Oltre duecento realtà contestano il disegno di legge Romeo e chiedono che l’Italia scelga la Dichiarazione di Gerusalemme al posto della definizione Ihra. Il nodo non è la lotta all’antisemitismo, necessaria, ma il confine tra odio contro gli ebrei e critica allo Stato di Israele. Due dirigenti di ricerca del Cnr mostrano cosa è già accaduto nelle università americane e tedesche.
Mercoledì 9 settembre, dalle 13, davanti a Montecitorio, giornalisti, sindacati, associazioni, studenti, docenti, giuristi, organizzazioni per i diritti umani, movimenti per la Palestina e gruppi ebraici scenderanno in piazza contro il disegno di legge sull’antisemitismo. La mobilitazione, alla quale hanno aderito anche la Federazione nazionale della stampa italiana e numerose organizzazioni della società civile, si svolgerà mentre alla Camera riprende l’esame del provvedimento.
Anche Fotosintesi.info aderisce alla mobilitazione.
Lo facciamo proprio perché l’antisemitismo è una forma di razzismo e va combattuto senza ambiguità. Ma combattere l’odio contro gli ebrei non può significare rendere più difficile per giornalisti, studiosi, associazioni e cittadini criticare le decisioni di un governo, documentare l’occupazione dei Territori palestinesi o denunciare violazioni dei diritti umani e crimini commessi dallo Stato di Israele.
È questo il punto politico e giuridico intorno al quale ruota la manifestazione.
CHE COSA DICE DAVVERO IL DDL
Il provvedimento nasce dall’iniziativa del capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo, insieme a Daisy Pirovano e Giorgio Maria Bergesio. Il Senato lo ha approvato il 4 marzo 2026, assorbendo altre proposte sull’antisemitismo; il testo è passato alla Camera come C.2830.
Una precisazione è indispensabile. Il testo approvato dal Senato stabilisce espressamente che restano ferme la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione. Non sarebbe quindi corretto sostenere che il Parlamento stia semplicemente introducendo il divieto di criticare Israele.
Il problema contestato dalla Fnsi e dalle organizzazioni che saranno in piazza è più sottile e proprio per questo merita di essere preso sul serio.
Il ddl adotta infatti come riferimento la definizione operativa di antisemitismo formulata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance, la Ihra, «ivi inclusi i relativi indicatori, necessari ai fini dell’applicazione della legge».
Ed è sugli indicatori e sulla loro applicazione concreta che da anni si concentra la controversia internazionale.
La definizione Ihra considera l’antisemitismo una determinata percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. A questa definizione sono associati undici esempi applicativi. Diversi riguardano Israele: tra questi l’applicazione di doppi standard allo Stato israeliano o la negazione al popolo ebraico del diritto all’autodeterminazione.
La stessa Ihra precisa che una critica a Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro Paese non può essere considerata antisemita. È una precisazione importante. Ma proprio l’interpretazione degli altri esempi ha prodotto una lunga controversia internazionale.
UN’ALTRA DEFINIZIONE È POSSIBILE
Nel 2021 oltre duecento studiosi di antisemitismo, storia ebraica, Olocausto, Israele, Palestina e Medio Oriente elaborarono per questo una definizione alternativa: la Jerusalem Declaration on Antisemitism, la Dichiarazione di Gerusalemme, che oggi conta più di quattrocento firmatari.
La sua formulazione centrale è più netta: antisemitismo significa discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei.
La Dichiarazione affronta esplicitamente anche Israele e Palestina. Sostenere i diritti dei palestinesi, criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, documentare discriminazioni sistematiche o criticare Israele con gli stessi criteri utilizzati per altri Stati non costituisce, di per sé, antisemitismo.
È questa la strada che Fnsi, Rete #NoBavaglio e le organizzazioni della mobilitazione chiedono all’Italia di seguire.
CHE COSA È SUCCESSO DOVE L’IHRA È GIÀ ARRIVATA
Qui la discussione smette di essere teorica.
