Dall’oblio a cui l’informazione internazionale relega i tanti conflitti in atto, ogni tanto emergono notizie che ci ricordano che non c’è solo l’Ucraina e la Palestina a insanguinare la storia recente. Due giorni fa è arrivata la notizia che l’Esercito sudanese (SAF), guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, ha ripreso il controllo di Khartum e riconquistato il palazzo presidenziale e il quartiere degli uffici governativi oltre all’aeroporto. E’ l’ennesima pagina della storia di questo tormentato Paese.
Il governo del Sudan è stato dominato a lungo da Omar al-Bashir (al potere dal 1989 al 2019), accusato di crimini di guerra e genocidio nel Darfur. Il Paese ha vissuto decenni di conflitti, tra cui la prima guerra civile (1955-1972) e la seconda guerra civile (1983-2005), legati soprattutto alla divisione tra il nord arabo-musulmano e il sud prevalentemente cristiano e animista. Nel 2011, il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dopo un referendum, privando il Sudan di gran parte delle sue risorse petrolifere e aggravando le tensioni economiche.
Il conflitto attuale ha avuto inizio nell’aprile 2023, e vede confrontarsi l’Esercito sudanese (SAF) guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan (leader de facto del Sudan dopo il colpo di stato del 2021) e le Forze di supporto rapido (RSF), una milizia paramilitare guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo ex alleato di al-Burhan.
La riconquista di Khartum da parte dell’ex presidente non deve illudere. La guerra che da due anni sconvolge il paese e che ha provocato quella che per l’Onu è la più grave crisi umanitaria del mondo, è lontana dalla sua conclusione. Adesso il Sudan rischia di essere diviso ulteriormente in due parti, dopo la secessione del Sud Sudan. Le forze di supporto rapido controllano infatti l’ovest con parte del Sud del Paese e avanzano in Darfur. Mentre l’esercito di al-Burhan controlla l’est del Sudan e ha ripreso il controllo del centro e di quasi tutta la regione della capitale.
La guerra civile tra le due fazioni dell’esercito ha finora costretto 12,5 milioni di persone a fuggire dalle proprie case, di cui oltre quattro milioni nei paesi limitrofi. Ma soprattutto, dei cinquanta milioni di abitanti, almeno la metà soffrono di fame acuta e ha bisogno di aiuti umanitari in un paese che già prima della guerra era tra i più poveri del mondo, con un reddito pro capite annuale di circa 700 dollari (648,30 euro). Ma le due fazioni armate hanno finora impedito alle organizzazioni internazionali di portare aiuti umanitari.
Le accuse di crimini contro l’umanità e di violazione dei diritti umani sono continue e riguardano entrambe le parti in guerra. L’ultima strage sarebbe stata causata da un raid aereo dell’esercito sul mercato della città di Torah, nel Darfur settentrionale, con un bombardamento indiscriminato che avrebbe ucciso decine se non centinaia di civili.
La guerra tra le due parti dell’esercito sudanese è arrivata dopo che i due generali avevano fatto fallire nel 2019 con un colpo di stato il tentativo di imporre un governo civile sul Sudan non riuscendo però ad accordarsi su come gestire l’esercito. Adesso, comunque vada a finire il conflitto e ovunque ci si trovi in Sudan, sono sempre i militari più spietati a governare. Da una parte le forze di supporto rapido di Dagalo, eredi delle milizie Janjawid, già accusate di genocidio in Darfur, sotto Bashir dall’altra l’esercito di al Burhan, che festeggia la riconquista di Khartum, ma che è sempre più dominato dalle fazioni islamiste fedeli al partito del Congresso dell’ex dittatore al-Bashir. Nel mezzo decine di milioni di sudanesi intrappolati e vessati dalla sete di potere dei propri militari.
Ci si chiede ora se il controllo della capitale da parte del SAF possa cambiare le sorti del conflitto. E se da qui si può arrivare ad una transizione politica che faccia uscire il Sudan dal momento bellico. Si teme però che gli ultimi eventi, abbiano un significato più simbolico che veramente militare, nel senso che sicuramente è anche una grande vittoria per l’esercito dal punto di vista militare che peraltro segue a un progresso da parte delle forze armate sudanesi che negli ultimi mesi sono riusciti, dall’est del paese, a riconquistare una serie di altre zone del centro.
Ciò nonostante, purtroppo il timore è che la guerra continuerà e che quindi questa vittoria simbolicamente molto importante, possa essere soltanto un tassello in un’immagine molto composita, molto complessa che continua a cambiare quasi quotidianamente, ormai da due anni.
