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IL NEMICO | Stefania Limiti riapre il 1992: Falcone e Borsellino guardavano oltre la mafia

Nel nuovo libro della giornalista investigativa, il biennio delle stragi diventa la lente per leggere la crisi italiana alla fine della guerra fredda: Cosa nostra, apparati, neofascismo, nuovi equilibri politici e il ruolo del Ros. Al centro, gli ultimi mesi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.


Ci sono giornalisti che inseguono le notizie e giornalisti che tornano per anni negli stessi punti oscuri della storia italiana, finché carte, testimonianze e contraddizioni non cominciano a comporre un disegno. Stefania Limiti appartiene a questa seconda specie. Da tempo indaga lo stragismo, gli apparati, i poteri paralleli e quelle zone della Repubblica dove la verità giudiziaria non sempre riesce a esaurire la verità storica.

Nel suo nuovo libro, Il nemico. L’Italia di Falcone e Borsellino, quella del generale Mori, pubblicato da Donzelli, Limiti torna sul biennio che cambiò l’Italia. Non soltanto sulle stragi di Capaci e di via d’Amelio, ma sul sistema di potere dentro cui maturarono. Mafia, neofascismo, apparati dello Stato, fine della guerra fredda, dissoluzione della Prima Repubblica, ambizioni personali e nuovi equilibri politici entrano nello stesso campo d’indagine.

Il libro nasce da una vasta mole di fonti d’archivio, testimonianze e dossier giudiziari e prova a ricomporre ciò che per troppo tempo è stato raccontato per compartimenti separati. Il punto è proprio questo: il 1992 non comincia sull’autostrada di Capaci e non finisce in via d’Amelio.

In pochi mesi crolla un sistema politico che aveva governato l’Italia per quasi mezzo secolo. La guerra fredda è terminata. Tangentopoli travolge partiti e classi dirigenti. Cosa nostra porta l’attacco al cuore dello Stato. E nel mezzo vengono assassinati i due magistrati che più di altri avevano imparato una cosa elementare e terribile: la mafia non vive soltanto di mafia.

Il nemico diventa più grande

Al centro del racconto di Limiti ci sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino negli ultimi mesi della loro vita. La loro idea del «nemico», sostiene l’autrice, si allarga. Non soltanto Riina, Provenzano, i mandamenti, gli uomini d’onore. Intorno a Cosa nostra emergono connessioni, interessi, interlocutori e protezioni che portano verso altri mondi.

È qui che il lavoro della giornalista mostra il suo metodo. Non cerca il documento miracoloso capace di spiegare tutto: mette in relazione frammenti accumulati in oltre trent’anni di indagini, processi, commissioni parlamentari e archivi. Da L’anello della Repubblica a Doppio livello, da La strategia dell’inganno a Colpevoli, Potere occulto e L’estate del golpe, il filo è sempre lo stesso: capire come funziona il potere quando smette di essere immediatamente visibile.

Mori, il Ros e il dialogo con Ciancimino

Nel libro assume inevitabilmente un ruolo centrale Mario Mori e, con lui, il Ros dei carabinieri. Dopo Capaci, gli ufficiali Giuseppe De Donno e Mario Mori avviarono contatti con Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e uomo di collegamento con Cosa nostra. Quei contatti sono entrati nella storia sotto la definizione di trattativa Stato-mafia e hanno prodotto uno dei procedimenti giudiziari più complessi degli ultimi decenni.

Sul piano penale il percorso si è concluso nel 2023 con l’assoluzione definitiva di Mori, Antonio Subranni e De Donno per non aver commesso il fatto. Ma resta la questione storica che Limiti rimette al centro: perché uomini dello Stato, nel pieno delle stragi, cercarono un canale di comunicazione con Cosa nostra? Chi ne era informato? Quale risultato pensavano di ottenere?

Sono domande che riportano dentro il clima eccezionale dell’estate del 1992, quando lo Stato combatteva la mafia e contemporaneamente alcuni suoi uomini cercavano un contatto con persone vicine ai vertici mafiosi.

Cinquantasette giorni

Tra Capaci e via d’Amelio trascorrono appena cinquantasette giorni. È difficile pensare a Paolo Borsellino in quelle settimane soltanto come a un magistrato intento a continuare il lavoro dell’amico assassinato. Borsellino corre. Incontra persone, prende appunti, cerca informazioni sulla morte di Falcone. Sa di essere nel mirino.

Poi arriva il 19 luglio. L’autobomba in via d’Amelio uccide Borsellino e cinque agenti della scorta. E immediatamente comincia un’altra storia: quella delle indagini sulla strage. Una storia nella quale oggi una parola non può più essere evitata: depistaggio.

