Editoriale

ANALISI | La guerra non è più la continuazione della politica con altri mezzi, ma il suo fallimento catastrofico. Con le menzogne, ci spingono al fronte. Avanti tutta per la Palestina. Stop ReArm Europe

In queste settimane, le piazze di tutto il mondo si sono riempite di una coscienza collettiva. Un fiume in piena di persone che, armate solo di bandiere, voci e una profonda indignazione, chiedono giustizia per la Palestina. È un movimento potente, trasversale, che ha squarciato il velo di indifferenza steso su una tragedia durata decenni. Ma proprio mentre questa onda di solidarietà cresce, dai palazzi del potere si alzano i venti gelidi di una possibile nuova guerra mondiale. E la domanda sorge spontanea: che c’entra la nostra mobilitazione per Gaza con il rischio di un conflitto globale? La risposta è semplice e drammatica: c’entra tutto.



La lotta per la liberazione della Palestina non è un capitolo a sé stante nella storia contemporanea. È, piuttosto, l’epicentro di un terremoto geopolitico i cui effetti di propagazione minacciano di far saltare in aria un intero sistema internazionale. Smobilitare ora, lasciare che la paura per un conflitto più ampio ci paralizzi, sarebbe un errore fatale. La Palestina è il sintomo, non la malattia. L’oppressione del popolo palestinese è la manifestazione più crudele e duratura di un sistema internazionale basato sull’impunità dei potenti, sul colonialismo e su un concetto distorto di “sicurezza” che si paga con la libertà altrui. Questo stesso sistema, che permette a uno Stato di violare il diritto internazionale davanti agli occhi di tutti, è lo stesso che, su scala più ampia, alimenta la corsa agli armamenti, le alleanze aggressive come la NATO e le sue controparti, e la logica dei “blocchi” contrapposti. Lottare per la Palestina significa attaccare una delle radici velenose di questo sistema. Significa affermare che il diritto universale alla vita, alla dignità e all’autodeterminazione vale più degli interessi strategici delle superpotenze.

Ci viene detto di temere una guerra mondiale, e la paura è più che legittima. Ma la risposta dei governi a questa paura non è il disarmo o la diplomazia creativa, è un aumento esponenziale delle spese militari, un invio di sempre più armi in teatri di crisi come l’Ucraina e il Medio Oriente, e una retorica da “scontro di civiltà”. La “pace armata” è una trappola. Questa non è la strada verso la pace, è la preparazione attiva per la guerra. La nostra mobilitazione è l’antidoto a questa follia. È la voce di chi dice che la sicurezza non si costruisce con i carri armati, ma con la giustizia. Che la vera minaccia non è il “diverso” o lo “stato canaglia”, ma la povertà, la crisi climatica e l’ingiustizia sistemica, problemi che le guerre non fanno che aggravare.

La propaganda di guerra funziona creando schieramenti netti. In questo momento, chi si schiera per un cessate il fuoco immediato a Gaza viene dipinto come un fiancheggiatore dei “terroristi” di Hamas, questo è un ricatto per zittire il dissenso. La nostra mobilitazione deve rifiutare questa logica binaria. Possiamo e dobbiamo essere la terza forza, la voce di chi non sta né con i bombardieri israeliani, né con i regimi autoritari che strumentalizzano la causa palestinese, né con le potenze occidentali che chiudono un occhio sui crimini di guerra. Siamo dalla parte della gente, della vita umana, del diritto internazionale. Questo posizionamento è essenziale per evitare che il mondo scivoli in un conflitto dove non ci saranno vincitori, ma solo vittime.

In un mondo che si frammenta, l’unica forza in grado di opporsi alla barbarie della guerra è la solidarietà transnazionale. I lavoratori che si rifiutano di caricare armi, gli studenti che occupano le università, le comunità che accolgono i rifugiati, questa è la rete di sicurezza umana. La mobilitazione per la Palestina ha creato un embrione di questa rete globale. È un movimento che parla la stessa lingua di giustizia in ogni angolo del pianeta. Abbandonarlo ora significherebbe smantellare la nostra unica difesa prima ancora che la tempesta arrivi. Non c’è contraddizione tra la lotta per la Palestina e la lotta contro una nuova guerra mondiale. Sono la stessa lotta.

Continuare a scendere in piazza, a informare, a fare pressione sui nostri governi non è un gesto naif o marginale. È l’azione più concreta e razionale che possiamo intraprendere. Significa agire sulla causa della febbre, non solo sulla febbre stessa. Significa ricordare ai potenti che, in un’epoca di armi di distruzione di massa, la guerra non è più la continuazione della politica con altri mezzi, ma il suo fallimento catastrofico. La minaccia di una guerra mondiale non è un motivo per ritirarsi nella paura. È la ragione più urgente per cui dobbiamo alzare la voce, ancora più forte. Per la Palestina, per noi stessi, per un futuro in cui la parola “guerra” sia solo un reperto dei libri di storia. La nostra mobilitazione non è parte del problema. È l’unica soluzione possibile.




 

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