La sicurezza comincia molto prima della polizia. Ma quando la prevenzione scompare, la formazione viene sacrificata e ogni crisi viene trattata come una minaccia, il rischio è trasformare le nostre città in territori nei quali conta soprattutto chi riesce a esercitare più forza.
Abderrahim Fakir gridava «aiuto» e «basta».
Sono le parole che restano impresse nel video registrato domenica 19 luglio al Pilastro, quartiere popolare di Bologna. Fakir, 42 anni, viveva in Italia da circa trentacinque anni, era sposato e lavorava nel settore della logistica. Era arrivato in via Svevo per incontrare alcuni familiari. Poco dopo sarebbe morto durante un intervento della polizia.
Secondo la prima ricostruzione fornita dalle autorità, alcuni residenti avevano segnalato la presenza di un uomo molto agitato, che avrebbe danneggiato un’automobile e si sarebbe scagliato contro la volante. Gli agenti hanno utilizzato spray urticante e lo hanno immobilizzato a terra, legandogli i polsi. All’operazione avrebbero partecipato anche alcuni cittadini. Sul posto era presente un’ambulanza del 118.
Le immagini mostrano Fakir a faccia in giù, trattenuto da più persone. Continua a gridare. Poi le grida cessano e il corpo non si muove più.
La Procura ha acquisito le registrazioni delle bodycam degli agenti e ha disposto gli accertamenti necessari. Saranno l’autopsia, le immagini complete e l’indagine giudiziaria a stabilire la causa della morte e le eventuali responsabilità.
Non sappiamo ancora, dunque, se siano stati commessi reati.
Ma sappiamo già che dobbiamo porci delle domande.
Una persona da fermare o una persona da salvare?
La prima domanda riguarda la natura stessa dell’intervento.
Quando una persona si trova in un evidente stato di alterazione, abbiamo davanti una minaccia da neutralizzare oppure un essere umano da soccorrere?
Le due necessità possono naturalmente sovrapporsi. Chi interviene deve proteggere gli altri cittadini, proteggere se stesso e impedire che la persona faccia del male a qualcuno o a se stessa. Ma proprio per questo servono preparazione, coordinamento e capacità di riconoscere rapidamente quando un problema di ordine pubblico è diventato un’emergenza sanitaria.
Nel caso Fakir erano presenti sia la polizia sia il personale del 118. Eppure il video pone un interrogativo inevitabile: chi aveva in quel momento la direzione effettiva dell’intervento?
Chi controllava la respirazione dell’uomo?
Chi valutava gli effetti dello spray urticante, dello sforzo fisico e dell’immobilizzazione in posizione prona?
Chi avrebbe dovuto capire che quelle grida non erano soltanto una forma di resistenza, ma potevano essere il segnale di una condizione critica?
Lino Aldrovandi, padre di Federico e già agente della polizia locale, ha giustamente invitato alla prudenza. Ogni vicenda ha una storia diversa e le conclusioni spettano agli inquirenti. Ha però osservato che quelle urla avrebbero dovuto rappresentare un campanello d’allarme per chi stava esercitando la forza.
Sempre più leggi, sempre meno formazione
Nel loro libro Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica, Carlo Bonini e Franco Gabrielli contestano l’idea di una sicurezza ridotta alla repressione, alla costruzione del nemico e alla continua produzione di nuove norme penali.
La sicurezza democratica, sostengono, deve riuscire a tenere insieme libertà e protezione, diritti e ordine, coesione sociale e legalità. Non può alimentare il rancore, semplificare problemi complessi o trasformare la paura in consenso politico.
Gabrielli richiama inoltre una contraddizione fondamentale: ogni nuova legge attribuisce alle forze dell’ordine nuovi obblighi, nuove competenze e nuovi interventi da svolgere. Ma il tempo e le risorse destinati alla formazione non aumentano nella stessa misura.
Anzi, spesso si riducono.
È un problema enorme, del quale si parla pochissimo.
Agli agenti chiediamo di conoscere continuamente nuove norme, di controllare il territorio, gestire manifestazioni, intervenire nelle violenze familiari, affrontare fenomeni migratori, riconoscere le dipendenze, confrontarsi con adolescenti in crisi, persone senza dimora, disturbi psichici, tentativi di suicidio e situazioni di grave alterazione.
Chiediamo loro di essere contemporaneamente poliziotti, mediatori, psicologi, assistenti sociali e soccorritori.
Poi, però, investiamo soprattutto in nuovi reati, nuove pene, nuove procedure e strumenti di coercizione.
Ogni ora sottratta alla formazione non scompare. Può ricomparire drammaticamente nella strada, quando un agente ha pochi secondi per distinguere un’aggressione da una crisi psichica, la resistenza da un collasso, una minaccia da una richiesta disperata di aiuto.
Difendere seriamente le forze dell’ordine dovrebbe significare prima di tutto evitare di mandarle impreparate dentro situazioni che lo Stato non ha saputo prevenire.
Il fallimento comincia prima dell’arrivo della volante
È troppo facile chiedere alla polizia di risolvere in pochi minuti ciò che la società ha ignorato per anni.
Se una persona arriva a perdere completamente il controllo, la crisi può essere iniziata molto prima: nella malattia non riconosciuta, nell’abbandono, nella dipendenza, nell’assenza di una presa in carico, nella chiusura di un servizio, nella carenza di personale sanitario o nell’incapacità di una famiglia di ottenere aiuto.
La volante arriva alla fine della storia.
E quando arriva, sulle spalle di due o tre agenti ricade tutto ciò che non ha funzionato prima.
