In Fondo

EUROPA | La tempesta perfetta. E dopo arriva l’ordine

L’Europa deve prendere decisioni enormi mentre si indeboliscono i governi chiamati a sostenerle. Bilancio comune, finanziamenti all’Ucraina, energia: la «tempesta perfetta» raccontata da Politico investe un’Unione che fatica a trovare accordi e cittadini che fanno sempre più fatica a vivere. Il pericolo è che questa distanza diventi il terreno sul quale costruire una nuova domanda di autorità.

Il vertice della scorsa settimana non ha sbloccato il negoziato sul prossimo bilancio europeo da duemila miliardi di euro e ha fatto emergere profonde divisioni sull’energia. La Spagna vota il 29 novembre, Francia e Italia si avvicinano alle elezioni del 2027, in Germania la crescita dell’AfD restringe i margini di Friedrich Merz. Governi sotto pressione devono negoziare impegni destinati a durare oltre la propria permanenza al potere.

C’è poi l’ipotesi di un vertice europeo a Roma nel 2027, prima delle elezioni italiane. La sede resta da confermare, ma il possibile vantaggio d’immagine per Giorgia Meloni è evidente. Mentre il calendario elettorale viene raccontato come un ostacolo agli accordi, un appuntamento dell’Unione potrebbe offrire alla presidente del Consiglio una vetrina internazionale proprio nell’anno del voto.

Le elezioni, però, sono il funzionamento della democrazia. Se il voto dei cittadini viene vissuto soprattutto come una complicazione, bisogna interrogarsi sulla distanza tra le scelte che si vogliono compiere e il consenso necessario a sostenerle. Un bilancio stabilisce priorità: quali bisogni finanziare, quali sacrificare, chi proteggere. La contesa sui soldi contiene una contesa sul futuro e non può essere risolta chiedendo alle società europee di aspettare in silenzio.

E pensare che soltanto pochi mesi fa discutevamo dei guru messianici dell’hi-tech americano, delle visioni più inquietanti emerse da quel mondo: negare l’uguaglianza e la realtà umana comune, classificare le persone per casta o per «razza», assegnare a ciascuno un posto e un valore. Si discuteva della democrazia trattata come un intralcio da superare, del caso Epstein e dei rapporti tra ricchezza, relazioni e potere, delle pressioni del governo israeliano e delle reti che ne sostengono le politiche. Del tecnofeudalesimo: pochi proprietari delle infrastrutture digitali, miliardi di persone dipendenti dalle loro decisioni. Vicende e progetti diversi, ciascuno con responsabilità da accertare e documentare, che ci avevano riportato a un problema comune: quanto potere può essere esercitato sulla vita collettiva sottraendosi al controllo democratico.

Avevamo cominciato a parlare di chi pretende di disegnare il mondo. Adesso guardate come siamo ridotti: a sperare che i cocci tengano ancora, a temere il prossimo corteo, la prossima provocazione, la prossima stretta. Quella concentrazione di potere è ancora lì. Siamo noi che rischiamo di non guardarla più, occupati a litigare sulle macerie e a scegliere chi dovrà rimetterci in riga.

Tenere incollati i cocci sarà difficile. Temo impossibile, se il collante resta quello che ha contribuito a romperli: sacrifici sociali, guerra senza prospettiva di pace, riarmo spacciato per futuro. E temo il peggio. Una società esasperata può chiedere giustizia, ma quando alla fatica si aggiunge la paura può finire per chiedere soprattutto ordine e disciplina. Anche a costo di rinunciare ai diritti per i quali era scesa in piazza.

C’è chi aspetta precisamente questo passaggio. Chi coltiva la paura, alimenta la contrapposizione, tratta ogni dissenso come una minaccia e raccoglie consenso promettendo di ristabilire l’ordine. Il caos può diventare una risorsa politica per chi lo esaspera o sa usarlo. Chi ha contribuito a rendere invivibile il presente può perfino presentarsi come l’unico capace di governarlo.

A quel punto le rivendicazioni sacrosante rischiano di andare a farsi benedire. Salari, scuola, sanità, casa, pace: tutto subordinato all’emergenza, tutto rinviato a quando sarà tornata la calma. A decidere quando sarà tornata saranno gli stessi che chiedono più poteri per imporla.

Il sistema è saltato, inutile girarci attorno: continua a pretendere obbedienza, ma non sa più promettere una vita migliore. Questo temo: che dalla sua crisi esca un potere ancora più feroce, capace di ottenere consenso proprio dalla disperazione che ha alimentato. Adesso fate pure la vostra bella analisi sociologica. Io, se permettete, per un po’ mi astengo.



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