Dall’aborto clandestino alla disobbedienza civile, dall’Europa al Quirinale mai raggiunto. Una protagonista della politica italiana che ha ricordato fino alla fine una verità scomoda: i diritti possono essere perduti.
Emma Bonino è morta a 78 anni. E forse il modo meno interessante di salutarla sarebbe trasformarla in un santino della politica italiana. Non lo è stata. Ha diviso, sbagliato, combattuto battaglie che abbiamo condiviso e sostenuto idee dalle quali siamo stati lontani. Ma ha attraversato mezzo secolo di storia italiana ricordandoci una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: i diritti non cadono dal cielo e, soprattutto, non rimangono per sempre.
La sua storia politica comincia quasi simbolicamente da un reato. Nel 1974 ricorse a un aborto clandestino, quando in Italia interrompere una gravidanza era ancora un delitto. L’anno successivo trasformò quella esperienza privata in battaglia pubblica: partecipò alle iniziative per la legalizzazione dell’aborto, praticò la disobbedienza civile e venne arrestata. Nel 1978 arrivò la legge 194.
Non fu naturalmente Emma Bonino da sola a conquistarla. Dietro quella legge ci furono il movimento delle donne, il femminismo, i radicali e una trasformazione profonda della società italiana. Ma Bonino scelse di mettere il proprio corpo, il proprio nome e la propria libertà dentro quella battaglia. La politica radicale di quegli anni funzionava spesso così: una legge considerata ingiusta veniva violata apertamente, assumendosene le conseguenze, affinché l’ingiustizia diventasse visibile. Disobbedienza civile, arresti, digiuni, referendum.
Poi vennero molte altre battaglie: contro la pena di morte, per il disarmo, per i diritti delle donne e delle persone omosessuali, per la giustizia internazionale, contro le mutilazioni genitali femminili, per le donne afghane. E vennero anche le istituzioni: Camera, Senato, Parlamento europeo, Commissione europea, governo. Bonino fu commissaria europea e ministra degli Esteri. Una vita trascorsa contemporaneamente dentro e contro il Palazzo.
Non tutto quel percorso è il nostro. Il liberalismo economico dei radicali, una certa idea dell’Europa e alcune posizioni sulla politica internazionale e sulle guerre ci hanno spesso trovato lontani. Non abbiamo bisogno di cancellarlo oggi perché Emma Bonino è morta. Il rispetto non richiede l’unanimità e la memoria non dovrebbe mai richiedere l’agiografia.
Proprio per questo possiamo riconoscere ciò che resta. Resta una donna che entrò in politica quando la politica italiana era ancora quasi interamente maschile. Una donna che parlava di aborto quando l’aborto si faceva clandestinamente, spesso mettendo a rischio la vita delle donne; che parlava di diritti individuali quando persino una parte della sinistra li considerava questioni secondarie rispetto alle grandi contraddizioni economiche e sociali.
Ci fu persino un momento nel quale sembrò possibile immaginare Emma Bonino al Quirinale. Era il 1999 e i radicali fecero ciò che la liturgia politica italiana considera quasi sconveniente: dichiararono apertamente una candidatura alla presidenza della Repubblica. Nacque “Emma for President”, con lo slogan ironico “L’uomo giusto al Quirinale”. La campagna raccolse un consenso notevole nell’opinione pubblica, ma quando votarono i grandi elettori si vide la distanza fra il Paese e il Palazzo: Carlo Azeglio Ciampi venne eletto al primo scrutinio con 707 voti; Bonino ne raccolse quindici.
Il suo nome sarebbe tornato nelle successive corse al Colle, anche nel 2013 e nel 2015, senza però arrivare mai davvero vicino all’elezione. È una distinzione importante: Bonino fu una candidata popolare al Quirinale, non una presidente mancata per pochi voti. Anche questa vicenda racconta una delle contraddizioni della sua carriera: conosciutissima e rispettata molto oltre il piccolo mondo elettorale radicale, capace di trasformare battaglie minoritarie in questioni nazionali, ma quasi mai dotata della forza parlamentare necessaria per trasformare quella popolarità in potere.
E resta soprattutto il suo avvertimento: i diritti bisogna difenderli perché non durano per sempre. Lo vediamo intorno a noi. L’aborto è tornato terreno di battaglia politica. Negli Stati Uniti la protezione federale garantita per quasi mezzo secolo da Roe v. Wade è stata cancellata nel 2022. In Europa l’accesso all’interruzione volontaria della gravidanza continua a essere molto diverso da un Paese all’altro. In Italia la legge 194 esiste, ma il suo esercizio concreto continua a scontrarsi, in molti territori, con l’obiezione di coscienza e con difficoltà nell’accesso ai servizi.
Anche i diritti delle persone Lgbtq+, l’accoglienza dei migranti, la cittadinanza, il fine vita e la libertà della ricerca scientifica sono nuovamente terreni di scontro. È forse questo il paradosso più forte della morte di Bonino: se ne va una protagonista della stagione nella quale una parte della politica cercava di conquistare nuovi diritti proprio mentre assistiamo al tentativo di rimetterne in discussione alcuni già conquistati.
Poi c’è un’immagine che racconta qualcosa che va oltre i radicali. Nel novembre 2024 papa Francesco andò a trovare Emma Bonino nella sua casa di Roma, dopo un ricovero per problemi respiratori. Lei, radicale e protagonista della battaglia per l’aborto. Lui, capo della Chiesa cattolica e contrario all’aborto. Non avevano improvvisamente smesso di pensarla diversamente. Si parlavano. Francesco la definì “un esempio di libertà e resistenza”.
In una politica che sembra aver bisogno ogni giorno di costruire un nemico, quell’incontro contiene una piccola lezione civile. Si può considerare profondamente sbagliata l’idea dell’altro senza trasformare l’altro in una persona da cancellare.
Bonino aveva attraversato anche la malattia. Nel 2015 annunciò di avere un microcitoma al polmone; nel 2023 raccontò che, dopo otto anni, il tumore non c’era più. Negli ultimi giorni le sue condizioni erano tornate gravi: ricoverata al Santo Spirito di Roma per una crisi respiratoria, era rimasta in terapia intensiva mentre i medici descrivevano il quadro come delicato.
Oggi la sua morte chiude una storia personale. Non chiude quasi nessuna delle questioni per le quali ha combattuto. Una generazione di italiani ha conosciuto un Paese nel quale il divorzio non esisteva, l’aborto era clandestino, l’omosessualità viveva quasi completamente nascosta, il delitto d’onore sarebbe rimasto nel codice penale fino al 1981 e la violenza sessuale sarebbe diventata reato contro la persona soltanto nel 1996.
Quella generazione sta lentamente scomparendo. Con lei rischia di scomparire anche la memoria di quanto fosse normale ciò che oggi consideriamo intollerabile.
Il modo migliore per salutare Emma Bonino non è dire che aveva ragione su tutto. È ricordarci che su quei diritti qualcuno dovette disobbedire, manifestare, finire sotto processo, perdere elezioni, digiunare e rendersi insopportabile perché noi potessimo considerarli normali. Il problema comincia quando diventano così normali da farci dimenticare che possono essere perduti.
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