Con lo scambio avvenuto durante la notte tra il 26 e il 27 febbraio che ha visto Hamas consegnare i corpi di quattro ostaggi e Israele liberare 602 prigionieri palestinesi sembra terminata la prima fase della tregua. La seconda fase prevede l’avvio di negoziati indiretti tra le parti, mediati da altri soggetti internazionali come l’Egitto le Nazioni Unite o i paesi del Golfo, per raggiungere un accordo più duraturo. In questa fase si dovranno affrontare questioni come la rimozione delle restrizioni su Gaza e la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate.
E’ del tutto evidente che l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha cambiato notevolmente le prospettive future non solo di Gaza ma dell’intera questione Israelo-palestinese. Il video fatto girare sia da Musk che da Trump nel quale si immagina quale potrebbe essere, secondo le allucinanti idee dei due, il futuro della Striscia la dice lunga sulla visione che Stati uniti e, a seguire, l’attuale dirigenza israeliana hanno sulla sorte del popolo palestinese.
Nel video i palestinesi, semplicemente, non ci sono così come non esistono nella testa e nella visione delle due dirigenze. Ma la presidenza Trump aggiunge un altro sinistro elemento di analisi. Alza il velo sulle reali intenzioni della precedente amministrazione Biden nei confronti della Palestina, che erano quelle di assecondare il progetto di sterminio di Netanyahu. Gli Usa non avevano alcun piano per Gaza se non il suo svuotamento tramite le uccisioni di massa dei civili, coronato dell’emigrazione finale nei Paesi arabi vicini dei profughi sopravvissuti. Lo provano le tonnellate di bombe inviate per oltre un anno a Israele e il sabotaggio di tutte le risoluzioni dell’ONU e del Tribunale Internazionale di Giustizia.
Israele ha dato di sé, con l’operazione contro Hamas, l’immagine di uno Stato genocida che ha mostrato tutta la sua volontà di pulizia etnica nei confronti di un intero popolo, una violenza ed un razzismo persecutorio e omicida nei confronti della popolazione civile indegna di uno stato che si ritiene democratico. Nonostante tutto ciò, l’uccisione di oltre quarantamila palestinesi, centomila feriti, la distruzione quasi totale delle loro case a Gaza, l’abbattimento di pressoché tutte le strutture civili, delle infrastrutture, dei servizi che la rendevano abitabile, nonostante tutto Israele sembra essersi infilata in un cul de sac.
Il prevedibile rifiuto dei paesi limitrofi ad accogliere eventualmente la popolazione palestinese toglie credibilità al progetto di svuotamento della striscia di Gaza e alla sua riunificazione allo stato di Israele. Non bastano i deliranti video e altrettanti deliranti proclami per rimuovere il problema e completare l’espropriazione dell’intera Palestina iniziata nel 1948.
I guerriglieri di Hamas hanno subito perdite rilevanti, ma sono ancora attivi nei loro nascondigli, nel loro tunnel e nelle loro retrovie. Essi godono di un bacino illimitato di reclutamento, che viene dalle giovani generazioni arabe allevate nell’odio dello Stato d’Israele, come si può pensare che questa forza militare possa essere messa a tacere con un accordo che, come il fallito Patto di Abramo, sarebbe preso sulla testa del popolo palestinese da soggetti estranei, comunque la si voglia vedere, alla volontà popolare che continua a gridare a gran voce la propria irriducibile volontà di rimanere sulla terra che fu dei loro avi e che vogliono che rimanga alle future generazioni di palestinesi?
Oggi appare chiaro che l’esercito di Israele ha bombardato Gaza non per stanare i soldati di Hamas come sosteneva Benjamin Bibi Netanyahu, e ripeteva in coro la stampa occidentale ma per sottrarre al popolo di Palestina ogni possibilità di sopravvivenza in quel che rimane delle loro terre. Ma se questo è l’obiettivo ultimo di questa guerra può sembrare paradossale affermarlo ma Israele, da questo punto di vista, la guerra l’ha persa.
Certo rimane il fatto che, se tutto venisse rispettato, nella seconda fase della tregua e ancor più nella terza dove si mira a creare le condizioni per una pace più stabile e duratura con l’implementazione di un accordo a lungo termine che affronti le cause profonde del conflitto, inclusi temi come la libertà di movimento, lo sviluppo economico di Gaza e la sicurezza di Israele si dovrebbero aprire le prospettive per una soluzione definitiva della quale, al momento però, non si vede la luce.
Sarebbe veramente paradossale se, al termine di un conflitto di queste dimensioni, Israele si dovesse trovare a trattare con la dirigenza palestinese, all’interno della quale non si potrebbe negare la partecipazione dei dirigenti di Hamas, l’esistenza di una entità palestinese quale che sia (stato indipendente, regione autonome o altro). Ma d’altra parte non è esattamente quello che sta succedendo in Ucraina?
Sono tempi questi in cui una qualsiasi analisi deve essere fatta avendo una visione molto più ampia della singola zona di crisi. Dopo la globalizzazione dell’economia siamo entrati definitivamente dentro l’epoca della globalizzazione della politica internazionale. L’interazione tra varie aree di crisi è tale per cui le singole dinamiche locali non hanno spiegazione se non all’interno di una analisi di più ampio respiro.
Vale questo per la Palestina come per l’Ucraina, per la guerra civile in Sudan e per tutte quelle situazioni locali che sembrano inspiegabili ma che inserite nel risiko mondiale assumono un ben più chiaro e drammatico ruolo. E’, forse, la Terza guerra mondiale a pezzi come l’ha definita papa Bergoglio, a meno che Trump non cambi le carte in tavola, ma ha solo quattro anni di tempo per farlo e nel tempo storico quattro anni sono ben poca cosa.






