Cultura

SCAFFALE | ‘Un Finale da riscrivere’. Intanto, l’ho scritto. Ora, vi spiego perché

Questo romanzo è nato da un’urgenza. Da un’esigenza, un bisogno quasi fisico, di scavare nella memoria e restituire qualcosa che la Storia con la S maiuscola, i titoli di giornale, le sentenze dei tribunali e le semplificazioni ideologiche hanno troppo spesso sepolto. Un vecchio racconto riemerge dal mio archivio.

Rileggendolo ho pensato che di quegli anni e specialmente del cosiddetto movimento del ’77 non rimangono, nella memoria collettiva, che gli aspetti più nefasti e tragici. Ma i ragazzi e le ragazze che frequentavano quelle organizzazioni e che furono artefici delle iniziative che hanno caratterizzato quel periodo erano portatori di speranze e ideali che nulla avevano a che fare con la violenza brigatista ed anzi da questa ne furono stravolti e condizionati. E quindi ho ripreso quella storia e ne ho fatto un romanzo.

Ho scritto di un gruppo di giovani, dei loro sogni, delle loro amicizie, dei loro amori e della loro voglia di cambiare il mondo, non perché volessi celebrare un’epoca o un’ideologia in particolare, ma perché sentivo il dovere di raccontare l’umano che è stato schiacciato tra due macigni, la deriva armata e la reazione di uno Stato in affanno.

Il movimento del ’77 è stato molte cose. È stato creativo, caotico, vitale, a volte confuso e irruento, è stato un grido di libertà esistenziale prima che politica. Nei suoi aspetti migliori era un fiume in piena di energie, di musica, di teatro, di sperimentazione della vita. Era la ricerca di un linguaggio nuovo per descrivere un mondo che stava cambiando rapidamente, mentre le vecchie categorie (fascismo e comunismo, destra e sinistra) sembravano non bastare più. Ma quella primavera di speranze e di rabbia è stata tragicamente corta. È stata inquinata, prima di tutto, dal cancro delle varie sigle delle organizzazioni armate e di una certa cultura della violenza che, da strumento di lotta, si è fatta fine e prigione dell’intelligenza.

Quelle che nelle pagine di questo romanzo sono persone, con i loro dubbi, le loro gioie, le loro paure, per molti sono diventati solo “militanti”, “sovversivi”, “nemici”. La loro complessità è stata ridotta a una sigla, la loro umanità negata da una retorica che divideva il mondo in amici e nemici.

E poi c’era lo Stato. Uno Stato che, di fronte a una sfida così nuova e radicale, ha reagito con pugno di ferro, oltrepassando i confini della legge e della democrazia che diceva di difendere. Le stesse istituzioni repubblicane hanno mostrato, in alcuni frangenti bui, un volto autoritario e oppressivo. Anche in questo caso la persona scompariva, sostituita dal “sospetto”, dal “brigatista”, da un numero di matricola di uno dei tanti carceri italiani.

In questo romanzo, ho voluto riportare al centro le persone. I miei personaggi non sono eroi, sono ragazzi e ragazze che cercano la propria strada in un mondo in fiamme. Sono quelli che organizzavano una comune, che discutevano per ore di filosofia, che si innamoravano durante un corteo, che sognavano una società più giusta e libera. Sono quelli che si sono trovati, senza volerlo, nel punto di collisione tra due violenze speculari, quella di chi voleva distruggere lo Stato e quella di uno Stato che, per sopravvivere, ha calpestato diritti che avrebbe, invece, dovuto proteggere.

Scrivendo ho cercato di salvare i loro sogni dalla polvere degli archivi giudiziari e dalla retorica della condanna o dell’apologia. Perché il “quanto di buono” c’era in quel movimento, la passione, gli ideali, la generosità, la voglia di comunità, non è andato perduto. È stato tradito, distorto, infine schiacciato, ma il suo seme è rimasto.

Questa storia è un monumento a quella bellezza tradita. È un invito a non dimenticare che dietro ogni evento storico, dietro ogni “caso” giudiziario, ci sono vite interrotte, sogni spezzati, un’energia vitale che è stata spenta due volte, dalla pallottola di un terrorista e dall’indifferenza di una memoria collettiva che ha preferito archiviare piuttosto che comprendere.

Oggi, in un’epoca di nuovi individualismi e di smarrimento, forse possiamo guardare a quella stagione non per rimpiangerla o condannarla, ma per interrogarci. Per ritrovare, al di là della violenza che l’ha conclusa, la forza di un desiderio collettivo di cambiamento. Per ricordare che la politica, nella sua accezione più nobile, è prima di tutto una questione di persone. Ai protagonisti di questa storia, e a tutti quelli come loro che furono travolti e dimenticati, va un pensiero di pacata, ma tenace, riconoscenza. Per averci provato. Per aver pagato un prezzo altissimo. Per averci lasciato, nonostante tutto, una domanda a cui vale ancora la pena di rispondere.

Ringrazio tutti coloro che hanno voluto dare un contributo a questo lavoro. All’amico e maestro di giornalismo Giuseppe Di Maula, a Giampiero Obisio per le sue puntuali annotazioni e per l’amicizia e la vicinanza dimostrata, a Carlotta Desario alla quale ho chiesto di dare del romanzo una lettura da millennial. Infine voglio ringraziare due persone che, per motivi diversi, non hanno voluto che le citassi ma che sono state, per me, preziosissime. E ringrazio l’amica di quegli anni Laura Mariani per la prefazione.

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