L’Iran allarga gli obiettivi dichiarati di un’eventuale rappresaglia contro Stati Uniti e Israele. Dietro la minaccia c’è un messaggio ai governi e alle imprese: ospitare la potenza americana può esporre anche le infrastrutture economiche.
La guerra minaccia le infrastrutture sulle quali poggia la vita quotidiana, dall’energia alle comunicazioni. È questo il salto contenuto negli ultimi avvertimenti di Teheran: in caso di nuovi attacchi statunitensi e israeliani, la rappresaglia potrebbe investire anche cavi, centri dati e strutture per l’intelligenza artificiale nel Golfo.
A indicare questi possibili bersagli è Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, in un’intervista a Drop Site News. La leadership iraniana cerca di convincere gli avversari che un’altra campagna militare avrebbe conseguenze estese all’economia regionale e internazionale. È una minaccia dichiarata, non la dimostrazione che Teheran possa colpire e paralizzare ciascuno di questi sistemi.
Il significato politico, però, è netto. L’Iran cerca di coinvolgere nel calcolo della deterrenza anche chi ospita investimenti, infrastrutture e interessi statunitensi. Ai governi del Golfo dice: una nuova campagna militare potrebbe mettere a rischio anche la vostra economia. Alle imprese tecnologiche segnala che gli impianti costruiti nella regione sono esposti alle conseguenze dello scontro.
Cavi e data center hanno una consistenza materiale: edifici, collegamenti, alimentazione elettrica. Inserirli nell’elenco dei possibili obiettivi significa allargare la minaccia a sistemi dai quali dipendono comunicazioni e attività economiche. Le conseguenze effettive dipenderebbero dai danni e dalla capacità delle reti di continuare a funzionare attraverso percorsi e impianti alternativi.
Hormuz mostra già quanto sia concreta questa interdipendenza. Al-Monitor riferisce delle rivendicazioni iraniane di attacchi alle petroliere e di un intervento statunitense contro una nave commerciale che, secondo Washington, avrebbe tentato di violare il blocco dei porti iraniani. La navigazione diventa così uno strumento del confronto militare ed economico.
Teheran punta sulla vulnerabilità reciproca: se la sua economia viene soffocata, anche gli interessi economici legati ai suoi avversari devono sentirsi esposti. È una strategia che cerca di compensare la superiorità militare convenzionale degli Stati Uniti e di Israele, moltiplicando i costi possibili di un nuovo attacco.
Ma il meccanismo può rovesciarsi. Una minaccia concepita per scoraggiare un’offensiva può essere interpretata come il segnale che un attacco sia imminente. La convinzione di poter spaventare l’avversario fino a fermarlo può accelerare proprio lo scontro che si vorrebbe evitare.
Ogni promessa di una guerra circoscritta deve fare i conti con reti economiche che attraversano i confini. Colpire l’energia significa minacciare produzione, trasporti e bilanci familiari. Estendere gli obiettivi alle comunicazioni significa esporre altri servizi civili. La distanza geografica offre una protezione sempre più fragile dalle conseguenze economiche del conflitto.
La contraddizione politica è questa: governi che promettono sicurezza preparano operazioni capaci di moltiplicare l’insicurezza. E la leadership iraniana risponde indicando altre infrastrutture da mettere sotto tiro. In questa escalation, la vita delle popolazioni diventa una variabile del calcolo strategico.
La diplomazia resta condizionata dalle richieste iraniane per riprendere i negoziati e riaprire Hormuz, riferisce Reuters. Il rischio è che ciascuna parte consideri indispensabile un’altra dimostrazione di forza prima di trattare. Intanto l’elenco dei bersagli si allunga. E dentro ci finisce sempre più vita civile.
L’American Israel Public Affairs Committee è il gruppo di pressione statunitense noto per il forte sostegno allo Stato di Israele. Questo film presenta figure interne all’AIPAC e informatori, svelando i meccanismi di uno dei gruppi di pressione più potenti negli Stati Uniti.
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