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GUERRA DI RELIGIONE | Non c’è nessuna persecuzione dei cristiani in Nigeria. La propaganda di Trump distoglie l’attenzione dalle cause profonde della violenza: povertà, competizione per le risorse e debolezza governativa

Il presidente Trump ha presentato il raid del 25 dicembre come un’operazione per proteggere i cristiani dalla persecuzione. Tuttavia, il governo nigeriano, i dati sulla violenza e le dinamiche geopolitiche dipingono un quadro molto più complesso. Il presidente Trump ha giustificato l’attacco con un post su Truth Social, definendolo un “attacco potente e mortale contro la feccia terroristica dell’Isis” che ha preso di mira “principalmente cristiani innocenti”.

Se guardiamo ai numeri, infatti, ci raccontano una storia diversa. Secondo i dati di Acled (Armed Conflict Location and Event Data), dall’inizio dell’insurrezione islamica nel nord-est della Nigeria, più di 16 anni fa, ci sono state circa cinquantamila vittime civili in tutto il paese, persone di tutte le fedi, la cifra di centomila cristiani uccisi che circola sui social americani, semplicemente non corrisponde alle evidenze disponibili.

C’è un dato ancora più significativo che la piattaforma nigeriana di fact checking Dubawa ha verificato: nelle regioni colpite dall’insurrezione, il rapporto tra vittime musulmane e cristiane è di nove ad uno. E questo non perché i terroristi risparmino qualcuno, ma perché semplicemente quelle aree del nord-ovest tra Sokoto e Zanfara sono densamente popolate da fedeli dell’Islam.

E’ una violenza che colpisce tutto ciò che incontra senza guardare in faccia al credo di chi finisce tra le vittime. E allora perché è stata costruita questa narrazione? L’analista nigeriano, Kabir Adamu è stato molto chiaro, in un’intervista ha affermato che Trump sta compiacendo la sua base evangelica. Sono loro che hanno portato questa storia a Washington insieme alla commissione degli Stati Uniti per la libertà religiosa internazionale, che nel suo rapporto di luglio ha inserito la Nigeria in una lista nera per violazioni della libertà religiosa. Una mossa che ha fatto infuriare il governo di Abuja, con il ministro dell’informazione Mohamed Idris che ha risposto definendo questa etichetta come il “frutto di una percezione distorta, un mosaico di dati errati che ignora la complessità di una democrazia multi-religiosa dove i cristiani e musulmani vivono intrecciati da generazioni”.

Questa retorica si inserisce in una narrativa più ampia, sostenuta da alcuni ambienti conservatori statunitensi, che dipinge i cristiani nigeriani come vittime di un “genocidio”. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha commentato l’operazione con un trionfale “Merry Christmas” su X.

La versione di Washington è stata prontamente e decisamente smentita dal governo nigeriano. Il ministro degli Esteri Yusuf Maitama Tuggar ha chiarito che si è trattato di “un’operazione congiunta” contro i “terroristi” e che “non ha nulla a che fare con una religione in particolare. Le autorità di Lagos hanno sottolineato come l’attacco fosse diretto contro una minaccia terroristica globale, non una crociata religiosa.

La violenza nel Paese ha radici complesse che vanno oltre lo schema religioso: scontri tra pastori (prevalentemente musulmani) e agricoltori (prevalentemente cristiani) per l’accesso a terre e risorse idriche alimentano cicli di rappresaglie nella Nigeria centrale. Il presidente nigeriano Bola Tinubu, in un messaggio natalizio, ha chiesto pace tra tutte le fedi e si è impegnato a proteggere “cristiani, musulmani e tutti i nigeriani”.

Questa situazione di insicurezza costa alla Nigeria miliardi di dollari ogni anno in agricoltura interrotta e in commerci bloccati. Ma un intervento militare straniero percepito come invasivo potrebbe costare ancora di più in termini di fiducia nei mercati.

Il raid americano in Nigeria è un esempio lampante di come una crisi umanitaria complessa venga spesso ridotta a uno schema semplice per fini politici. Presentare il conflitto come una persecuzione religiosa dei cristiani non solo è inaccurato, ma è anche potenzialmente dannoso, rischia di esacerbare le tensioni interreligiose in Nigeria e di distogliere l’attenzione dalle cause profonde della violenza, come la povertà, la competizione per le risorse e la debolezza governativa. La cooperazione tra Stati Uniti e Nigeria per combattere il terrorismo può essere legittima e necessaria. Tuttavia, come ricorda il consigliere per la sicurezza nazionale nigeriano Daniel Bwala, qualsiasi azione deve rispettare la sovranità del Paese ed essere condotta congiuntamente. La strada per la pace in Nigeria non passerà attraverso semplificazioni propagandistiche, ma attraverso un impegno concreto per affrontare le ragioni multifattoriali dell’instabilità, a beneficio di tutti i nigeriani, a prescindere dalla loro fede.



 

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