Ambiente

PRIMA | L’Europa brucia, noi continuiamo ad arrivare dopo

Dai megafire alla fabbrica di munizioni esplosa a Colleferro, dall’inquinamento che aumenta il rischio di cancro ai dati dell’Epa che diventano più difficili da conoscere. Fino alle armi che partono dall’Europa verso Kiev. Spendiamo miliardi per spegnere, curare e combattere. Molto meno per impedire che il danno cominci.


C’è un momento in cui un incendio smette quasi di essere un incendio. Le fiamme corrono, saltano strade e fasce tagliafuoco, producono colonne di fumo e calore capaci di modificare persino le condizioni atmosferiche locali. Gli uomini arretrano, i mezzi aerei diventano meno efficaci, l’obiettivo non è più spegnere ma contenere, evacuare, salvare vite. È il territorio dei megafire, i megaincendi che stanno diventando uno dei simboli più visibili dell’Europa trasformata dalla crisi climatica.

Secondo il Joint Research Centre della Commissione europea, al 13 agosto nell’Unione europea erano già bruciati 568.415 ettari in 1.647 incendi. Il 2025 resta l’anno peggiore registrato da Effis, ma il 2026 è già molto sopra la media di lungo periodo. Caldo eccezionale e siccità stanno creando condizioni ideali perché gli incendi diventino più estesi e violenti.

È la fotografia dalla quale parte anche Avvenire: incendi sempre più vasti e difficili da controllare obbligano a spostare il baricentro delle politiche antincendio dall’emergenza alla prevenzione. Non perché Canadair, elicotteri, vigili del fuoco e volontari servano meno. Al contrario. Ma quando un incendio raggiunge determinate dimensioni e intensità, aumentare semplicemente il numero dei mezzi significa arrivare quando una parte della battaglia è già perduta.

E mentre l’Europa guarda i boschi bruciare, il 13 agosto a Colleferro, una cinquantina di chilometri da Roma, esplode una fabbrica di munizioni. Una nube enorme si alza sopra lo stabilimento KNDS Ammo Italy, la ex Simmel Difesa. L’incendio si propaga anche alla vegetazione circostante. I ventiquattro lavoratori presenti vengono messi in salvo. Sappiamo che lì vengono prodotti esplosivi, munizioni e materiali destinati alla difesa.

Potrebbe sembrare un’altra storia. Non lo è. Ci torneremo.

Non basta trovare il piromane

Ogni estate ricomincia la stessa discussione. Qualcuno appicca il fuoco, dunque il problema sono i piromani. Gli incendi dolosi esistono, come esistono quelli provocati da imprudenza, incidenti, attività agricole o infrastrutture. Individuare e punire i responsabili è indispensabile. Ma confondere l’innesco con le ragioni per cui un incendio diventa gigantesco significa raccontare soltanto metà della storia.

Una scintilla può accendere un bosco. Non spiega da sola perché migliaia di ettari diventino rapidamente incontrollabili. Caldo estremo, siccità, vento e vegetazione secca costruiscono le condizioni nelle quali quella scintilla può trasformarsi in catastrofe. Il cambiamento climatico non deve accendere materialmente il fiammifero: prepara il territorio perché quel fiammifero possa fare ciò che un tempo avrebbe avuto molte più difficoltà a fare.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico pronunciare la parola clima e fermarsi lì. Il fuoco incontra territori trasformati anche dalle nostre decisioni: campagne abbandonate, pascoli scomparsi, sottobosco accumulato, popolazioni che lasciano le aree interne, paesaggi forestali sempre più continui e contemporaneamente abitazioni e infrastrutture che avanzano verso le zone boschive.

Il paradosso del bosco che nessuno tocca

Dagli Stati Uniti arriva una lezione apparentemente controintuitiva. Per molti decenni la politica dominante è stata quella della soppressione quasi assoluta del fuoco. In alcuni ecosistemi naturalmente adattati agli incendi, però, questa politica ha contribuito all’accumulo di biomassa: rami, arbusti, alberi giovani e materiale secco diventati combustibile per gli incendi successivi.

Grist ha raccontato esperienze americane che cercano di rovesciare questa logica attraverso diradamento forestale e fuoco prescritto, incendi deliberatamente accesi e controllati in condizioni meteorologiche favorevoli per eliminare parte del combustibile prima che possa alimentare un incendio incontrollabile. Altri progetti trasformano parte del materiale rimosso dai boschi in biochar. Non sono ricette universali né devono diventare alibi per nuovi sfruttamenti forestali. Dicono però una cosa semplice: un bosco non sempre si protegge lasciandolo solo.

