Oltre 7.200 casi e 3.500 morti da maggio. Msf avverte: diminuiscono i ricoveri in alcuni centri, ma il virus raggiunge nuove aree con sistemi sanitari ancora meno preparati
L’Ebola rallenta dove era partita e accelera altrove. A quattro mesi dall’inizio dell’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo, il dato più preoccupante non è soltanto il numero dei contagi, ma la loro progressiva dispersione geografica.
Secondo Medici Senza Frontiere, da maggio sono stati registrati oltre 7.200 casi confermati e 3.500 decessi. È la più grande epidemia di Ebola mai registrata nel Paese e il bilancio reale potrebbe essere ancora superiore, a causa delle difficoltà nella sorveglianza e nell’individuazione dei malati.
«L’epidemia non si sta riducendo, si sta spostando», avverte Anthony Kergosien, coordinatore delle emergenze di Msf nella Repubblica Democratica del Congo. Nell’Ituri, epicentro originario, la trasmissione mostra segnali di rallentamento. Ma il miglioramento locale rischia di nascondere quello che sta accadendo nel resto del Paese.
Il Sud Ubangi è diventato la settima provincia raggiunta dal virus, mentre il Nord Kivu concentra ormai quasi la metà dei nuovi casi confermati, secondo Msf. Qui è aumentata anche la quota di test positivi. Il problema è che il virus si sta spostando verso territori nei quali strutture sanitarie, personale, trasporti dei pazienti e capacità di sorveglianza sono ancora più fragili.
L’ultimo quadro disponibile dell’Organizzazione mondiale della sanità aveva già mostrato la velocità dell’espansione: al 7 settembre erano stati confermati nella Rdc 6.757 casi e 3.267 morti, con una letalità del 48,3 per cento. L’Oms segnalava inoltre 61 zone sanitarie interessate in sei province. Pochi giorni dopo è arrivato il primo caso nel Sud Ubangi.
È questa progressione a preoccupare Msf. A Bambu, per esempio, le équipe di risposta rapida lavorano dentro un sistema sanitario già indebolito dalla scarsità cronica di fondi, personale e mezzi per trasferire i malati. L’arrivo dell’Ebola può portare strutture già fragili oltre il limite.
Msf sta quindi spostando uomini e risorse sulle équipe di risposta rapida, incaricate di raggiungere i nuovi focolai, individuare precocemente i casi, isolare e assistere i pazienti, rintracciare i contatti e lavorare con le comunità prima che poche infezioni diventino nuove catene di trasmissione.
Ma l’organizzazione avverte che questo lavoro non può essere sostenuto soltanto dalle équipe umanitarie. Chiede un aumento dell’intervento operativo delle agenzie delle Nazioni Unite e dell’Oms, soprattutto fuori dai principali centri nei quali oggi sono concentrate le capacità di risposta.
Quattro mesi dopo l’inizio dell’epidemia, dunque, meno pazienti in alcuni centri non significa meno Ebola. Il virus sta trovando nuove strade e, soprattutto, nuovi territori nei quali incontrare una sanità ancora più debole. Ed è proprio lì che una corsa contro il tempo rischia di diventare una corsa dietro al virus.
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