Il Brasile arriverà al ballottaggio del 25 ottobre quasi diviso a metà. Flávio Bolsonaro ha chiuso il primo turno al 47,03 per cento, Luiz Inácio Lula da Silva al 45,16: poco più di due milioni di voti di differenza. Ma ci sono altri numeri che raccontano meglio il Paese uscito dalle urne. L’astensione ha raggiunto il 21,08 per cento, oltre 33 milioni di elettori, mentre la destra bolsonarista ha rafforzato nettamente la propria presenza in Parlamento.
A San Paolo, nello stesso giorno, Erika Hilton, trentatré anni, nera, donna trans e deputata del Psol, è stata rieletta con 1.596.472 voti, diventando la donna più votata nella storia brasiliana per la Camera. Davanti a lei, nello stesso grande laboratorio politico e digitale, candidati bolsonaristi capaci di superare i tre milioni di preferenze. È una fotografia quasi perfetta: due Brasile non semplicemente affiancati, ma in lotta per definire l’idea stessa di Paese.
La scrittrice e giornalista Claudileia Lemes Dias parla di un “ballottaggio del baratro”. La sua lettura individua nell’avanzata della destra evangelica e bolsonarista una trasformazione profonda del consenso: famiglia tradizionale, religione, sicurezza, individualismo economico, ostentazione della ricchezza e capacità degli influencer di convertire milioni di follower in elettori. La politica brasiliana passa sempre più attraverso piattaforme che comprimono la complessità in video brevi, slogan, nemici da indicare e modelli di successo da imitare.
Lemes Dias descrive una sorta di rivoluzione morale al contrario: il privilegio esibito diventa promessa, la ricchezza prova di valore personale, la solidarietà collettiva perde terreno davanti alla prospettiva della scalata individuale. È una chiave di lettura. Il peso raggiunto dagli influencer politici, invece, è già un dato elettorale.
Poi c’è Lula. E qui il ballottaggio smette di essere soltanto brasiliano. Luiz Inácio Lula da Silva ha ottant’anni. Nato in una famiglia poverissima del Pernambuco, migrò bambino verso il Sud industriale, fece l’operaio metalmeccanico, perse un dito lavorando alla pressa, guidò il sindacato durante la dittatura e contribuì alla nascita del Partido dos Trabalhadores. Dopo tre sconfitte conquistò la presidenza nel 2002 e governò dal 2003 al 2010, negli anni in cui il Brasile ridusse fortemente povertà e disuguaglianze e acquistò un peso internazionale nuovo.
Poi vennero Lava Jato, le condanne e 580 giorni di carcere. Le sentenze furono successivamente annullate per questioni di competenza e procedimento. Nel 2022 Lula tornò alle urne e batté Jair Bolsonaro. Oggi cerca il quarto mandato non consecutivo.
Dentro questa storia politica c’è anche il corpo. Nel 2011 Lula affrontò un tumore alla gola. Nel 2024 una caduta domestica provocò un trauma cranico e, poche settimane dopo, un ematoma subdurale che rese necessario un intervento d’urgenza per drenare l’emorragia intracranica, seguito da una seconda procedura preventiva. I successivi controlli hanno confermato il recupero. A ottant’anni è ancora in campagna elettorale nazionale dopo sindacato, tre presidenze, carcere, tumore e due procedure alla testa.
Il punto politico, però, è ciò che Lula rappresenta fuori dal Brasile. Da oltre vent’anni costruisce una linea internazionale fondata sull’autonomia strategica: parlare con Washington senza dipendere da Washington, trattare con Pechino senza diventare una pedina cinese, mantenere rapporti con Mosca, dialogare con l’Europa, difendere il ruolo dell’Onu e utilizzare i Brics come spazio di rappresentanza del Sud globale.
Per Brasilia i Brics non sono soltanto un fronte contro l’Occidente. Lula e il suo consigliere diplomatico Celso Amorim li hanno descritti come uno strumento per rendere più multipolare il sistema internazionale, riformare le istituzioni finanziarie, aumentare il peso delle economie emergenti e impedire che il mondo torni a essere diviso rigidamente in blocchi. È una linea difficile, spesso contestata, ma coerente con l’ambizione brasiliana di non entrare nel cortile di nessuno.
La stessa impostazione è emersa sulla guerra in Ucraina. Lula ha cercato di tenere aperti i canali con Kiev e Mosca e di proporre uno spazio di mediazione affidato anche ai Paesi che non si riconoscono interamente negli schieramenti contrapposti. Le iniziative brasiliane non hanno prodotto finora una trattativa decisiva e alcune posizioni di Lula sono state criticate duramente da Kiev e dalle cancellerie occidentali. Resta il ruolo di un Paese che continua a proporsi come interlocutore fra mondi che faticano perfino a parlarsi.
Lo stesso vale per Cina e Stati Uniti. Lula ha approfondito gli accordi commerciali e tecnologici con Pechino, sostenendo anche un maggiore uso delle monete nazionali negli scambi, ma continua a cercare investimenti e cooperazione con Washington. È l’idea di un Brasile sufficientemente grande da non dover scegliere un padrone.
Ed è qui che il ballottaggio acquista un peso geopolitico. Flávio Bolsonaro appartiene a un campo politico molto più vicino alla destra trumpiana e assai più diffidente verso la centralità assunta dai rapporti con Cina e Brics. Un cambio alla presidenza potrebbe quindi modificare non soltanto la politica interna, ma anche l’orientamento internazionale del maggiore Paese dell’America Latina.
Il quadro continentale rende questa scelta ancora più rilevante. La nuova “onda rosa” latinoamericana si è ridimensionata: diversi Paesi sono passati a governi di destra o centrodestra, mentre Cuba attraversa una delle crisi economiche ed energetiche più profonde della sua storia recente, tra blackout, carenza di carburante, difficoltà nell’approvvigionamento idrico e aperture crescenti al capitale privato.
Lula rimane così uno degli ultimi grandi dirigenti ancora in campo della stagione progressista latinoamericana nata tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo. Una stagione che aveva cercato, con risultati e contraddizioni differenti, di costruire maggiore autonomia dagli Stati Uniti e una diversa distribuzione della ricchezza.
Il 25 ottobre i brasiliani sceglieranno chi entrerà al Planalto. Ma il voto deciderà anche quale peso avrà il Brasile nei Brics, quale rapporto manterrà con Stati Uniti e Cina, quale spazio continuerà a cercare nella diplomazia del Sud globale e quanto resterà della stagione progressista latinoamericana. Claudileia Lemes Dias lo chiama “il ballottaggio del baratro”. Dopo oltre mezzo secolo di vita politica, Lula si trova ancora una volta al centro di un passaggio che può cambiare il Brasile. E questa volta, intorno a lui, è cambiato quasi tutto il continente.
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