Editoriale

DUBBI | Stiamo con il popolo iraniano! Certo, ma chi sono? Vogliono tutti la stessa cosa? E la stessa cosa sono i valori occidentali?

“Stiamo con il popolo iraniano”. Detto così, suona pulito, giusto, incontestabile. Poi però ti fermi, apri una mappa, ripeschi due frammenti di storia sociale, provi a capire dove scoppiano davvero le proteste, ascolti le voci che arrivano dall’esilio, incroci quel poco che si riesce a verificare dai giornali. E quella frase, che sembrava una bandiera, comincia a sbriciolarsi. Perché “popolo iraniano” copre differenze reali, antiche, spesso conflittuali, e spesso organizzate in gerarchie dal potere centrale.

Partiamo da un dato più concreto della retorica. La Repubblica islamica nasce e regge su una definizione religiosa dello Stato, e su un sistema giuridico che distingue fra appartenenze riconosciute e appartenenze trattate come problema. Chi vive in Iran conosce questa differenza sulla pelle. Si misura nei diritti, nel lavoro, nell’istruzione, nella tutela, nel modo in cui si può esistere in pubblico senza dover diventare un’ombra che recita. E su questo, da anni, le organizzazioni per i diritti umani descrivono la comunità bahá’í come bersaglio di discriminazioni e persecuzioni.

Poi c’è un punto che in Europa si liquida con due parole, perché complica la narrazione “semplice”. L’Iran non coincide con l’immagine standard del “persiano sciita” come tipo umano unico. Dentro i confini dello Stato vivono persiani, azeri, curdi, lur, arabi, baluci, turkmeni, e anche ebrei molto integrati, e una quantità di intrecci locali che rendono le percentuali un campo di battaglia politico. Conta, eccome, perché le periferie di confine hanno spesso storie diverse di povertà, militarizzazione, sospetto, repressione. Quando senti dire “stiamo con il popolo iraniano”, la domanda diventa inevitabile: stai con Teheran o con il Sistan e Baluchistan. Stai con il centro o con le province che finiscono per prime nel mirino degli apparati? Perché le prospettive cambiano parecchio.

Arriviamo all’oggi, o meglio a quel che dell’oggi filtra. I giornali raccontano un Paese scosso, con proteste che si alimentano dentro un collasso economico vissuto come corruzione ostentata, e con una macchina securitaria che resta compatta. Sembrano esserci migliaia di morti, contando ambo le parti, compresi gli agitatori del Mossad (lo hanno scritto loro sui social che sono presenti e lo hanno anche ribadito su Channel 12). C’è un punto, che in Occidente spesso si finge di evitare per non sporcare i buoni sentimenti: un cambio di potere richiede rotture dentro l’élite, soprattutto dentro gli apparati di sicurezza. Senza quelle scissioni, lo Stato, alla fine, regge anche sotto assedio.

Ecco che arriviamo alla “materia” che fa saltare la retorica dei “valori” astratti. Quando la crisi economica accelera, la protesta smette di essere soltanto simbolica. Diventa il terreno in cui una famiglia non fa più quadrare la spesa, in cui un salario perde valore e la rabbia smette di essere un’idea e diventa concreta, con il frigorifero che parla più di mille proclami. Perché decenni di sanzioni occidentali e politiche di governo scellerate hanno creato una crisi economica enorme.

E quindi chi è “il popolo” quando una società protesta? È qui che la formula diventa una coperta troppo corta, perché dentro la protesta convivono progetti diversi, a volte incompatibili.

C’è chi immagina una transizione liberale con aggancio forte all’Occidente. C’è chi sogna una restaurazione, o almeno un rientro della monarchia come mito ordinatore, come promessa di stabilità dopo anni di soffocamento. Ma quella stessa figura, per altri, evoca esclusioni, verticalità, vecchie ferite e nuove paure. Il nodo, sempre, è la leadership. Dentro, spesso, manca una guida riconosciuta. Fuori, qualcuno tenta di riempire il vuoto. E quel tentativo, invece di unire, può spaccare.

