Editoriale

Stammi vicino, ma non mi toccare. Il caso Brexit nulla insegna ai nostri sovranisti che vivono in un mondo al contrario

Sono passati nove anni da quando Nigel Paul Farage, politico e conduttore televisivo britannico, leader e fondatore del Brexit Party , e già leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito dal 2010 al 2016, festeggiò il suo indiscusso trionfo: aver vinto il referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Il referendum che si tenne il 23 giugno del 2016 è stato uno dei più importanti eventi avvenuti in Europa e forse nell’intero Occidente in tempi recenti. I cittadini del Regno Unito votarono l’uscita dall’Unione Europea. Quattro anni dopo, il 31 gennaio 2020, dopo estenuanti trattative, la Brexit è stata definitivamente portata a termine.

Il Regno Unito non aveva adottato l’euro e aveva uno status speciale che ne faceva più un partner privilegiato che un membro a tutti gli effetti. Ciò nonostante i sostenitori del Leave ritenevano che l’UE limitasse l’autonomia del Regno Unito con regolamenti eccessivi e che uscire dall’UE avrebbe restituito al Parlamento britannico il pieno controllo sulle proprie leggi. Eliminare le normative UE avrebbe semplificato gli affari per le imprese, stimolando l’imprenditorialità. Una delle promesse di Farage e compagni era quella di reinvestire, specialmente nella sanità pubblica del Regno Unito i contributi versati all’UE circa 350 milioni di sterline a settimana, secondo la campagna Leave dato, anche questo come tanti altri, rivelatosi una fake news. Un altro dei pilastri dei breakers era il ripristino del controllo dei confini per limitare l’immigrazione dall’UE, ritenuta dannosa per l’occupazione locale e i servizi pubblici. I leader pro Brexit, come Boris Johnson, assicuravano, quindi che un accordo vantaggioso con l’UE sarebbe stato raggiunto rapidamente, senza danni economici. Ci sono invece voluti quattro anni di estenuanti trattative e i risultati sono stati decisamente diversi da quelli auspicati.

Il primo, importante, dato è che Brexit è costata il 3,25 percento del prodotto interno lordo del Regno Unito, dovuto principalmente alla riduzione del proprio export verso l’Unione Europea di quasi il 7 per cento, con un costo di oltre trenta miliardi di sterline per le casse dello stato. Non solo, ma l’intera operazione che comprende tutte le varie procedure e il saldo dei debiti che il Regno Unito aveva con l’Unione Europea, è costata oltre 35 miliardi di euro di sterline.

Uno dei danni maggiori dal punto di vista industriale è il calo del 4 per cento della produttività da quando c’è stata la Brexit e soprattutto l’aumento degli immigrati, uno dei punti più qualificanti della campagna Leave. La Brexit, che era iniziata per evitare l’invasione degli europei dell’est che erano percepiti come immigrati pericolosi per l’equilibrio occupazionale, ha visto invece un aumento di 2,8 milioni di nuovi immigrati che non sono europei ma tutti extraeuropei. Se c’era una emergenza immigrazione nel Regno Unito si può dire che non solo c’è ancora, ma si è anche aggravata sia nei numeri sia nella tipologia degli immigrati.

C’è poi una conseguenza di natura strettamente finanziaria, fino al 2016 Londra era la capitale mondiale degli scambi finanziari a livello globale. Dopo il 2016 i grandi gruppi hanno abbandonato la City, quindi Londra, e hanno dirottato i loro capitali verso New York, Parigi, Berlino e anche verso Milano.

L’aspetto più grave della faccenda riguarda l’assetto istituzionale. Se il referendum sull’indipendenza della Scozia tenutosi il 18 settembre 2014 vinto dai NO con il 54,3 per cento dei voti si fosse tenuto a Brexit raggiunta l’esito sarebbe stato sicuramente diverso. Subito dopo il 23 giugno 2016 dove il 62 per cento degli scozzesi aveva scelto di rimanere nell’UE, Nicola Sturgeon, eletta leader dello Scottish National Party (SNP) nel 2014 con l’obiettivo proprio di realizzare una nuova consultazione sull’indipendenza avanzò una nuova proposta per un secondo referendum di indipendenza, sostenendo che il Regno Unito uscito dall’UE non rappresentava più la volontà della Scozia. Non andò meglio dall’altra parte del Mare d’Irlanda o Muir Éireann come lo chiamano i “Paddy”.

Il governo irlandese, guidato dall’allora Taoiseach (Primo Ministro) Enda Kenny, espresse immediato timore per il rischio di un ritorno ad un confine fisico tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Un confine “duro” avrebbe minacciato gli Accordi del Venerdì Santo del 1998, che avevano garantito, fino a quel momento, pace e libera circolazione dopo decenni di conflitto. Si temeva che i controlli doganali avrebbero danneggiato le comunità di confine, interrotto le catene di approvvigionamento e riacceso tensioni settarie. Sondaggi post Brexit indicarono che anche il 48 per cento dei nordirlandesi preferiva l’unificazione con l’Irlanda all’interno dell’UE piuttosto che rimanere nel UK indipendente dall’Europa.

A fronte di questi numeri e di questi problemi c’è da dire che i cittadini britannici hanno riacquistato la loro sovranità totale, su questo non ci sono dubbi. Ne è valsa la pena? A leggere i sondaggi che mostrano come il 59 per cento della popolazione ritiene la Brexit dannosa per l’economia, con solo il 12 per cento soddisfatto, sembrerebbe emergere un certo pentimento da parte degli elettori, se si ripetesse il referendum probabilmente l’esito sarebbe totalmente diverso. Questa esperienza è un monito anche per i nostri sovranisti e tutti quelli che starnazzano di un’Italia fuori dall’UE e dall’Euro. Ma con chi non vuole intendere non c’è modo di dialogare.




 

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