Dalla Camera il nuovo attacco all’ex procuratore generale di Palermo. Sullo sfondo Falcone, Borsellino, Piersanti Mattarella, i depistaggi e l’appello della Fnsi: «Diritto alla verità».
Nuovo attacco, in tarda mattinata, contro Roberto Scarpinato. Questa volta nell’Aula della Camera e con un salto di qualità che non può essere derubricato a rissa parlamentare. Fratelli d’Italia non chiede più soltanto che l’ex procuratore generale di Palermo, oggi senatore del Movimento 5 Stelle, venga estromesso dalla Commissione parlamentare Antimafia. Galeazzo Bignami ha chiesto che venga rimosso anche dal Copasir, l’organismo parlamentare che controlla l’attività dei servizi segreti. Ha rilanciato inoltre l’accusa di «depistaggio», richiamando le valutazioni contenute nel decreto del gip di Caltanissetta sull’inchiesta mafia-appalti.
È un passaggio grave. Non perché Scarpinato debba essere sottratto alle critiche: nessuno lo è. Ma perché una valutazione contenuta in un provvedimento di archiviazione viene trasformata in una sentenza politica e usata per chiedere l’espulsione di un parlamentare da due degli organismi più delicati della Repubblica. Scarpinato, peraltro, non è stato condannato per depistaggio e ha respinto l’accusa, sostenendo di avere invitato Gioacchino Natoli a riferire in Commissione come testimone beninformato.
Qui comincia il problema politico. FdI, partito che affonda le proprie radici nella storia della destra postfascista italiana, sta conducendo un’offensiva contro uno dei magistrati che per decenni ha indagato sui rapporti fra mafia, politica e poteri esterni a Cosa nostra. Chiamarla semplice polemica sarebbe riduttivo. Il rischio è che la violenza dello scontro serva a spostare l’attenzione da ciò che ancora non sappiamo sulle stragi a chi continua a chiedere che quelle domande restino aperte.
Perché la storia italiana non consente scorciatoie. Piersanti Mattarella fu assassinato il 6 gennaio 1980. I mandanti mafiosi sono stati condannati, ma gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza. Giovanni Falcone seguì anche la pista di una possibile cooperazione fra Cosa nostra ed estremisti di destra: un’ipotesi che non portò a condanne degli esecutori indicati allora, ma che resta parte documentata della storia dell’indagine. Il delitto Mattarella, dunque, è mafioso nelle sentenze, ma non completamente chiarito nella sua esecuzione.
Poi vengono Falcone e Borsellino. Le stragi del 1992, il falso pentito Vincenzo Scarantino, il depistaggio di via D’Amelio, le omissioni, le versioni costruite e crollate dopo anni. Anche qui una verità giudiziaria essenziale è stata raggiunta, ma non tutta la verità storica e politica. E proprio il nuovo decreto di Caltanissetta, mentre usa parole durissime verso Scarpinato, riconosce che Falcone e Borsellino erano interessati al dossier mafia-appalti, che operarono in un clima di ostilità e isolamento e che quell’interesse costituì una concausa nel contesto delle stragi.
È per questo che l’offensiva contro Scarpinato non può essere separata dalla battaglia sulla memoria di quegli anni. Non si tratta di santificare un magistrato né di trasformare una sua ricostruzione in verità rivelata. Si tratta di impedire che la discussione venga chiusa proprio mentre restano aperte domande decisive sugli apparati, sugli ambienti eversivi, sui rapporti fra mafia e potere e su probabili concorrenti esterni alle stragi.
Il 30 settembre, appena una settimana fa, la Federazione nazionale della stampa italiana ha rilanciato l’appello «Stragi. Diritto alla verità», nato da una lettera di trentatré cronisti siciliani al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla Commissione Antimafia. La richiesta è netta: non fermarsi al solo filone mafia-appalti, vagliare tutte le piste e approfondire anche i rapporti con ambienti eversivi e i possibili concorsi esterni alle organizzazioni mafiose. La segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante ha ricordato che una parte della verità sulle pagine più buie della Repubblica può essere ancora custodita negli archivi dello Stato e dei servizi.
Quasi negli stessi giorni è arrivato in libreria Il nemico. L’Italia di Falcone e Borsellino, quella del generale Mori, il nuovo libro di Stefania Limiti. E oggi L’Espresso ne pubblica un estratto dal titolo Il Paese cambiò sotto le bombe. Limiti torna agli ultimi mesi di Falcone e Borsellino, all’Addaura, alla stagione delle stragi, all’operato del Ros e di Mario Mori. La sua è una tesi investigativa, non una sentenza: quelle bombe vanno lette dentro una trasformazione assai più vasta dell’Italia alla fine della guerra fredda, quando mafia, ambienti eversivi, apparati e nuovi equilibri politici si muovono nello stesso passaggio storico.
Il generale Mori è stato assolto nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Questo dato va scritto con chiarezza. Ma resta materia storica il fatto che il Ros avviò nei mesi delle stragi un contatto con Vito Ciancimino. E resta legittimo chiedersi quale fosse il quadro complessivo nel quale maturarono quelle iniziative, come resta legittimo continuare a studiare e interrogare gli archivi.
È questo il cuore della vicenda. Da una parte giornalisti, studiosi e familiari delle vittime chiedono che la ricerca non venga chiusa, che gli archivi vengano aperti, che ogni collegamento venga verificato. Dall’altra, la principale forza della destra di governo chiede di cacciare Scarpinato dall’Antimafia e adesso anche dal Copasir.
Il contrasto è troppo evidente per essere ignorato. E autorizza a porre una domanda politica durissima: quale interesse democratico viene tutelato eliminando dai luoghi di controllo proprio chi insiste perché quelle zone d’ombra vengano ancora indagate?
La destra può contestare Scarpinato, può contraddirlo, può mettere alla prova ogni sua affermazione. Quello che non può pretendere è che una valutazione giudiziaria non pronunciata in un processo contro di lui diventi il lasciapassare per espellerlo dagli organismi parlamentari e, insieme, per restringere il campo della ricerca storica e istituzionale.
Perché l’Italia ha già pagato un prezzo enorme ai depistaggi. Lo ha pagato Piersanti Mattarella. Lo hanno pagato Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Lo hanno pagato Paolo Borsellino e i cinque agenti assassinati con lui. Lo hanno pagato gli innocenti finiti in carcere sulla base della falsa pista Scarantino. Lo hanno pagato tutte le vittime della stagione mafiosa e stragista.
Per questo l’attacco di queste ore appare così grave: non per proteggere Scarpinato, ma per proteggere il diritto della Repubblica a conoscere la propria storia. Prima di cacciare chi continua a fare domande, sarebbe meglio rispondere a quelle domande.
Il diritto alla verità viene prima della convenienza politica. Ed è proprio quando qualcuno prova a trasformare il dubbio in colpa e la ricerca in sospetto che diventa necessario difenderlo con più forza.
Fonti essenziali
• Fnsi, «Stragi Falcone e Borsellino, riparte dalla Fnsi l’appello per il diritto alla verità», 30 settembre 2026.
• Fnsi, Alessandra Costante: «C’è un diritto negato alla verità sulle stragi che hanno segnato il Paese», 17 settembre 2026.
• Stefania Limiti, Il nemico. L’Italia di Falcone e Borsellino, quella del generale Mori, Donzelli, 2026.
• Stefania Limiti, «Il Paese cambiò sotto le bombe», L’Espresso, 7 ottobre 2026.
• Ministero dell’Interno, dossier su Piersanti Mattarella e sentenza della Corte d’Assise del 12 aprile 1995.
• Ansa, provvedimento del gip di Caltanissetta sul filone mafia-appalti e dichiarazioni di Roberto Scarpinato, 3-4 ottobre 2026.
• Resoconti e cronache parlamentari del 7 ottobre 2026 sullo scontro alla Camera e sulla richiesta di FdI di rimuovere Scarpinato anche dal Copasir.
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