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CIAD ORIENTALE | La guerra affama anche chi accoglie. L’allarme di Medici Senza Frontiere

Nel Ciad orientale più di una donna incinta o in allattamento su cinque è malnutrita. A pagare il prezzo della guerra in Sudan non sono soltanto i rifugiati, ma anche le comunità che li hanno accolti e che oggi restano escluse dagli aiuti alimentari.

Amna Abderahim (not visible), 21, a Sudanese refugee who fled the 2023 massacres in El Geneina (Sudan), gives water to her daughter Djout Mahamat, 11 months old. She is being treated for severe acute malnutrition with complications in the Inpatient Therapeutic Feeding Centre (ITFC) run by Médecins Sans Frontières at the Adré Urbain health centre in Adré, eastern Chad.

Non sono soltanto i rifugiati a pagare il prezzo della guerra in Sudan.

Nel Ciad orientale, dove sono arrivate centinaia di migliaia di persone in fuga dal Darfur, la fame sta colpendo ormai anche le comunità che hanno aperto le proprie case e condiviso quel poco che avevano.

È il quadro delineato da Medici Senza Frontiere (Msf), che lancia un appello urgente alla comunità internazionale: senza nuovi finanziamenti, la crisi umanitaria rischia di trasformarsi in una catastrofe sanitaria destinata a coinvolgere rifugiati e popolazione locale.

Nei primi sei mesi del 2026 le équipe di Msf hanno sottoposto a screening 5.785 donne in gravidanza o in allattamento nella città di Adré, principale punto di ingresso dei profughi provenienti dal Sudan.

Il risultato è drammatico: il 21,2 per cento soffre di malnutrizione acuta, una percentuale nettamente superiore alla soglia del 15 per cento che definisce una situazione di emergenza umanitaria critica.

Il dato più significativo, tuttavia, riguarda chi soffre la fame.

Sara Oumar, 75 days old, lies in the arms of her mother, Koubra Abderahaman, whose age is unknown and estimated at around 25, Chadian. Sara is the only surviving twin after the death of her sibling. She is being treated for severe acute malnutrition with complications in the Inpatient Therapeutic Feeding Centre (ITFC) run by Médecins Sans Frontières at the Adré Urbain health centre in Adré, eastern Chad.

Tre quarti delle donne malnutrite appartengono alle comunità ospitanti, non ai rifugiati. Restano escluse dai programmi alimentari perché gli aiuti vengono destinati quasi esclusivamente ai profughi registrati. Un paradosso che rischia di alimentare nuove tensioni sociali proprio nelle aree che hanno sostenuto il peso maggiore dell’accoglienza.

Oltre novecentomila persone in fuga

Dall’inizio della guerra in Sudan, nell’aprile 2023, oltre 930 mila rifugiati sudanesi hanno attraversato il confine con il Ciad. Più dell’ottanta per cento sono donne e bambini.

Soltanto attraverso Adré sono passate oltre 700 mila persone. Molte arrivano dopo settimane o mesi di violenze, fame, bombardamenti e persecuzioni etniche nel Darfur.

Secondo Msf, il trasferimento dei rifugiati verso nuovi campi all’interno del Paese non risolve il problema.

Sposta semplicemente migliaia di persone da una comunità povera a un’altra, senza garantire risorse sufficienti, acqua potabile, assistenza sanitaria e alimentazione adeguata.

Amna Abderahim, 21, a Sudanese refugee who fled the 2023 massacres in El Geneina (Sudan), gives therapeutic milk to her daughter Djout Mahamat, 11 months old. She is being treated for severe acute malnutrition with complications in the Inpatient Therapeutic Feeding Centre (ITFC) run by Médecins Sans Frontières at the Adré Urbain health centre in Adré, eastern Chad.

Quando manca il latte materno

Dietro le statistiche ci sono storie come quella di Halima, madre di cinque figli.

Il marito, malato di diabete, non è più in grado di lavorare. Lei coltiva la terra praticamente da sola, ma la siccità ha compromesso il raccolto.

Il figlio più piccolo, Nassir, ha venti mesi e pesa appena 4,7 chilogrammi. È ricoverato per la quinta volta a causa della malnutrizione.

«Due mesi dopo la nascita non avevo più abbastanza latte per allattarlo», racconta. «Mi occupo da sola dei bambini, dei campi e della casa, perché mio marito non è più in grado di muoversi».

Una testimonianza che racconta meglio di qualsiasi statistica cosa significhi vivere in un territorio dove la guerra, pur combattuta oltre confine, continua a divorare il futuro delle famiglie.

Gli aiuti finiscono, la crisi cresce

La situazione è aggravata dai drastici tagli ai finanziamenti umanitari.

Le scorte del Programma alimentare mondiale (Wfp) destinate alla cura della malnutrizione moderata si sono esaurite nei mesi di maggio e giugno.

Le nuove forniture dovrebbero bastare soltanto fino a settembre e non esistono garanzie sui finanziamenti successivi.

Anche gli alimenti terapeutici destinati ai bambini sono insufficienti: è disponibile soltanto circa due terzi del fabbisogno annuale, costringendo gli operatori umanitari a ridurre le dosi di trattamento.

Nel frattempo aumentano i prezzi dei beni essenziali, crescono i ricoveri pediatrici e l’acqua disponibile nei campi resta molto al di sotto degli standard minimi di emergenza.

Con l’arrivo della stagione delle piogge aumenta inoltre il rischio di nuove epidemie di colera e di altre malattie trasmesse dall’acqua contaminata.

Quando gli aiuti diventano un privilegio

La crisi del Ciad mette in luce uno dei limiti più discussi dell’assistenza umanitaria contemporanea.

Molti programmi internazionali distinguono rigidamente tra rifugiati registrati e popolazione locale.

Una scelta amministrativa che può apparire razionale sulla carta ma che, nei territori più poveri, rischia di produrre nuove ingiustizie.

Chi ospita centinaia di migliaia di persone continua infatti a condividere acqua, terra, servizi sanitari e mercati locali senza ricevere lo stesso sostegno.

Il risultato è una competizione crescente per risorse sempre più scarse.

Per questo Msf chiede che gli aiuti alimentari e nutrizionali vengano estesi anche alle comunità ospitanti, evitando che l’accoglienza si trasformi in un ulteriore fattore di impoverimento.

Aerial view of dried-up riverbeds and dirt tracks crossing the arid landscapes of inland Chad.

La fame non si ferma al confine

La fame non nasce soltanto dalla siccità o dalla mancanza di raccolti.

Può essere il risultato di una guerra combattuta a centinaia di chilometri di distanza. Può nascere da un bilancio internazionale ridotto, da un programma di aiuti interrotto, da una firma che non arriva.

E quando a perdere il latte sono le madri e il peso sono i bambini, significa che una crisi umanitaria ha già superato il limite dell’emergenza. È il momento in cui la solidarietà smette di essere una parola e diventa una responsabilità politica.

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