Ricordiamo che all’inizio della guerra erano state le forze della RSF a conquistare buona parte della capitale estendendosi poi nel primo anno di guerra verso est conquistando anche zone del centro. Nell’ultimo anno l’andamento della guerra è andato in direzione contraria. Siamo, quindi, ancora lontani da una fine e pertanto siamo molto lontani da una soluzione anche politica. al-Burhan ha portato il governo di fatto a Port Sudan, che è la seconda città del Paese sulle coste del Mar Rosso da dove negli ultimi mesi ha iniziato una serie di discussioni con vari partiti armati e non armati che non sostengono l’esercito regolare proprio per cercare di istituire un’amministrazione anche civile nelle aree che controlla. Finora questo governo parallelo però non è ancora nato, ma c’è tutta l’intenzione di continuare su questa strada che però spingerebbe ulteriormente verso una divisione del Paese che è già nei fatti.
Chi paga le conseguenze, come al solito, di tutta questa violenza è la popolazione civile. Intervistato da Sky24 Matteo D’Alonzo hospital manager del centro ospedaliero di Emergency a Khartum ha descritto la drammatica situazione sanitaria del Paese.
“L’ultimo mese è stato veramente difficile perché non potevamo riferire i pazienti presso gli ospedali, essendo noi l’ultimo e unico presidio medico funzionante a Khartum. L’attività di cardiochirurgia ad oggi è ferma da circa metà gennaio per la mancanza di materiale. Particolarmente grave è la situazione dei bambini, si segnalano problemi gastrointestinali che sono abbastanza tipici in zone come queste e problemi polmonari, in questa che è la stagione fredda di notte si arriva anche a 15 ° e se non hai un tetto vero dove stare con quel freddo in un bambino può creare molti problemi. In più ci hanno segnalato nell’ultimo periodo, un grande aumento di bambini malnutriti e si sono osservati dei disturbi anche di tipo mentale spesso associati a delle crisi di panico.”
I numeri delle Nazioni Unite su questa crisi sono drammatici. Si parla di 30,4 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria di vario livello, di 2,6 milioni di persone a rischio grave di insicurezza alimentare e 637 mila persone a rischio di insicurezza alimentare definita catastrofica. Sono 17 milioni i bambini che sono al momento fuori dal sistema scolastico, 12,5 milioni gli sfollati dal 2023. Di questi 3,8 milioni sono in fuga in altri Paesi.
Nei mesi successivi alla caduta del regime di Omar al-Bashir, ci fu la speranza che il Sudan stesse favorendo una transizione democratica nelle mani di componenti civili della società. Qualcosa di quella rivoluzione, purtroppo bloccata da questa guerra, c’è ancora, ci sono ancora quei germi della rivoluzione anche se ovviamente in questo momento sono in grandissima difficoltà e forse da un certo punto di vista sono il target principale di entrambi gli schieramenti militari.
Mentre i militari si fanno guerra tra di loro, infatti, insieme fanno guerra proprio a questi elementi civili della società che hanno animato la rivoluzione tra il 2018 e il 2019 e poi soprattutto quei due anni circa di transizione a guida civile che ci sono stati tra l’agosto del 2019 e il colpo di Stato fatto dalle due componenti militari, che ora si combattono, insieme nell’ottobre del 2021. Quello che rimane sono i partiti civili, delle forze e degli organismi quasi auto alimentati, auto organizzati di resistenza che all’epoca avevano appunto animato la rivoluzione e che in questi due anni di guerra hanno cercato localmente di portare aiuti alla popolazione.
Quindi nell’assenza di aiuti che arrivano dall’esterno quel poco di aiuti umanitari che sono arrivati in varie zone del paese, soprattutto a Khartum e altre città, sono arrivate proprio per l’auto organizzazione su base molto volontaria di condivisione di quel poco che c’era. E questo è forse un seme di speranza da cui ripartire. Ma è ovviamente molto difficile trovare spazio, anche perché continua a mancare un processo negoziale politico che porti intorno a un tavolo non solo le forze che si combattono, ma anche le forze politiche che sono contro entrambi gli schieramenti e contro questa guerra. Quello che colpisce, ancora una volta, è la totale assenza di iniziative da parte di organizzazioni sovranazionali che sono preposte proprio ad intervenire in queste situazioni, ONU per prima. Ma questa purtroppo non è una novità.





