Nessy Guerra ha ventisette anni, viene da Sanremo e vive in una località protetta in Egitto insieme alla figlia Aisha e alla madre. Il primo ottobre ha raccontato di essere da tre mesi “murata in casa”: non esce, non vede la luce del sole, non può portare la bambina a fare una passeggiata. E ha scoperto che questo periodo non viene considerato parte della pena.
È stata condannata in appello a sei mesi di carcere per adulterio dopo la denuncia dell’ex marito Tamer Hamouda. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione. Il prossimo passaggio è fissato al 7 ottobre, con una nuova udienza nella battaglia per l’affidamento della figlia.
Ieri sera Le Iene hanno aggiunto un elemento pesante ma che, per ora, resta una risultanza giornalistica: nel servizio di Roberta Rei uno degli uomini indicati come testimoni dell’accusa viene rintracciato e afferma di aver letto un foglio che gli sarebbe stato consegnato proprio da Hamouda. Se questa ricostruzione trovasse conferma in sede giudiziaria, il problema non sarebbe più soltanto una legge che in Italia non esiste, ma anche la tenuta delle prove utilizzate contro Guerra.
La situazione resta aggravata dalle minacce attribuite all’ex marito. In una lettera resa pubblica a settembre, Hamouda avrebbe prospettato a Nessy l’alternativa tra tornare con lui e finire in carcere. Più recentemente, secondo quanto riferito dalla stessa Guerra e ripreso dalla stampa, avrebbe chiesto sui social perfino una punizione pubblica se lei non fosse tornata con lui. L’ambasciata italiana ha chiesto la grazia ad al-Sisi, ma Guerra punta all’assoluzione: una grazia presupporrebbe comunque una condanna che continua a contestare.
Lei stessa ha chiesto di non essere trasformata in un’appendice del caso Regeni. È giusto rispettarlo. Le due vicende non sono la stessa storia. Ma entrambe mostrano quanto possa diventare fragile la tutela di un cittadino italiano quando entra in collisione con un sistema politico e giudiziario con il quale Roma non vuole rompere.
Regeni, dieci anni dopo
Il 28 settembre la Corte d’Assise di Roma ha condannato in contumacia tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani a dieci anni di reclusione ciascuno per il sequestro di Giulio Regeni. Un quarto imputato è stato assolto. Non sono invece arrivate condanne per le torture e per l’omicidio del ricercatore italiano, scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto pochi giorni dopo.
La sentenza è importante, ma parziale. Per la Procura italiana, in questi dieci anni le autorità egiziane hanno frapposto ostacoli, silenzi, documenti mai consegnati e una collaborazione solo apparente. Il Cairo continua a negare responsabilità dello Stato e gli imputati restano in Egitto.
La risposta del governo italiano è stata prudente. Antonio Tajani ha sottolineato che la condanna riguarda singole persone e non lo Stato egiziano. Giorgia Meloni ha ribadito che interrompere i rapporti diplomatici con il Cairo non aiuterebbe e, anzi, creerebbe maggiori difficoltà. È una scelta politica precisa: mantenere aperto il rapporto con al-Sisi.
Il memorandum militare che slitta, ma non sparisce
La coincidenza dei tempi è eloquente. Il primo ottobre, appena tre giorni dopo la sentenza Regeni, la Commissione Difesa della Camera avrebbe dovuto discutere il rinnovo del memorandum tra Italia ed Egitto sulla cooperazione militare: tecnologie, equipaggiamenti, addestramento e gestione di situazioni complesse. La discussione è stata tolta dall’ordine del giorno. Formalmente per l’indisponibilità del relatore. Fonti della maggioranza citate da HuffPost hanno però sintetizzato così l’imbarazzo: “non è il momento”. Non è una rottura. È un rinvio. L’accordo resta sul tavolo e tornerà in Commissione.
Il punto non è soltanto simbolico. Italia ed Egitto hanno costruito negli anni una relazione che comprende difesa, energia, infrastrutture, imprese, migrazioni e Piano Mattei. Nel 2025 l’interscambio commerciale ha raggiunto 5,9 miliardi di euro; nei primi cinque mesi del 2026 è cresciuto ancora. Il Cairo è uno snodo del Mediterraneo che Palazzo Chigi considera strategico.
Washington toglie la clausola sui diritti
Dagli Stati Uniti arriva un segnale ancora più esplicito. L’Egitto riceve da decenni circa 1,3 miliardi di dollari l’anno in assistenza militare americana. Una quota è legata a condizioni su diritti umani e democrazia, con possibilità di deroga per ragioni di sicurezza nazionale.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha deciso di usare quella deroga per trecentoventi milioni di dollari relativi ai finanziamenti militari del 2025. Nella documentazione visionata da Reuters, Washington giustifica la scelta con gli interessi di sicurezza nazionale americana e con il “ruolo utile” svolto dall’Egitto dopo l’avvio della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.
La decisione arriva mentre le organizzazioni per i diritti umani continuano ad accusare il governo di al-Sisi di torture, detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate. Proprio questa settimana la polizia egiziana ha arrestato sei giornalisti di una testata investigativa e di fact-checking. Il Cairo respinge le accuse e rivendica la stabilità del Paese come priorità.
I diritti quando convengono
Roma e Washington non hanno gli stessi interessi. Per gli Stati Uniti contano la sicurezza regionale, Israele, Iran, Gaza e le rotte strategiche. Per l’Italia pesano anche energia, commerci, imprese e migrazioni. Ma il risultato è lo stesso: al-Sisi resta troppo importante per essere isolato.
Una cittadina italiana vive nascosta con la figlia. Tre uomini degli apparati egiziani vengono condannati da un tribunale italiano dopo dieci anni di ostacoli all’inchiesta. Nello stesso momento Washington libera aiuti militari dalle condizioni sui diritti umani e Roma rinvia soltanto di qualche settimana il rinnovo della cooperazione nella difesa. Nessy Guerra e Giulio Regeni non dimostrano che i diritti umani siano scomparsi dalla diplomazia occidentale. Dimostrano qualcosa di più semplice: continuano a essere proclamati. Ma quando incontrano armi, energia, migrazioni e interessi strategici, diventano negoziabili.
Fonti principali
• Reuters, 2 ottobre 2026: deroga Usa alle condizioni sui diritti umani per 320 milioni di dollari di aiuti militari all’Egitto.
• Reuters, 28-29 settembre 2026: sentenza sul sequestro di Giulio Regeni e rapporti Italia-Egitto.
• ANSA, 1 ottobre 2026: rinvio del memorandum Italia-Egitto sulla Difesa e dichiarazioni di Giorgia Meloni.
• Le Iene / Mediaset, 1 ottobre 2026: servizio di Roberta Rei sulla condanna di Nessy Guerra.
• RaiNews, ANSA, LaPresse e Il Fatto Quotidiano, settembre-ottobre 2026: aggiornamenti sulla vicenda Nessy Guerra.
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