Proprio come nel caso di Sde Teiman, con le testimonianze che descrivevano gli abusi efferati subiti da un detenuto palestinese, lo shock dell’opinione pubblica non è stato il risultato di un disgusto morale per la violazione dei diritti umani, bensì per il fatto che i video fossero giunti ai media stranieri.
di Jack Khoury
La tempesta internazionale scatenata dai video pubblicati dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, in cui umilia con compiacimento gli attivisti della flottiglia di Gaza, ha riportato alla luce una triste verità sul discorso israeliano, sia ufficiale che mediatico: non si ravvisa alcun problema negli atti in sé, ma solo nella telecamera che li ha ripresi.
Il primo ministro, il ministro degli esteri e altri politici si sono affrettati a dissociarsi dalla documentazione, non perché fossero scioccati dall’umiliazione o dal messaggio veicolato dalla sua orgogliosa esibizione, ma piuttosto perché i video danneggiavano l’immagine di Israele. Ancora una volta si è parlato di un “errore di pubbliche relazioni”, come se il problema risiedesse nelle spiegazioni piuttosto che nella realtà dei fatti.
Dopotutto, molti membri dell’establishment israeliano considerano gli attivisti della flottiglia dei terroristi. Pertanto, per molti israeliani, trattarli in modo umiliante non è un problema. Il problema è che il mondo ha potuto assistere a tutto ciò. Proprio come nel caso di Sde Teiman, con le testimonianze che descrivevano gli abusi atroci subiti da un detenuto palestinese, lo shock dell’opinione pubblica non è stato il risultato di un disgusto morale per la violazione dei diritti umani o della legge, bensì per il fatto che i video fossero giunti all’estero e per il conseguente danno d’immagine per lo Stato.
Qui sta la grande ipocrisia. Israele ufficiale e i principali media si sono comportati negli ultimi anni come se la moralità non fosse un valore in sé, ma qualcosa di subordinato alla documentazione. Se non c’è una telecamera, non c’è problema. Se non c’è un video, è possibile negare, offuscare o ignorare.
Per oltre due anni la Striscia di Gaza è stata bombardata, affamata e distrutta sotto la bandiera della “risposta al massacro del 7 ottobre”. Oltre settantamila persone sono state uccise, tra cui decine di migliaia di donne e bambini , oltre 170mila ferite e 1,7 milioni vivono in campi per sfollati. Un intero territorio è stato raso al suolo, gli ospedali sono collassati e la fame è diventata uno strumento di guerra palese e spudorato. Tutto ciò non ha provocato shock o proteste nella società israeliana, non perché l’opinione pubblica non ne sia a conoscenza, ma perché la sofferenza palestinese è rimasta perlopiù distante, oscurata e invisibile.


Allo stesso modo, lo shock suscitato dalle immagini dei pogrom perpetrati dai coloni in Cisgiordania non deriva dalla violenza omicida in sé, ma piuttosto dal fatto che tali immagini siano state rese pubbliche. Lo stesso vale per il Libano: si scatena una bufera quando una statua di Gesù viene distrutta o una chiesa danneggiata, perché esiste un video. Nessuno vede le decine di villaggi sciiti che sono stati rasi al suolo.
Il messaggio veicolato dalle istituzioni, dai media e dall’opinione pubblica non è “Non fate del male agli innocenti né violate i valori morali”, bensì: “Non fotografate”. Continuate pure a distruggere, umiliare, affamare, opprimere, uccidere e radere al suolo, ma non pubblicatelo online . Non fornite al mondo documentazione che renda difficile giustificare tali azioni.


Questo è l’aspetto più inquietante dell’incidente della flottiglia Ben-Gvir . Se non ci fosse stata la documentazione, se il ministro non si fosse vantato delle sue azioni e non avesse condiviso i video, ci sarebbero state proteste? Qualcuno avrebbe creduto ai racconti dell’umiliazione e della violenza? Anche nel caso Sde Teiman si tentò di screditare le testimonianze, finché non iniziarono a emergere foto e video.
In definitiva, da tempo il dibattito in Israele non verte sui limiti della forza e della moralità, bensì sui limiti dell’esposizione. Non su ciò che è lecito fare, ma su ciò che è lecito vedere e su ciò che può o non può essere registrato.





