questo motivo la domanda decisiva non dovrebbe essere soltanto: “Era imputabile?”. Dovremmo chiederci anche: “Era stato preso in carico? Aveva accesso alle cure? Esistevano servizi adeguati? La famiglia era stata lasciata sola?”.

Sono interrogativi meno spettacolari di quelli che alimentano i talk show, ma infinitamente più utili se l’obiettivo è evitare nuove tragedie.

Negli ultimi anni psichiatri, psicoterapeuti e operatori sanitari hanno più volte richiamato l’attenzione sulle difficoltà dei servizi di salute mentale: carenza di personale, liste d’attesa, crescente domanda di assistenza, soprattutto tra i giovani e nelle situazioni di maggiore fragilità sociale. È un tema che raramente conquista le prime pagine, eppure riguarda migliaia di famiglie che ogni giorno cercano aiuto.

Quando un sistema sanitario non riesce a intercettare la sofferenza, il prezzo non ricade soltanto su chi si ammala. Lo paga l’intera comunità. Per questo investire nella salute mentale non è soltanto una scelta sanitaria: è una scelta di civiltà.

La sicurezza non è solo una divisa

Ogni società ha bisogno di forze dell’ordine preparate, di una magistratura indipendente e di leggi capaci di tutelare i cittadini. Nessuno mette in discussione questo principio. Sarebbe però un errore pensare che la sicurezza possa essere affidata esclusivamente agli strumenti della repressione.

Quando una pattuglia interviene, quando un pubblico ministero apre un fascicolo o quando un giudice emette una sentenza, qualcosa è già accaduto. Una vittima ha subito un’aggressione, una famiglia è stata travolta da una tragedia, una comunità è stata ferita. L’intervento dello Stato è necessario, ma arriva dopo.

La medicina lavora prima.

Lavora quando riconosce i primi segnali di una sofferenza psichica, quando sostiene le famiglie, quando costruisce percorsi terapeutici, quando evita che una persona precipiti nell’isolamento, nella disperazione o in una grave alterazione del rapporto con la realtà.

Per questo motivo la salute mentale non può essere considerata una questione marginale nelle politiche pubbliche. È parte integrante della sicurezza collettiva. Ogni centro di salute mentale che dispone di personale sufficiente, ogni reparto ospedaliero adeguatamente organizzato, ogni psicoterapeuta inserito nella rete dei servizi rappresenta anche un investimento nella prevenzione.

Non si tratta di immaginare una società in cui la medicina possa prevedere ogni gesto umano. Sarebbe un’illusione. Esisteranno sempre eventi imprevedibili e responsabilità individuali che nessun sistema sanitario potrà eliminare. Ma esiste un’enorme differenza tra l’imprevedibile e ciò che viene semplicemente trascurato.

Una società matura non si limita a chiedersi come punire dopo. Si domanda anche come curare prima.

In questo senso, investire nella salute mentale non significa essere indulgenti verso chi commette un reato. Significa assumersi la responsabilità di ridurre, per quanto possibile, le condizioni che possono favorire l’abbandono, la cronicizzazione della sofferenza e, nei casi più gravi, l’esplosione di comportamenti distruttivi.

La sicurezza non si misura soltanto dal numero di pattuglie nelle strade. Si misura anche dalla capacità di una comunità di riconoscere il dolore, prenderlo in carico e trasformarlo in un percorso di cura.

Articolo 3 – Chi cura la mente cura anche la democrazia

L’articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica un compito che va ben oltre l’enunciazione di un principio: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Tra questi ostacoli c’è anche la malattia mentale (che non è un banale disagio) quando non viene riconosciuta, curata e accompagnata fino, possibilmente, alla guarigione con relativa trasformazione del soggetto oppresso dalla patologia. Non è soltanto una questione sanitaria. È una questione di dignità della persona, di diritti, di cittadinanza.

Per troppo tempo la salute mentale è rimasta ai margini del dibattito pubblico. Se ne parla nei giorni delle tragedie, per poi dimenticarla quando le telecamere si spengono. Eppure migliaia di famiglie convivono ogni giorno con il peso della malattia, spesso affrontando da sole percorsi complessi, servizi in difficoltà e tempi di attesa incompatibili con il bisogno di cura.

Una democrazia si misura anche da questo: dalla capacità di prendersi cura delle sue fragilità prima che diventino emergenze.

Investire nella salute mentale significa rafforzare i servizi territoriali, rendere accessibili le cure, sostenere la ricerca, valorizzare il lavoro di psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, infermieri e di tutti gli operatori che ogni giorno accompagnano le persone nei percorsi di guarigione e di reinserimento sociale.

Non è una spesa. È un investimento.

È un investimento nella qualità della vita, nella sicurezza delle comunità, nella fiducia reciproca e nella coesione sociale.

Per questo il dibattito pubblico dovrebbe compiere un passo in avanti. Non scegliere tra la polizia e la medicina, tra la repressione e la prevenzione, ma riconoscere che appartengono a momenti diversi della stessa responsabilità collettiva.

Le forze dell’ordine intervengono quando il pericolo è ormai presente. La medicina prova a impedirne l’arrivo.

La vera sicurezza nasce dall’equilibrio tra questi due compiti, ma il primo investimento deve essere quello che permette alle persone di non arrivare mai al punto di rottura.

Una società che rinuncia a curare la sofferenza mentale rinuncia a comprendere una parte essenziale dell’essere umano.

Una società che sceglie di curarla costruisce le condizioni per essere più libera, più giusta e più sicura.

Per questo si può affermare, senza retorica, che chi cura la mente cura anche la democrazia.






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