Il bosco non è un museo

Per secoli molti territori mediterranei sono stati attraversati da agricoltori, pastori, animali, raccoglitori e boscaioli. Quando un paese di montagna perde abitanti non scompare soltanto una comunità. Spariscono campi coltivati, animali al pascolo, persone che conoscono sentieri e sorgenti, piccoli interventi quotidiani di manutenzione.

Per questo prevenzione significa anche politica delle aree interne. Agricoltura, allevamento estensivo, manutenzione forestale, comunità residenti, trasporti, scuole e servizi sanitari non sono argomenti separati dalla lotta agli incendi. La sicurezza comincia molto prima del Canadair.

Spendere prima o pagare dopo

Non bisogna scegliere tra prevenzione e Canadair. Bisogna capire quale viene prima. Un bosco non si mette in sicurezza ad agosto: bisogna lavorare durante tutto l’anno, mantenere piste e punti d’acqua, creare discontinuità nella vegetazione, sostenere il pascolo controllato, recuperare terreni agricoli abbandonati, formare personale specializzato, sorvegliare il territorio e pianificare evacuazioni.

Resta inoltre ciò che nessuna manutenzione forestale può risolvere da sola: il clima. Se continuiamo a spingere temperature e siccità verso condizioni sempre più estreme, continueremo ad aumentare la probabilità che gli incendi superino la nostra capacità di controllo. La prevenzione ha quindi due tempi: curare oggi il territorio e impedire che domani il clima lo renda ancora più vulnerabile.

Il fuoco che resta nei polmoni

C’è però un incendio che le statistiche sugli ettari bruciati non misurano. È quello che respiriamo. Quando bruciano migliaia di ettari nell’atmosfera finiscono particolato fine e numerose sostanze che il vento può trasportare molto lontano. Il bilancio sanitario di un incendio non finisce quando viene spenta l’ultima fiamma.

Per sapere quali conseguenze produrrà un’esposizione ambientale bisogna misurarla, conservarne memoria e incrociare nel tempo dati ambientali ed epidemiologici. Un tumore diagnosticato fra dieci o vent’anni non porterà scritto sulla cartella clinica il nome dell’incendio respirato oggi.

Quando spariscono anche i dati

Per oltre vent’anni l’Environmental Protection Agency statunitense ha pubblicato valutazioni che permettevano non soltanto di conoscere le concentrazioni di numerosi inquinanti atmosferici, ma di stimare il rischio oncologico aggiuntivo associato all’esposizione.

Come ha documentato Grist, nell’ultimo aggiornamento l’Epa continua a mettere a disposizione dati grezzi sulle concentrazioni degli inquinanti ma ha omesso le stime del rischio aggiuntivo di cancro. Formalmente il dato non scompare. Scompare qualcosa di altrettanto importante: la sua traduzione in rischio sanitario comprensibile.

Possiamo spendere miliardi nella ricerca oncologica, sviluppare farmaci sempre più sofisticati e costosi e costruire apparecchiature capaci di vedere tumori sempre più piccoli. Tutto indispensabile. Ma esiste una domanda che viene prima: quanto investiamo perché quelle persone non si ammalino? La ricerca deve continuare a trovare cure migliori. La politica dovrebbe anche preoccuparsi di conoscere e ridurre ciò che contribuisce a produrre la malattia. E per farlo servono dati.

Da Colleferro a Kiev, la guerra siamo noi

Torniamo allora a quella nube vista all’inizio. Colleferro, 13 agosto. Esplode lo stabilimento KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa. L’incidente si sviluppa nel reparto di pressatura delle polveri e l’incendio raggiunge anche la vegetazione circostante. Lo stabilimento produce munizioni e altri materiali destinati alla difesa.

E improvvisamente Colleferro non è più soltanto Colleferro. Una guerra che guardiamo ogni sera sulle mappe televisive come se esistesse soltanto a migliaia di chilometri da noi passa anche attraverso fabbriche, autostrade, ferrovie, porti, bilanci pubblici, materie prime, energia e lavoratori italiani.

Da Colleferro a Kiev, la guerra siamo anche noi.

