Il parco eolico incompiuto di Katsina, in Nigeria, racconta una transizione frenata da dipendenza tecnologica e credito costoso. Ma il continente registra una crescita record e il Kenya produce già quasi tutta la sua elettricità con fonti rinnovabili.
Sule Mai Faci ripara pneumatici a Lambar Rimi, nel nord della Nigeria. Per lavorare deve alimentare un generatore, comprando carburante con una parte dei suoi guadagni. Poco lontano sorgono le turbine di un parco eolico che avrebbe dovuto contribuire a cambiare la vita della comunità. Il progetto risale al 2005. Nel reportage pubblicato a settembre da TheCable, il gommista racconta che si può restare senza elettricità per oltre dieci giorni. Le pale sono arrivate. La corrente affidabile continua a farsi aspettare.
Il caso di Katsina contiene molti degli ostacoli della transizione: lavori interrotti, problemi di sicurezza, dipendenza da competenze e componenti stranieri. Il rapimento di un ingegnere francese fermò il cantiere; un tecnico dell’impianto, Nura Lawal, descrive le lunghe attese dei ricambi dall’estero. Il governo locale promette ora di recuperare il parco e aggiungere una centrale fotovoltaica, indicando dicembre 2026 come obiettivo per la piena operatività. Una scadenza ancora da verificare.
Sarebbe però fuorviante trasformare queste turbine nel ritratto dell’intero continente. L’Africa delle rinnovabili si muove, in alcuni Paesi corre. Secondo Irena, nel 2025 ha aggiunto 11,3 gigawatt di potenza rinnovabile, registrando una crescita record del 15,9 per cento e raggiungendo circa ottantadue gigawatt complessivi. A trainare l’espansione sono stati soprattutto Etiopia, Sudafrica ed Egitto. Il limite emerge nel confronto mondiale: questo primato africano vale appena l’1,6 per cento delle nuove installazioni rinnovabili del pianeta. Sono dati sulla capacità degli impianti, distinta dall’elettricità effettivamente prodotta.
Il Kenya mostra quanto il quadro sia articolato. Un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia pubblicato nel 2026 indica che quasi il novanta per cento della sua produzione elettrica proviene da geotermia, idroelettrico, eolico e solare. L’accesso all’elettricità è salito dal 37 per cento della popolazione nel 2013 al 79 per cento nel 2025. Il progresso è netto, insieme alla distanza che resta da percorrere: produrre energia pulita e farla arrivare in ogni casa sono due impegni da sostenere contemporaneamente.
Le disuguaglianze attraversano il continente. Nord Africa e Sudafrica, con meno del venti per cento della popolazione africana, concentrano oltre il quarantacinque per cento degli investimenti energetici e più del sessantacinque per cento della potenza elettrica installata. Nel decennio esaminato dall’Iea, circa metà degli investimenti nel settore energetico africano è andata a petrolio e gas, prevalentemente con finalità di esportazione. Le infrastrutture costruite per rifornire i mercati internazionali non risolvono automaticamente i bisogni di chi vive nei territori produttori.
Poi c’è il prezzo del denaro. Nell’analisi Iea del 2023, il costo del capitale per i grandi progetti africani di energia pulita risultava almeno doppio o triplo rispetto alle economie avanzate e alla Cina. Per impianti che richiedono una forte spesa iniziale, da recuperare negli anni, le condizioni del finanziamento possono decidere se un progetto verrà realizzato e quanto costerà l’elettricità.
Jeffrey Sachs aveva individuato precisamente questo ostacolo. «Il problema principale è che i Paesi in via di sviluppo pagano tassi d’interesse eccezionalmente elevati sui prestiti», spiegava in un’intervista al Columbia Center on Sustainable Investment. La sua proposta assegna alle banche multilaterali di sviluppo un ruolo decisivo: raccogliere fondi a condizioni migliori e trasferire quel vantaggio ai Paesi finanziati.
Il sole può essere abbondante, il vento favorevole, la tecnologia disponibile. Se il credito costa troppo, la possibilità di utilizzarli si restringe. E se ogni componente deve arrivare dall’estero, anche un guasto può diventare una lunga interruzione. Secondo l’Iea, l’Africa cattura meno dell’uno per cento del valore generato dalla fabbricazione delle tecnologie pulite e dei loro componenti. La crescita delle installazioni deve quindi accompagnarsi a formazione, produzione e manutenzione locale. Altrimenti la transizione rischia di consolidare una dipendenza industriale proprio mentre dovrebbe costruire autonomia.
Per quasi seicento milioni di africani ancora senza accesso all’elettricità, la priorità riguarda scuole, ambulatori, case e attività economiche. Mission 300, l’iniziativa di Banca mondiale e Banca africana di sviluppo, punta a raggiungere trecento milioni di persone entro il 2030 attraverso reti elettriche e soluzioni distribuite, comprese le rinnovabili. Nel giugno 2026 i promotori hanno annunciato oltre cinquanta milioni di persone collegate in quaranta Paesi. Un avanzamento da seguire, insieme all’affidabilità del servizio e alla possibilità di pagarlo.
La transizione africana ha già risultati da mostrare e capacità da sviluppare. Il suo successo dipenderà anche da chi controllerà gli impianti, dalle competenze che resteranno nei territori e dalle famiglie che potranno permettersi l’energia prodotta. A Lambar Rimi tutto questo assume una forma molto concreta: il giorno in cui Sule Mai Faci potrà spegnere il generatore e continuare a lavorare.
SIAMO VECCHIA STAMPA
Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta.
CONDIVIDERE È INFORMARE | I testi di Fotosintesi.info sono riproducibili citando la fonte.