Il 6 settembre Pressenza ha pubblicato un’analisi di David Armando e Leonardo Pica Ciamarra. E vale la pena soffermarsi su chi siano gli autori.
David Armando è dirigente di ricerca dell’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del Consiglio nazionale delle ricerche, il Cnr-Ispf. È stato primo ricercatore dello stesso istituto e fa parte dal 2018 del Collegio dei docenti del dottorato in Storia, antropologia e religioni della Sapienza Università di Roma. È inoltre associato a istituzioni di ricerca francesi.
Leonardo Pica Ciamarra è anch’egli dirigente di ricerca del Cnr-Ispf, dove svolge attività nell’ambito della storia del pensiero filosofico e dei saperi umanistici; è stato responsabile del Centro di umanistica digitale dell’Istituto e il catalogo istituzionale Cnr documenta una lunga produzione scientifica.
Non dunque due commentatori prestati alla polemica politica, ma due ricercatori che studiano le istituzioni della conoscenza e le condizioni nelle quali ricerca e sapere possono essere esercitati.
La loro domanda è semplice: che cosa è successo nei Paesi e nelle istituzioni che hanno già assunto la definizione Ihra come riferimento?
Negli Stati Uniti, ricordano Armando e Pica Ciamarra, durante il primo mandato di Donald Trump un ordine esecutivo del 2019 dispose che nell’applicazione del Titolo VI del Civil Rights Act le autorità federali tenessero conto della definizione Ihra.
Con la seconda amministrazione Trump il conflitto è esploso. Il governo federale ha aperto indagini sulle università e utilizzato anche la gestione degli episodi denunciati come antisemitismo e delle proteste filopalestinesi nella battaglia sui finanziamenti federali.
Columbia, sotto la minaccia di perdere centinaia di milioni di dollari, ha accettato una serie di richieste governative e adottato provvedimenti nei confronti di studenti coinvolti nelle proteste. Harvard ha inizialmente scelto di resistere e si è trovata di fronte al congelamento di miliardi di finanziamenti.
Non significa che ogni provvedimento adottato dalle autorità statunitensi discenda automaticamente dalla definizione Ihra. Significa però, osservano i due ricercatori, che quella definizione è entrata nel dispositivo amministrativo attraverso il quale viene stabilito che cosa possa essere considerato antisemitismo e quindi diventare oggetto di intervento delle autorità.
È questa distinzione a interessare l’Italia.
NON SERVE UNA CENSURA SCRITTA IN MAIUSCOLO
Anche la Germania offre materiale su cui riflettere. Nel 2019 la Conferenza dei rettori delle università tedesche ha adottato la definizione Ihra come riferimento per individuare episodi di antisemitismo. Successivamente essa è entrata in programmi, linee guida e pratiche istituzionali.
Armando e Pica Ciamarra ricordano, tra gli altri casi, la cancellazione nel novembre 2025 alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco del workshop “The Targeting of Palestinian Academia”, al quale avrebbero partecipato studiosi palestinesi e israeliani, e l’annullamento all’Università Leibniz di Hannover di un’iniziativa organizzata da Udi Raz, studioso ebreo critico verso le politiche israeliane.
È probabilmente questo il passaggio più interessante dell’intera discussione sul ddl Romeo.
Una norma non deve necessariamente stabilire «è vietato criticare Israele» per restringere lo spazio della critica.
Può essere sufficiente introdurre una definizione dentro regolamenti, procedure amministrative, criteri di finanziamento, codici universitari, strutture di controllo e valutazioni disciplinari. Il risultato possibile non è soltanto la censura dall’alto. È qualcosa di più difficile da misurare: l’autocensura.
Un docente rinuncia a organizzare un convegno. Un’università preferisce non invitare uno studioso. Un’associazione cambia il titolo di un incontro. Un giornalista si domanda se una parola possa procurargli una denuncia o una contestazione. Un direttore decide che quella storia è meglio lasciarla perdere.
Nessuno ha formalmente vietato di parlare. Eppure qualcosa non viene più detto.