Non perché siamo sotto le bombe che cadono sull’Ucraina e non perché esista un’equivalenza tra chi vive un conflitto armato e chi produce materiale militare lontano dal fronte. Ma perché quando scegliamo di aumentare produzione e spesa militare scegliamo anche un modello industriale con conseguenze economiche, sociali e ambientali che avvengono qui, prima ancora che un proiettile venga sparato.

Che cosa è bruciato esattamente a Colleferro? Quali sostanze sono state liberate? In quali quantità? Quanto particolato e quali altri contaminanti? Quale quantità di gas climalteranti è stata prodotta dall’incendio e dalla deflagrazione? Quanto lontano è arrivata la nube? Che cosa hanno respirato lavoratori e cittadini?

Non diciamo che qualcuno stia nascondendo questi dati, perché non abbiamo elementi per sostenerlo. Diciamo qualcosa di più elementare: vogliamo conoscerli.

Anche il riarmo produce CO₂

Nel dibattito europeo sul riarmo parliamo di sicurezza, occupazione, capacità industriale, autonomia strategica, percentuali del Pil e miliardi da investire. Molto meno frequentemente parliamo della sua impronta ecologica.

Eppure l’industria militare non vive fuori dalla fisica. Ha bisogno di acciaio, alluminio, chimica, energia, cemento e trasporti. Produce emissioni e rifiuti, occupa territorio e comporta rischi. Questo non significa affermare senza dati che produrre munizioni inquini più di qualsiasi altra attività industriale. Significa chiedere precisamente quei dati che consentirebbero di saperlo.

Chiediamo agli agricoltori di modificare produzioni e fertilizzanti, alle famiglie di cambiare automobili e caldaie, alle città di limitare il traffico, alle imprese di rendicontare le emissioni. Contemporaneamente programmiamo un’enorme espansione dell’industria militare europea. Anche quella CO₂ deve entrare nel conto. Non perché un carro armato debba essere giudicato con gli stessi criteri di un’utilitaria. Ma perché l’atmosfera non conosce la differenza.

Prima del Canadair, prima dell’oncologo

A questo punto il cerchio si chiude. Spendiamo quando il bosco sta già bruciando. Spendiamo per ricostruire quando il fuoco è passato. Spendiamo quando una guerra è cominciata. Spendiamo per produrre le armi con cui combatterla. Spendiamo per curare le malattie quando le persone si sono ammalate.

Molte di queste spese sono inevitabili. Ma prima esiste un’altra possibilità: prevenire.

Gestire un bosco prima del megafire. Ridurre le emissioni prima che il clima renda quel bosco ancora più infiammabile. Fare diplomazia prima che una guerra diventi interminabile. Misurare l’inquinamento prima che diventi malattia. Studiare le esposizioni ambientali prima di dover finanziare una terapia oncologica. Rendere pubblici i dati prima che qualcuno debba combattere per ottenerli.

La prevenzione ha un problema politico formidabile: quando funziona non fa notizia. Un bosco che non brucia non apre il telegiornale. Una guerra evitata non produce immagini dal fronte. Un tumore che non si sviluppa non entra nelle statistiche ospedaliere. Una contaminazione evitata non genera un’inchiesta giudiziaria.

Poi arriva agosto. Brucia l’Europa, decollano i Canadair e scopriamo i megafire. Esplode una fabbrica di munizioni a Colleferro, vediamo una nube sopra le case e cominciamo a domandarci cosa contenga. Negli Stati Uniti l’agenzia che per più di vent’anni ha aiutato i cittadini a trasformare i dati sull’inquinamento in una valutazione del rischio oncologico smette di pubblicare proprio quella parte dell’informazione.

Sembrano storie diverse. Sono la stessa domanda: vogliamo intervenire sulle cause o continuare a pagare soltanto le conseguenze?

I vigili del fuoco devono avere uomini e mezzi. La ricerca deve trovare cure migliori contro il cancro. Chi viene aggredito deve essere difeso. Ma una politica degna di questo nome dovrebbe provare ad arrivare prima.

Prima del Canadair. Prima dell’oncologo. Prima delle armi. E persino prima del dato che scompare.

Perché il rischio può sparire da un telegiornale o da una banca dati. Una guerra può essere spostata fuori dall’inquadratura. Ma dai boschi, dall’atmosfera e dai nostri polmoni le conseguenze non scompaiono per decreto.



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