Nuove allerte dopo gli allagamenti di ottobre. I programmi su clima ed energia faticano a diventare investimenti, mentre la manovra resta in attesa di Bruxelles. L’Agenzia europea dell’ambiente indica la strada per trasformare l’industria.
A Ischia strade invase da fango e detriti, allagamenti nel Brindisino, abitazioni raggiunte dall’acqua a Nettuno. Le cronache del maltempo di ottobre hanno attraversato territori diversi, mostrando quanto siano esposte case, servizi e collegamenti. Oggi, 20 ottobre, un’altra allerta arancione interessa il ponente e il centro della Liguria, con scuole chiuse a Genova e in numerosi comuni. L’emergenza cambia indirizzo, la vulnerabilità rimane.
Poi l’acqua scende e ricomincia l’attesa. È qui che andrebbe misurata la politica climatica: nei lavori realizzati, nelle risorse disponibili, nella capacità di arrivare prima del prossimo disastro.
Su lavoce.info, Andrea Ciffolilli, Carlo Della Libera e Marco Pompili descrivono un’Italia provvista di programmi ma debole nell’attuazione. Il Pniec riguarda energia e riduzione delle emissioni; il Pnacc l’adattamento ai cambiamenti climatici. Il passaggio decisivo è collegare obiettivi, interventi e coperture. Secondo la valutazione della Commissione europea richiamata dagli autori, per gli obiettivi del Pniec servono centosettantaquattro miliardi di euro di investimenti aggiuntivi tra il 2024 e il 2030. Per l’adattamento manca una quantificazione complessiva del fabbisogno.
Anche sulle rinnovabili la distanza è misurabile: ad aprile 2026 risultavano installati 27,29 gigawatt aggiuntivi rispetto alla fine del 2020, su ottanta previsti entro il 2030. Circa un terzo del percorso. Gli autori ricordano inoltre che i piccoli reattori nucleari modulari non sono disponibili per risolvere gli obiettivi di questa scadenza. La prospettiva tecnologica futura non sostituisce gli investimenti realizzabili oggi.
Difendere un territorio dagli allagamenti e ridurre le emissioni sono lavori diversi, entrambi necessari. Un nuovo impianto rinnovabile non mette in sicurezza un quartiere esposto alle piene; un intervento sugli argini non risolve la dipendenza energetica. Servono risorse, responsabilità e tempi verificabili per entrambe le cose.
Il rapporto presentato oggi dall’Agenzia europea dell’ambiente porta il ragionamento dentro le fabbriche. Le emissioni industriali europee sono diminuite, ma nei settori del cemento, del ferro e dell’acciaio i miglioramenti delle emissioni per tonnellata prodotta sono stati moderati dal 2010. La trasformazione deve accelerare. A frenarla è sempre più l’insufficiente preparazione del sistema: infrastrutture, energia, materiali, competenze e capitali.
La stima è di trenta-sessanta miliardi di euro l’anno di finanziamenti mancanti per la trasformazione industriale entro il 2030. Servono elettricità rinnovabile a basso costo, reti e investimenti. L’elettrificazione può rafforzare insieme sicurezza energetica e competitività. L’Agenzia riconosce gli elevati costi iniziali: occorre accompagnare le imprese, creare mercati per le produzioni pulite e dare continuità alle scelte pubbliche.
La manovra italiana offre un esempio concreto delle scelte in discussione. Il via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge di bilancio slitta di qualche giorno, in attesa del confronto con Bruxelles. Il governo chiede di poter utilizzare i margini destinati all’energia anche per aiuti contro i rincari a famiglie e imprese, oltre che per gli investimenti. L’autorizzazione europea è ancora attesa.
Sostenere chi non riesce a pagare le bollette è necessario. Ma compensare il caro energia senza ridurre le condizioni che lo producono significa preparare il prossimo intervento d’emergenza. Una strategia industriale dovrebbe legare il sostegno immediato alla trasformazione: quali impianti rinnovare, quanta energia risparmiare, come rendere accessibile l’elettricità pulita, quali posti di lavoro tutelare e creare.
È su queste scelte che si misura la visione di un governo. La ricerca di margini finanziari è un mezzo; deve essere chiaro quale industria si vuole costruire con quelle risorse. Altrimenti si finanzia la sopravvivenza del sistema esistente, lasciandone intatte le fragilità.
Il denaro pubblico dovrebbe comprare risultati verificabili: meno emissioni, occupazione tutelata, processi produttivi migliori. E nei territori, interventi capaci di ridurre l’esposizione ai disastri. Ogni finanziamento dovrebbe avere un destinatario, un obiettivo, una scadenza e qualcuno chiamato a risponderne.
Quando torna l’acqua, la differenza tra un piano approvato e un lavoro concluso si misura nelle case che restano abitabili.
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