Il 16 settembre 2026 la Cassazione ha reso definitiva la prescrizione per tre poliziotti accusati di calunnia nel procedimento sul depistaggio delle indagini. Al centro c’era la costruzione delle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino e di altri falsi collaboratori, una pista che per anni portò processi e condanne nella direzione sbagliata. Non è dunque soltanto una suggestione giornalistica rileggere oggi via d’Amelio chiedendosi che cosa sia accaduto dopo l’esplosione: il depistaggio è entrato nella storia giudiziaria della strage.

L’agenda che sparisce

Poi c’è l’agenda rossa. Paolo Borsellino la portava con sé e vi annotava appuntamenti, pensieri, incontri e informazioni. Dopo la strage scompare dalla sua borsa.

Le motivazioni della sentenza sul primo processo per il depistaggio hanno affermato che la sparizione dell’agenda non sarebbe riconducibile materialmente a Cosa nostra e che chi la sottrasse doveva potersi muovere indisturbato tra gli appartenenti alle forze dell’ordine presenti sul luogo dell’attentato. Nel 2026 il mistero è tutt’altro che chiuso e nel processo sul cosiddetto depistaggio bis sono emersi nuovi particolari sulla borsa di Borsellino e sui suoi passaggi di mano nelle ore successive all’attentato.

È uno dei punti in cui il lavoro di Limiti mostra tutta la sua forza. Non occorre inventare una grande cospirazione. Basta mettere in fila ciò che è già accaduto: un magistrato viene assassinato; la sua agenda scompare; una falsa pista investigativa condiziona per anni processi e condanne; oltre trent’anni dopo lo Stato continua a fare i conti con ciò che avvenne nelle indagini successive alla strage.

Non soltanto mafia

È qui che il titolo scelto da Limiti diventa significativo: Il nemico. Perché più si entra nel 1992, più diventa difficile confinare quella storia dentro la sola categoria della guerra tra Stato e mafia.

Cosa nostra mise l’esplosivo. Cosa nostra assassinò Falcone, Francesca Morvillo, gli uomini delle scorte e Paolo Borsellino. Ma la storia che viene prima e soprattutto quella che viene dopo obbligano a guardare anche altrove: alla politica, agli apparati, ai servizi, alle reti neofasciste, ai mutamenti internazionali seguiti alla fine della guerra fredda, alla crisi dei vecchi partiti e alla rapidissima formazione di un nuovo sistema politico. È precisamente questo lo spazio nel quale Stefania Limiti lavora da anni: il punto dove la cronaca giudiziaria finisce ma la domanda storica resta aperta.

Una Repubblica che cambiava pelle

Le stragi del 1992 e del 1993 avvengono mentre l’Italia cambia pelle. La Democrazia cristiana e il Partito socialista stanno scomparendo. Il Pci non esiste più. Mani Pulite travolge un’intera classe politica. Gli equilibri costruiti durante la guerra fredda vengono meno. Nel 1993 le bombe arrivano fuori dalla Sicilia: Firenze, Milano, Roma.

È dentro questa trasformazione che Limiti invita a collocare Capaci e via d’Amelio. Non più soltanto la vendetta di Riina contro i magistrati del maxiprocesso, ma un passaggio assai più complesso nel quale violenza mafiosa e crisi politica finiscono per incrociarsi.

La parte più inquietante non è l’idea di un unico burattinaio capace di dirigere ogni cosa, ma quella di un sistema composto da interessi diversi che, in determinati momenti, possono convergere: mafiosi che vogliono salvare il proprio potere; uomini delle istituzioni convinti di poter governare l’emergenza; settori politici alla ricerca di nuovi equilibri; apparati abituati, durante la guerra fredda, a muoversi in territori nei quali legalità e ragion di Stato non sempre coincidevano. È una configurazione del potere molto più difficile da raccontare di una piramide con un capo. Ed è proprio per questo che vale ancora la pena indagarla.

Il lavoro del giornalismo

A trentaquattro anni da Capaci e via d’Amelio conosciamo i nomi degli esecutori mafiosi. Conosciamo molto della preparazione delle stragi. Conosciamo la guerra dichiarata da Cosa nostra allo Stato. Ma continuiamo a trovare porte aperte: il depistaggio, l’agenda rossa, i contatti con Ciancimino, gli anni delle bombe sul continente, le convergenze che ancora oggi magistrati, storici e giornalisti cercano di comprendere.

È qui che un lavoro come quello di Stefania Limiti conserva un valore particolare. Il giornalismo investigativo non serve a sostituirsi ai tribunali. Serve a non considerare chiusa una storia soltanto perché sono finite le sentenze.

Falcone e Borsellino avevano capito che per combattere la mafia bisognava seguirne denaro, relazioni e potere. Stefania Limiti riparte da quella lezione e porta la domanda un passo più avanti: chi era davvero il nemico che i due magistrati avevano cominciato a vedere? Forse è proprio questa la domanda che rende il 1992 ancora così vicino. Perché le bombe appartengono alla storia. I meccanismi del potere molto meno.



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