Questo non cancella le responsabilità individuali quando vengono accertate. Ma ci obbliga a guardare anche la responsabilità politica di un sistema che riduce i servizi territoriali e poi chiede alla polizia di governarne le conseguenze.
Per questo, davanti al caso Fakir, non basta domandare se i singoli agenti abbiano rispettato un protocollo.
Dobbiamo domandare se quel protocollo fosse sufficiente.
Dobbiamo sapere quale preparazione viene fornita sulla gestione delle crisi psichiche, sull’immobilizzazione delle persone agitate, sull’asfissia posturale, sugli effetti combinati dello spray urticante e dello sforzo, sulla necessità di interrompere immediatamente una manovra quando la persona non risponde più.
Dobbiamo sapere quale sia il ruolo dei sanitari e chi assuma il comando quando il contenimento diventa un problema medico.
E dobbiamo domandare perché comuni cittadini abbiano partecipato materialmente all’immobilizzazione di una persona che si trovava nelle mani dello Stato.
Stiamo andando verso il Far West?
La domanda può sembrare provocatoria, ma non può essere liquidata come propaganda:
l’Italia sta imboccando una strada che rischia di avvicinarla al modello statunitense?
Gli Stati Uniti sono un Paese profondamente diverso dall’Italia. Sarebbe scorretto sovrapporre meccanicamente le due realtà. Ma alcuni segnali culturali meritano attenzione.
Il primo è la diffusione dell’idea che ciascun cittadino debba difendersi da solo.
Il secondo è la trasformazione della sicurezza in uno scontro permanente tra persone perbene e nemici da abbattere.
Il terzo è una società nella quale gli agenti devono presumere sempre più spesso che la persona che hanno davanti possa essere armata.
Nel 2025, secondo l’Fbi, 53 agenti statunitensi sono stati uccisi intenzionalmente durante il servizio e le armi da fuoco sono risultate lo strumento più frequentemente utilizzato negli episodi mortali.
Questi dati non raccontano soltanto la pericolosità del lavoro di polizia. Mostrano anche il circolo vizioso prodotto da una società armata: più armi circolano, più gli agenti percepiscono ogni incontro come potenzialmente letale; più cresce la paura, più aumenta la probabilità che la forza venga utilizzata rapidamente.
Il Far West non comincia quando tutti sparano.
Comincia quando tutti pensano di dover essere pronti a farlo.
Comincia quando la fiducia nelle istituzioni viene sostituita dall’autodifesa, quando il cittadino partecipa spontaneamente a un fermo, quando la forza viene considerata una risposta naturale e quando una morte viene politicamente giustificata prima ancora dell’autopsia.
Sul caso Fakir, il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha parlato immediatamente di un intervento condotto con professionalità e con modalità adeguate. Le opposizioni hanno invece chiesto trasparenza e pieno accertamento dei fatti.
Ma dichiarare che tutto è stato fatto correttamente prima di conoscere la causa della morte non protegge le forze dell’ordine.
Le espone.
Perché trasforma ogni richiesta di verità in un attacco alla polizia e ogni dubbio in un sospetto ideologico.
Una democrazia matura non deve scegliere tra la tutela degli agenti e la vita delle persone fermate. Deve garantire entrambe.
La sicurezza non è il diritto del più forte
Nel 2024 in Italia sono stati registrati 327 omicidi. Il dato è diminuito rispetto all’anno precedente. L’Italia, dunque, non è una società travolta da un’esplosione generalizzata di violenza omicida.
Eppure la comunicazione politica ci descrive continuamente un Paese sull’orlo del caos.
La paura viene alimentata perché produce consenso. Ogni fatto di cronaca diventa la dimostrazione che servono nuove pene, nuovi reati, più armi e maggiore libertà di reagire.
Ma una società che risponde alla paura moltiplicando la possibilità di usare la forza non diventa necessariamente più sicura.
Può diventare soltanto più spaventata.
La sicurezza democratica non consiste nel lasciare la strada al più forte. Consiste nel fare in modo che nessuno debba diventarlo per sopravvivere.
Servono agenti preparati, tutelati e sottoposti a regole trasparenti. Servono bodycam funzionanti, protocolli verificabili e indagini indipendenti. Ma servono anche servizi di salute mentale, psicoterapeuti nei centri territoriali, squadre sanitarie capaci di intervenire nelle crisi, assistenza sociale e formazione congiunta tra personale medico e forze di polizia.
Negli stessi Stati Uniti si stanno sperimentando programmi nei quali operatori specializzati affiancano gli agenti nelle crisi che coinvolgono persone senza dimora o con problemi psichici. Le ricerche del Dipartimento di Giustizia americano indicano la de-escalation, la preparazione sulle crisi mentali e i modelli di intervento congiunto tra polizia e specialisti come strumenti da sviluppare proprio per ridurre l’impiego della forza.
Dovremmo imparare dagli errori degli Stati Uniti, non imitarli. E dovremmo osservare anche le soluzioni che quel Paese sta cercando di costruire.
Quelle due parole
Abderrahim Fakir gridava «aiuto» e «basta».
Non sappiamo ancora che cosa sia accaduto prima dell’inizio del filmato. Non conosciamo le sue condizioni mediche, non sappiamo quale sia stata la causa precisa della morte e non possiamo stabilire responsabilità penali osservando pochi minuti di immagini.
Ma quelle due parole ci obbligano a non voltare lo sguardo.
«Basta» pone un limite alla forza.
«Aiuto» chiede allo Stato di ricordarsi perché esiste.
Quando una persona viene immobilizzata, il compito delle istituzioni non è soltanto impedire che faccia del male. È anche garantire che resti viva.
Altrimenti non avremo costruito una società più sicura.
Avremo soltanto compiuto un altro passo verso il Far West.






