A Tokyo alcuni cittadini hanno cominciato a fare una cosa semplicissima: misurare la temperatura sotto un albero e pochi metri più in là, sull’asfalto. La differenza racconta meglio di molti convegni che cosa significa vivere nelle città durante un’estate sempre più calda. Nell’agosto scorso, nel quartiere di Nakano, mentre all’ombra di un ciliegio si registravano circa 37 gradi, fuori dalla chioma l’aria misurata a cinquanta centimetri dal suolo arrivava fino a 46,7 gradi. Più o meno l’altezza delle spalle di un bambino piccolo.
Ed è proprio da Tokyo che arriva un piccolo paradosso. Mentre cresce la consapevolezza che gli alberi siano una delle difese più semplici contro le isole di calore, nella capitale giapponese la copertura delle chiome è diminuita: dal 9,2 per cento nel 2013 al 7,3 per cento nel 2022, secondo una ricerca dell’Università di Tokyo ripresa dalla stampa internazionale. Un arretramento che ha spinto associazioni e gruppi di cittadini a chiedere più alberi, meno potature aggressive e obiettivi precisi di copertura arborea.
Non è soltanto una battaglia ambientalista. È una questione di salute pubblica. La stessa amministrazione metropolitana di Tokyo mostra nei propri materiali sul verde urbano quanto possa cambiare la temperatura delle superfici: circa 50 gradi sotto il sole e poco più di 30 all’ombra di una chioma. Il piano climatico della città affianca agli alberi pavimentazioni meno capaci di accumulare calore, nebulizzatori e una gestione del verde che tenga esplicitamente conto dell’ombra estiva.
Roma ha cominciato a fare i conti con il caldo
A quasi diecimila chilometri di distanza, Roma sembra avere imboccato la stessa strada. Il 29 settembre il Campidoglio ha presentato un piano da 10 milioni di euro per mettere a dimora quasi ventimila nuovi alberi entro la fine del 2027. L’obiettivo dichiarato è recuperare filari stradali, riempire le “tazze” rimaste vuote e aumentare il patrimonio arboreo in tutti i Municipi. Secondo il sindaco Roberto Gualtieri, dall’inizio del mandato sono già stati piantati circa 74mila alberi.
Il dato interessante è che Roma sta provando a cambiare anche il significato della parola verde. Non più soltanto giardinetti, aiuole e decorazione urbana. Nel luglio scorso il Comune ha presentato un vero Piano caldo, con un investimento previsto di cinquanta milioni di euro in cinque anni e trenta misure tra alberi, depavimentazione, acqua, ombreggiamento, adattamento degli spazi pubblici e luoghi nei quali ripararsi durante le giornate più torride. Sono stati censiti 178 rifugi climatici al chiuso e 482 all’aperto.
È un cambio di prospettiva importante: l’albero diventa infrastruttura urbana, esattamente come una strada, una conduttura dell’acqua o una linea del trasporto pubblico.
E qualche risultato si può perfino misurare. Uno studio del progetto Mirificus di Ispra e Cnr ha simulato a Settecamini, nella periferia romana, gli effetti combinati di nuovi alberi, aree verdi e superfici meno impermeabili. Nelle condizioni analizzate gli interventi possono abbassare sensibilmente le temperature nelle ore più calde; nelle simulazioni condotte tra Roma e Firenze la riduzione arriva fino a quattro gradi. A Roma la temperatura superficiale estiva media dell’area urbana considerata raggiungeva i 43,7 gradi. Quattro gradi non sono un dettaglio quando bisogna accompagnare un bambino a scuola, aspettare un autobus o attraversare una piazza alle due del pomeriggio.
Barcellona progetta l’ombra
Barcellona è forse il caso europeo che ha trasformato più chiaramente questa intuizione in politica urbana. Nel suo piano climatico compare un programma esplicitamente dedicato alla “città dell’ombra”: più copertura verde, pergole, elementi ombreggianti, percorsi protetti dal sole e pavimentazioni capaci di ridurre l’effetto isola di calore.
A questo si aggiunge una rete capillare di rifugi climatici. Nell’estate 2026 l’area metropolitana ne conta circa 830, mentre nella sola Barcellona sono circa cinquecento, tra biblioteche, centri civici, impianti sportivi e parchi ombreggiati. È la prova che l’adattamento al caldo non passa soltanto dagli alberi, ma dalla costruzione di una città nella quale sia possibile trovare riparo senza dover entrare per forza in un centro commerciale o accendere un condizionatore. Anche qui gli studi confermano l’utilità della strategia: nuovi parchi urbani, tetti chiari, superfici meno assorbenti e più vegetazione possono ridurre sensibilmente il calore locale durante le ondate estreme. Non cancellano il riscaldamento globale, ma possono rendere più vivibile la strada dove si cammina, si lavora e si aspetta un autobus.
Piantare è facile. Tenere vivi gli alberi un po’ meno
La scorsa estate Roma ha dovuto affrontare il problema più elementare della forestazione urbana: gli alberi hanno bisogno d’acqua. Il caldo prolungato e la scarsità di piogge hanno costretto il sindaco ad autorizzare un piano straordinario di irrigazione, mettendo a disposizione anche dodici bocchette antincendio per rifornire le autobotti. Tra le aree interessate, piazza Risorgimento, piazza Pia, Centocelle e viale Mazzini.
A piazza Risorgimento alcune piante sono morte. Lo stesso Gualtieri ha attribuito il problema alla siccità e a un’irrigazione insufficiente. Il nuovo piano prevede quindi il raddoppio delle autobotti nella primavera e nell’estate 2027, cento operatori per il monitoraggio e un canale dedicato del 060606 attraverso il quale i cittadini potranno segnalare problemi alle alberature.
È forse questa la parte più importante della storia. Piantare ventimila alberi permette una conferenza stampa. Farli crescere richiede anni di manutenzione, acqua, personale, progettazione delle radici, scelta delle specie e soprattutto spazio. Significa anche rinunciare, quando possibile, a qualche metro quadrato di asfalto.
Roma ha già sperimentato questa seconda strada a Porta Metronia, dove una parte della pavimentazione è stata eliminata per restituire permeabilità al terreno e sono stati piantati alberi, arbusti e migliaia di piante. L’intervento è stato progettato proprio per migliorare il microclima e ridurre l’isola di calore.
Tokyo, Roma, Barcellona: tre città molto diverse che stanno arrivando alla stessa conclusione. Nel nuovo clima urbano non basta avere del verde. Bisogna progettare l’ombra.
Una città può avere condizionatori sempre più potenti, asfalti tecnologici, nebulizzatori e rifugi climatici. Serviranno tutti. Ma la tecnologia più antica continua a funzionare piuttosto bene: un albero abbastanza grande da fare ombra. Purché non venga considerato un soprammobile verde da mettere a dimora, fotografare e dimenticare. Perché nell’epoca delle estati a quaranta gradi l’ombra non è più soltanto il posto piacevole dove sedersi. È diventata un servizio pubblico.
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