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TANTE COSE NON LE SO | Elisa Levi, la giovane scrittrice spagnola che seduce con il mistero della trasformazione

E’ il suo primo libro tradotto in italiano grazie a Marta Rota Núñez.“Tante cose non le so”, in uscita il 15 aprile, di Elisa Levi per i tipi di SUR, una casa editrice indipendente nata nel 2011, è uno di quei romanzi che sembrano piccoli, quasi silenziosi, ma che riescono a insinuarsi sotto la pelle con una forza inattesa. Fin dalle prime pagine, la voce di Lea si impone con una naturalezza disarmante: ha diciannove anni, vive in un luogo sospeso, e porta dentro di sé una consapevolezza fragile ma lucidissima del mondo.

Il romanzo muove attorno a un momento preciso, quasi immobile: un pomeriggio, una sigaretta, un incontro casuale con uno sconosciuto. Eppure, dentro questo spazio apparentemente minimo, si apre un racconto vastissimo. Lea parla, racconta, si racconta. Il suo è un monologo che non cerca effetti, ma verità. Una verità che non è mai totale, mai definitiva, ma sempre in movimento.

Il titolo è già una dichiarazione poetica. “Tante cose non le so” non è un limite, ma una posizione esistenziale. Lea sa di non sapere, e proprio per questo osserva, ascolta, attraversa il mondo con uno sguardo aperto, vulnerabile. La sua ignoranza diventa uno strumento di conoscenza, un modo per restare dentro le cose senza pretendere di dominarle.

Il contesto in cui si muove è altrettanto significativo. Un paese piccolo, quasi isolato, dove tutto sembra immobile. Ma è solo un’apparenza. Sotto la superficie, i personaggi sono attraversati da desideri, tensioni, inquietudini. Il mondo che circonda Lea non è mai completamente definito: c’è una sensazione costante di straniamento, come se qualcosa fosse cambiato in modo irreversibile.

Ed è proprio questo uno dei nuclei più forti del romanzo: la percezione di una frattura. Lea racconta che “ieri il mondo è finito”, e da quel momento tutto appare diverso. Non si tratta di un evento spettacolare, ma di una trasformazione sottile, quasi impercettibile. È il passaggio dall’adolescenza a qualcosa di più complesso, più incerto.

La scrittura di Elisa Levi è elegante, essenziale, capace di costruire immagini precise senza mai appesantire il testo. C’è una musicalità nel ritmo, una cura nel dettaglio che rende ogni scena viva. Il linguaggio è semplice solo in apparenza: sotto la superficie, si muove una struttura molto consapevole, che tiene insieme introspezione e narrazione.

Un elemento particolarmente riuscito è il rapporto tra Lea e il bosco. Questo spazio mai attraversato diventa simbolo di ciò che non si conosce, di ciò che si teme, ma anche di ciò che attrae. Il bosco è il limite e la possibilità, il confine tra ciò che si è e ciò che si potrebbe diventare.

“Tante cose non le so” è un romanzo che parla di crescita, ma senza mai cadere nei cliché del coming of age. Non c’è un percorso lineare, non c’è una trasformazione definitiva. C’è piuttosto un processo, un continuo oscillare tra sapere e non sapere, tra restare e partire.

Alla fine della lettura, resta una sensazione precisa: quella di aver ascoltato una voce autentica. Una voce che non pretende di spiegare il mondo, ma che prova a stare dentro di esso con sincerità. Ed è proprio questa la sua forza.

Questa scrittrice contemporanea si distingue, insomma, per uno stile raffinato e una particolare attenzione alle dinamiche interiori dei suoi personaggi. La sua narrativa si muove spesso tra realismo e suggestione, esplorando i momenti di passaggio, le fratture invisibili e le trasformazioni emotive. Con “Tante cose non le so” si conferma come una voce sensibile e originale nel panorama letterario contemporaneo, capace di raccontare la complessità senza rinunciare alla leggerezza della forma.

Elisa Levi (Madrid, 1994) ha studiato Comunicazione Audiovisiva e Arti Performative all’Università Europea di Madrid e drammaturgia alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo romanzo, Perché le città piangono (“Levi trascende la letteratura millenaria e intona un non serviam di lignaggio romantico che si ricollega al fatalismo generazionale di un Werther o al ‘precoce disordine e dolore’ di Thomas Mann, una tradizione che Levi rivive con intensità e intelligenza”, Carlos Pardo, Babelia), e ha contribuito all’antologia Non ricordo più cosa volevo essere da grande (2019). È anche autrice della raccolta di poesie Persa in una ciotola di cereali (2016) e dell’opera teatrale Rami tra i capelli, presentata in anteprima a Madrid nel 2017.

 

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