C’è un’opposizione organizzata storicamente, fatta di reti, militanze, memorie, gruppi in esilio che una parte degli iraniani guarda con diffidenza per ragioni che affondano nella storia e nelle alleanze esterne. E questa semplice presenza, questo mosaico di sigle e genealogie, basta a disinnescare l’illusione che “popolo” significhi “un solo soggetto con un solo programma”.

Perché dovete sapere che in Iran si vota davvero, e la politica interna conta, anche se dentro un recinto istituzionale molto stretto. Si eleggono il presidente e il parlamento, il Majles, e si elegge anche l’Assemblea degli Esperti, che sulla carta ha il potere di nominare la Guida Suprema; soltanto che, prima ancora dell’urna, interviene il Consiglio dei Guardiani, che supervisiona le elezioni e soprattutto decide chi può candidarsi, approvando o squalificando i nomi. Quindi esistono competizione, campagne e correnti, ma raramente un’alternanza piena, la partita si gioca fra opzioni già filtrate, ma comunque è un sistema polipartitico non troppo diverso dal nostro in Italia.

Un altro dato importante è c’è un Iran operaio e sindacale, fatto di scioperi possibili e scioperi desiderati, che in molte fasi della storia recente ha rappresentato una minaccia vera per lo Stato. Perché fermare la produzione pesa molto più delle piazze piene, e più di qualsiasi hashtag. Ma anche qui la realtà è sporca, ambivalente, c’è chi sciopera e rischia, e c’è chi teme lo sciopero perché vive già su salari ridotti, perché il margine di sopravvivenza è stato divorato.

C’è anche una sinistra iraniana che in Europa viene ricordata come una fotografia ingiallita del Novecento. Eppure, nell’esilio e nelle reti internazionali, quella voce continua a esistere, continua a interpretare la protesta come sfida al dispotismo religioso e al potere economico interno, come conflitto sociale prima ancora che “questione di costumi”. Anche qui, “popolo” cambia significato: il bersaglio diventa un sistema letto come alleanza fra clero e capitale, e la soluzione viene cercata nel lavoro, nella povertà, nella corruzione, nella redistribuzione.

E poi c’è l’Iran delle periferie etniche, dove “protesta” spesso significa prezzo più alto, perché le rivendicazioni locali vengono lette come questione di sicurezza nazionale. Qui serve una regola di metodo, più utile di cento frasi identitarie: quando uno Stato controlla l’informazione e restringe la rete, una parte delle notizie arriva da organizzazioni per i diritti e da reti di attivisti. Questo rende la verifica più faticosa, e rende necessario trattare certe cifre come stime, con prudenza e con indicazione chiara della provenienza.

Infine c’è la questione di chi racconta l’Iran quando l’Iran si chiude. In queste ore gira molto Iran International. Attorno a quel canale, da anni, esiste un dibattito pubblico sui finanziamenti e sulla collocazione geopolitica, con ricostruzioni giornalistiche che segnalano legami con capitali sauditi e quindi il rischio di un’agenda. Questo non significa che tutto ciò che pubblica sia falso. Significa che va letto con igiene mentale, distinguendo testimonianza e propaganda, cronaca e linea editoriale, dolore reale e uso politico del dolore.

A questo punto “sto con il popolo iraniano” smette di essere un distintivo di virtù. Diventa una domanda di responsabilità. Con chi, precisamente? Con chi rischia in strada e chiede libertà civili. Con chi vuole rovesciare lo Stato e con chi spera di riformarlo? Con chi vive nelle province trattate come sospette? Con chi sciopera e con chi ha paura di perdere anche quel poco che gli resta? Con chi sogna un ritorno monarchico e con chi vede in quel sogno l’ennesimo cappio storico?

Dobbiamo impedire alla nostra politica occidentale di trasformare l’Iran nello schermo su cui proiettiamo le nostre semplificazioni. Un popolo, nella storia, esiste quasi sempre al plurale. Anche quando la lingua pigra lo riduce a singolare.



Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi