Mondo

GUERRA SENZA VITTORIA | Russia e Ucraina distruggono il futuro. L’Europa si riarma, Washington e Mosca parlano di affari

Il Mar Nero diventa un campo di battaglia economico. Kiev attacca le infrastrutture russe, Mosca cerca di piegare la resistenza ucraina. Bruxelles prepara sanzioni mentre gli americani discutono di gas.


Nel Mar Nero affondano le navi, bruciano le petroliere, si fermano i carichi alimentari. Sul fronte orientale la guerra continua a consumare uomini e territori senza produrre una soluzione militare decisiva. E mentre l’Europa discute di nuovi armamenti, gli americani esplorano con i russi la possibilità di tornare a fare affari sul gas. Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra, la contraddizione è tutta qui: si continua a distruggere un Paese del quale qualcuno, prima o poi, dovrà finanziare la ricostruzione.

Il 6 ottobre due mercantili sono stati colpiti da droni al largo della Bulgaria. Una nave è affondata. Kiev attribuisce la responsabilità alla Russia, ma la provenienza degli ordigni non è stata accertata indipendentemente. Gli attacchi ai porti russi hanno inoltre provocato la cancellazione di una spedizione di ventimila tonnellate di olio di girasole verso l’India e ritardi per altre sessantamila. La guerra alle infrastrutture raggiunge i mercati alimentari internazionali.

La strategia dei contendenti è sempre più evidente. Mosca ritiene di poter sostenere il logoramento abbastanza a lungo da raggiungere i propri obiettivi nel Donbass, puntando sull’usura delle difese ucraine e del sostegno occidentale. Kiev cerca di moltiplicare i costi economici del conflitto per la Russia, colpendo raffinerie, depositi, porti e collegamenti logistici. Gli attacchi ucraini aggravano le difficoltà russe nel settore dei carburanti, quelli russi danneggiano la rete energetica e industriale ucraina. La popolazione paga da entrambe le parti, con conseguenze particolarmente devastanti per l’Ucraina invasa.

Lucio Caracciolo ha richiamato il prezzo demografico della guerra e l’assenza di un progetto politico europeo capace di accompagnare il riarmo. Francesco Dall’Aglio citando gli attacchi ai ponti sul Dnepr e ai collegamenti strategici pare confermare la sensazione che non si combatte soltanto per qualche chilometro di terreno, ma per esaurire la capacità materiale dell’avversario di resistere.

A rendere più evidente il divario tra i proclami europei e la realtà arriva Marco Travaglio. Il direttore del Fatto Quotidiano ha ricordato che la prosecuzione della guerra costa, secondo i dati da lui citati, 190 milioni di euro al giorno. E ha richiamato un sondaggio del Kiev International Institute of Sociology: il 75 per cento degli ucraini intervistati è favorevole ad avviare negoziati con Mosca, senza che questo implichi l’accettazione di concessioni territoriali. In un editoriale sarcastico ha preso di mira i governi europei che evocano un’invasione russa e programmano il riarmo. Al netto delle battute, resta il nodo politico: quale percorso negoziale può fermare la distruzione, e chi pagherà il prezzo del tempo perduto?

E il conto dell’Ucraina è spaventoso. Secondo la valutazione pubblicata il 23 febbraio dalla Banca mondiale, insieme al governo ucraino, alla Commissione europea e alle Nazioni Unite, ricostruire il Paese richiederà quasi 588 miliardi di dollari in dieci anni, oltre cinquecento miliardi di euro. È una stima dei danni fino alla fine del 2025, destinata a cambiare con la prosecuzione dei bombardamenti. Milioni di rifugiati all’estero e di sfollati, abitazioni distrutte, scuole danneggiate, centrali e industrie da rifare. Un’intera generazione perde anni di formazione, lavoro e vita familiare.

Chi pagherà? E chi ricostruirà l’Ucraina, con quali lavoratori, con quali risorse pubbliche e quali interessi privati? Ogni nuovo bombardamento rende più difficile il ritorno a casa di chi è fuggito. Le infrastrutture si possono ricostruire, a prezzi astronomici. La devastazione demografica non si ripara con un appalto.

Nel frattempo l’Europa attraversa tensioni politiche e sociali: maggioranze fragili, appuntamenti elettorali, piazze mobilitate, cittadini preoccupati per il costo della vita e per i servizi pubblici. I governi difendono il riarmo come necessario alla deterrenza e alla sicurezza, mentre crescono anche le esigenze di spesa per sanità, istruzione e welfare. Manca tuttavia una prospettiva diplomatica altrettanto riconoscibile. Il 7 ottobre gli ambasciatori europei hanno approvato nuovi inserimenti nelle liste delle sanzioni contro persone e imprese legate al complesso militare-industriale russo. Quanti altri bilanci, e quante altre vite, assorbirà una guerra senza un chiaro sbocco politico?

La notizia più significativa arriva da Reuters. L’8 ottobre l’agenzia riferisce di colloqui tra rappresentanti americani e russi, tra i quali Jared Kushner e Kirill Dmitriev, su possibili operazioni riguardanti i gasdotti Nord Stream. Una delle ipotesi consentirebbe a investitori statunitensi di guadagnare dal futuro trasporto di gas verso l’Europa. Restano ostacoli enormi — sanzioni, opposizioni europee, diffidenza e assenza di intese — ma già il fatto che se ne discuta è politicamente rilevante.

Da una parte Washington partecipa alla pressione economica sulla Russia, dall’altra esamina opportunità commerciali che potrebbero emergere dopo la guerra. Il Cremlino vuole mantenere aperti canali per l’energia; gli europei rischiano di sostenere costi elevati senza determinare da soli le condizioni degli accordi futuri. Anche dall’India arrivano, secondo Agc, ipotesi di una tregua limitata alle infrastrutture energetiche e al traffico marittimo, senza che risulti ancora un negoziato operativo.

Infine una denuncia che nessun tavolo d’affari può cancellare. Oltre sessanta organizzazioni ucraine, tra cui il Centro per le libertà civili, premio Nobel per la pace, hanno chiesto all’Organizzazione mondiale della sanità di intervenire sulle accuse di torture e maltrattamenti da parte di personale sanitario russo nei confronti dei prigionieri ucraini. Le testimonianze raccolte descrivono cure negate, percosse, scariche elettriche e medici accusati di partecipare alle violenze. Human Rights Watch ha documentato abusi e privazione delle cure in detenzione. Mosca nega le accuse; l’assenza di accesso indipendente alle strutture rende indispensabili ulteriori indagini e verifiche. La ricerca della pace non può comportare indifferenza verso i crimini di guerra.

Intanto i fronti restano aperti, le città vengono bombardate e l’Ucraina perde la risorsa che nessun prestito internazionale potrà restituirle: la propria popolazione. Americani e russi cominciano a parlare anche di come guadagnare dalla pace. Agli europei resta da chiarire quanto ancora intendano spendere per la guerra e, soprattutto, quale progetto abbiano per il giorno dopo.



CONDIVIDERE È INFORMARE — I testi di Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi citando la fonte.


Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi