La giurista sudafricana premiata per il diritto internazionale. Da Mandela al Ruanda, fino alla commissione Onu su Gaza. La notizia la raggiunge nell’aula dei processi di Norimberga.
A Gaza si continua a morire. Venerdì 9 ottobre, nel giorno dell’annuncio del Nobel per la Pace, un palestinese viene ucciso dal fuoco israeliano nei pressi dei campi profughi di al-Maghazi e al-Bureij. Secondo le autorità sanitarie della Striscia, dal 7 ottobre 2023 si contano 74.250 morti e 175.278 feriti, di cui 1.467 vittime dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. In Cisgiordania, mentre si raccolgono le olive, l’agenzia palestinese Wafa riferisce di 19 attacchi dei coloni in una sola mattinata: aggressioni ai contadini, furti dei raccolti e ulivi sradicati.
È in questo scenario che il Comitato norvegese assegna il Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay, 85 anni, giurista sudafricana che ha presieduto la commissione indipendente delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Nel settembre 2025 la commissione ha concluso che Israele ha commesso un genocidio nella Striscia di Gaza. Il governo Netanyahu ha respinto le accuse; il rapporto della commissione non equivale a una sentenza definitiva della Corte internazionale di giustizia.
La notizia raggiunge Pillay nell’aula 600 del Palazzo di Giustizia di Norimberga, teatro dei processi ai criminali nazisti dopo la Seconda guerra mondiale. Il Comitato Nobel riconosce il suo impegno per la pace e il diritto internazionale e il contributo alla possibilità di perseguire crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Pillay ricorda subito il rapporto su Gaza e le persone che l’hanno lodata per il coraggio: «Ma perché mai ci vorrebbe coraggio per dire la verità?».
Nata nel 1941 a Durban, in una famiglia di origine indiana, cresce nel Sudafrica dell’apartheid, affronta la discriminazione razziale e difende gli oppositori del regime. Nel 1995 Nelson Mandela la nomina giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Nel processo Akayesu contribuisce a un precedente storico: lo stupro e la violenza sessuale, se commessi con l’intenzione di distruggere un gruppo protetto, possono costituire atti di genocidio. Partecipa poi alla nascita della Corte penale internazionale e dal 2008 al 2014 ricopre l’incarico di Alta commissaria Onu per i diritti umani.
In un’intervista del 2025 a Middle East Eye, Pillay individua analogie tra il caso Akayesu e le violenze documentate a Gaza. Secondo la commissione Onu, la violenza sessuale e di genere è stata utilizzata anche come strumento di punizione collettiva, umiliazione e sottomissione della popolazione palestinese. La giurisprudenza elaborata dopo il genocidio ruandese, spiega la giurista, offre strumenti per valutare quelle responsabilità.
Nel frattempo la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a esponenti della Corte. Anche per questo, nella motivazione del premio, il Comitato Nobel richiama gli attacchi ai giudici e alle istituzioni giudiziarie e il pericolo di un mondo senza Stato di diritto.
Pillay è inoltre giudice ad hoc nel procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia sulle accuse di genocidio contro i Rohingya in Myanmar. Sudafrica, Ruanda, Palestina, Myanmar: storie differenti, attraversate da una stessa questione. Le norme internazionali valgono davvero per tutti, anche quando a violarle sono governi potenti o alleati?
Il Nobel non ferma le uccisioni a Gaza, non protegge i contadini palestinesi dalle aggressioni né restituisce gli ulivi sradicati. Ricorda però che non c’è pace duratura senza diritti e responsabilità. A Norimberga, dove si affermò che neppure i governanti possono sottrarsi alla giustizia per i crimini internazionali, una donna di 85 anni torna a porre la domanda: perché ci vuole ancora tanto coraggio per dire la verità?
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