Quattro giornaliste e un’avvocata arrestate dopo aver partecipato a un incontro dedicato alle donne e ai loro diritti. Circa sei mesi di detenzione. Ora sono libere, ma la domanda resta la più semplice: perché erano finite in carcere?
Le Rapid Support Forces (RSF), la formazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, “Hemedti”, hanno rilasciato a Nyala, capitale del Darfur meridionale, le giornaliste Manahil Mustafa, Ishraqa Abdelrahman, Mawahib Ibrahim e Zahra Mohamed El Hassan e l’avvocata Magda Hassan Ali.
Secondo Radio Dabanga, le cinque donne erano state arrestate dopo aver partecipato, lo scorso febbraio, a un workshop dedicato alle questioni e ai diritti delle donne.
Tre delle giornaliste — Ishraqa Abdelrahman, Mawahib Ibrahim e Zahra Mohamed El Hassan, tutte legate a Nyala Radio — erano state arrestate il 28 febbraio. Il Committee to Protect Journalists aveva denunciato che erano detenute senza accuse formali e senza essere portate davanti a un tribunale. Proprio il 7 settembre, poche ore prima che arrivasse la notizia della liberazione, il Cpj e sedici organizzazioni della società civile avevano nuovamente chiesto alle RSF di rilasciarle immediatamente, segnalando un deterioramento delle loro condizioni di salute.
Le RSF hanno liberato anche El Hadi Abdelrahman, già direttore generale del ministero dell’Istruzione, dopo oltre un anno e mezzo trascorso nella prigione di Dagris, sempre nel Darfur meridionale.
La liberazione non chiude però il capitolo delle sparizioni e delle detenzioni nella guerra sudanese. Il Sindacato dei giornalisti sudanesi ha denunciato nei giorni scorsi che cinque suoi membri risultano ancora vittime di sparizione forzata e che non si conoscono né il loro destino né il luogo nel quale si trovano.
Sono Ashraf El Habr, scomparso a Omdurman nel novembre 2024; Mustafa Fadl El Mawla, direttore generale dell’emittente radiotelevisiva del Darfur centrale, scomparso nel settembre 2025; il fotoreporter Magdi Youssef El Zein, Mohamed Hussein Shalabi e il giornalista Musab El Hadi, tutti scomparsi nell’autunno 2025.
Il sindacato chiede che siano resi immediatamente noti il luogo e le condizioni di detenzione, che possano comunicare con familiari e avvocati e che venga condotta un’indagine indipendente. Il punto riguarda direttamente la possibilità stessa di raccontare la guerra: i giornalisti non sono combattenti e fare informazione o esprimere un’opinione non può diventare motivo di arresto, sparizione o rappresaglia.
La guerra iniziata nell’aprile 2023 tra le Sudanese Armed Forces (SAF), guidate dal generale Abdelfattah El Burhan, e le RSF di Hemedti ha trasformato il Sudan in uno dei luoghi più pericolosi al mondo anche per chi cerca di documentare ciò che accade. Arresti arbitrari, intimidazioni, sparizioni e violenze contro civili e operatori dell’informazione accompagnano un conflitto nel quale nessuno dei due fronti può essere raccontato come la parte “buona”: anche forze e gruppi alleati dell’esercito regolare sono stati accusati di detenzioni arbitrarie e repressione dei giornalisti.
Intanto qualcosa si muove, almeno sul piano diplomatico. L’inviato speciale dell’Onu per il Sudan, Pekka Haavisto, ha incontrato il 6 settembre a Khartoum El Burhan chiedendo una de-escalation, la protezione dei civili e un cessate il fuoco. Haavisto ha indicato inoltre la possibilità di lavorare a uno scambio di prigionieri e detenuti civili, in stretta collaborazione con il Comitato internazionale della Croce Rossa.
È ancora poco rispetto alle dimensioni della tragedia sudanese. Ma proprio la storia delle quattro giornaliste liberate ricorda cosa significhi parlare di “detenuti civili”: dietro una formula diplomatica possono esserci persone arrestate senza processo, famiglie che per mesi non sanno dove siano finite, giornalisti che scompaiono mentre cercano di raccontare una guerra.
Quattro giornaliste sono tornate libere. Almeno cinque loro colleghi risultano ancora scomparsi. È da lì che bisogna continuare a guardare.
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