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EMERGENCY | Salvi dal mare, a quattro giorni dalla terra

La Life Support di Emergency ha soccorso 113 persone nel Mediterraneo centrale, tra cui due donne incinte e 36 minori non accompagnati. Il porto assegnato è Genova: circa 680 miglia nautiche dall’area del soccorso.


Prima un barchino di legno inclinato su un lato, con 73 persone senza salvagenti. Poi, nella notte, un gommone sovraffollato, altre 40 persone da raggiungere nell’oscurità e con il mare sfavorevole. Tra il pomeriggio del 27 ottobre e le prime ore del 28, la Life Support di Emergency ha portato in salvo 113 persone nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale.

Tra loro ci sono due donne incinte, un bambino e 36 minori non accompagnati. Ora sono a bordo della nave, diretta verso il porto assegnato dalle autorità italiane: Genova. Secondo quanto riferisce il capomissione Jonathan Naní La Terra, le separano dallo sbarco circa 680 miglia nautiche, quasi quattro giorni di navigazione.

Il primo intervento è avvenuto nella zona di ricerca e soccorso maltese, dopo una segnalazione di Alarm Phone. Il piccolo scafo in legno trasportava persone già stremate da oltre un giorno e mezzo in mare. Durante le operazioni, i soccorritori hanno scoperto un ponte inferiore: lì si trovavano venti delle 73 persone a bordo. Dopo la distribuzione dei giubbotti di salvataggio, tutti sono stati trasferiti sulla Life Support. Il capomissione riferisce che nessuno, al momento del soccorso, era in condizioni critiche.

La seconda segnalazione di Alarm Phone è arrivata mentre il primo intervento era ancora in corso. Intorno all’una di notte, dal ponte della nave è stato individuato il gommone. A bordo c’erano 35 uomini, tra cui 21 minori non accompagnati, e cinque donne, tutti privi di dispositivi di sicurezza. Il soccorso, nelle acque internazionali della zona SAR libica, si è concluso intorno alle tre del mattino.

Le persone salvate hanno raccontato di essere partite da due località della Libia: Gasr Garabulli e Zawiya. Provengono da Bangladesh, Somalia, Eritrea, Egitto, Etiopia, Pakistan, Sudan, Niger e Gibuti. Sono provenienze diverse, che chiedono di essere ascoltate attraverso le singole storie, senza presumere che una nazionalità basti a spiegare un viaggio.



Dopo il salvataggio comincia un’altra attesa. Quattro giorni di navigazione significano prolungare la permanenza a bordo per persone appena uscite da una traversata pericolosa. Significano anche allontanare una nave di soccorso dall’area in cui ha appena trovato due imbarcazioni in difficoltà.

È questo il punto sollevato da Emergency. Naní La Terra denuncia che l’assegnazione di un porto così distante tiene le navi lontane dal Mediterraneo centrale, dove continuano a verificarsi naufragi. Precisa comunque che la Life Support rimarrà operativa durante il trasferimento verso Genova, pronta a intervenire se incontrerà altre persone in pericolo.



Il comunicato dell’organizzazione non riporta le motivazioni delle autorità per la scelta del porto. Riporta però una distanza e una durata: elementi concreti sui quali interrogarsi. Per chi è stato soccorso, il luogo dello sbarco determina quanto tempo occorrerà ancora prima di poter scendere a terra; per chi presta soccorso, determina anche i tempi del ritorno nell’area operativa.

A questa missione partecipa come soccorritore anche il navigatore oceanico Giovanni Soldini, che ha sottolineato l’organizzazione e la professionalità delle operazioni. La Life Support è alla sua quarantaseiesima missione: secondo i dati diffusi da Emergency, dal dicembre 2022 ha soccorso complessivamente 3.701 persone.

Questa volta sono 113. Il primo risultato è averle raggiunte in tempo. Adesso la responsabilità dell’accoglienza comincia anche da quanto si chiede loro di aspettare.


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