LA PIAZZA E L’ATTACCO ALLA FNSI
La mobilitazione del 9 settembre ha assunto nel frattempo un significato ulteriore dopo l’attacco del presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, alla Fnsi. Secondo Meghnagi, l’adesione del sindacato dei giornalisti alla manifestazione finirebbe per legittimare un clima di violenza contro gli ebrei.
La Rete #NoBavaglio ha respinto duramente questa accusa e ha espresso solidarietà alla Federazione della stampa.
Il punto merita di essere tenuto fermo da entrambe le parti.
Gli episodi di antisemitismo esistono. L’odio antiebraico esiste. Le minacce contro cittadini e comunità ebraiche devono essere perseguite e non minimizzate in nome della causa palestinese.
Ma proprio per questo confondere l’antisemitismo con la critica alle decisioni del governo Netanyahu rischia di ottenere il risultato opposto: indebolire la lotta contro l’antisemitismo trasformando una parola che indica una forma precisa e terribile di razzismo in una categoria utilizzabile nella contesa politica.
INTANTO, IN PALESTINA
La discussione italiana non avviene nel vuoto.
Mentre discutiamo delle parole con le quali sia consentito raccontare Israele, nei Territori palestinesi occupati continuano le operazioni militari israeliane, le uccisioni di civili e le violenze dei coloni in Cisgiordania.
Nelle ultime ore nuovi attacchi israeliani a Gaza hanno provocato altre vittime civili, compresi bambini. In Cisgiordania la violenza dei coloni ha raggiunto livelli tali che persino l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, certamente non sospettabile di ostilità verso lo Stato israeliano, durante una visita a Turmus Ayya ha definito gli autori di alcune violenze «terroristi» e gli attacchi «atti di terrorismo».
È precisamente davanti a questa realtà che la libertà di informazione smette di essere un principio astratto.
Un giornale deve poter verificare un bombardamento e raccontarlo. Deve poter documentare un insediamento illegale, un’aggressione di coloni, l’uccisione di un civile palestinese. Deve poter distinguere il governo Netanyahu dallo Stato di Israele, Israele dagli ebrei, gli ebrei dal sionismo e il sionismo dall’ebraismo.
E deve poter criticare ciascuno di questi soggetti quando i fatti lo richiedono senza trasformare una responsabilità politica in una responsabilità etnica o religiosa.
Questo vale anche nella direzione opposta: nessuna responsabilità del governo israeliano può essere attribuita agli ebrei in quanto tali.
È proprio questa distinzione che dovrebbe rendere più forte la battaglia contro l’antisemitismo, non più debole.
FOTOSINTESI.INFO ADERISCE
Per queste ragioni Fotosintesi.info aderisce alla manifestazione del 9 settembre.
Non aderiamo contro gli ebrei. Non aderiamo contro la lotta all’antisemitismo. Aderiamo anche perché siamo contro l’antisemitismo.
E proprio perché conosciamo la storia europea sappiamo quanto sia pericoloso trasformare un popolo, una religione o un’origine in una responsabilità collettiva.
Ma la stessa storia dovrebbe averci insegnato un’altra cosa: uno Stato, un esercito e un governo restano sottoposti al giudizio dei cittadini, della stampa, degli studiosi e del diritto internazionale.
Mercoledì a Montecitorio ci saranno oltre duecento realtà con storie e posizioni differenti. Non occorre condividerle tutte.
Su una cosa Fotosintesi.info non ha dubbi: la lotta all’antisemitismo e la libertà di informazione non sono nemiche. Se una delle due viene utilizzata per cancellare l’altra, perdiamo entrambe.
RIFERIMENTI ESSENZIALI
- Camera dei deputati, proposta di legge C.2830, “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”, approvata dal Senato il 4 marzo 2026.
- David Armando e Leonardo Pica Ciamarra, “La definizione di ‘antisemitismo’ dell’IHRA e l’attacco alle libertà accademiche nel panorama internazionale”, Pressenza, 6 settembre 2026.
- Jerusalem Declaration on Antisemitism, 2021.
- Comunicato Rete #NoBavaglio sulla mobilitazione del 9 settembre 2026.
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