Editoriale

FACCIO PAURA | Quando la frittata non viene bene, aggiungi panico. Come l’informazione, braccio armato della politica, s’inventa giochi per giocare alla guerra

In un’epoca di flussi informativi continui e pervasive campagne di comunicazione, la relazione tra informazione, potere e consenso popolare è più cruciale che mai. Uno degli esempi più significativi di questa dinamica è la capacità di far accettare all’opinione pubblica due concetti profondamente destabilizzanti: la guerra come strumento politico plausibile e la necessità di aumentare in modo sostanziale la spesa militare.

Questo processo non avviene per caso, ma segue un copione collaudato che passa attraverso la manipolazione strategica del linguaggio, la costruzione di narrative dominanti e la gestione emozionale della paura. Il primo passo per rendere accettabile l’inaccettabile è ridefinirlo attraverso le parole. Il lessico della guerra viene sistematicamente edulcorato per distanziare il pubblico dalla sua cruda realtà. Per giustificare un conflitto o un maggiore sforzo bellico, è essenziale creare una figura di nemico chiara, tangibile e minacciosa.

L’informazione gioca un ruolo chiave in questa “demonizzazione”. Una volta stabilita la minaccia, si introduce l’idea che agire militarmente non sia solo una scelta, ma un dovere morale. Intervenire diventa “portare la democrazia”, “proteggere i civili innocenti” o “difendere i nostri valori”. Chi si oppone viene così etichettato come ingenuo, complice o antipatriottico.

Anche in assenza di un conflitto armato diretto, questa macchina persuasiva è fondamentale per giustificare budget militari enormi. La narrativa di una nuova Guerra Fredda, con potenze rivali pronte a sovvertire l’ordine mondiale, serve a mantenere vivo uno stato di allerta permanente. La corsa agli armamenti viene presentata non come una scelta, bensì come risposta obbligata alle mosse dell’avversario, in un ciclo senza fine giustificato dall’informazione.

Ogni occasione è buona per raggiungere lo scopo. La parata militare per l’anniversario dell’ottantesimo della fine della seconda guerra mondiale in Cina, uguale a quelle di mille altre occasioni in ogni parte del mondo, viene letta come una sfida all’occidente. Normali meeting internazionali come la Shanghai Cooperation Organization o come la riunione dei Paesi BRICS diventano la prova di uno scontro ormai inevitabile.

Anche questa cosa dei droni russi in Polonia sta diventando sempre di più una farsa. La UE e i Paesi Nato frontalieri non riescono più a dare una plausibile spiegazione ai mille dubbi che ci sono dietro a questo episodio, ma contemporaneamente spingono sull’acceleratore dello scontro. Dopo aver gridato in un primo momento all’attacco diretto deliberato da parte della Russia alla Nato, hanno cominciato ad articolare una ricostruzione più prudente anche a seguito dei dubbi espressi dallo stesso Trump.

Si oscilla tra l’ipotesi di una provocazione e quella di un test per verificare la capacità di reazione della NATO. Visti i numerosi precedenti come il caso del Nord Stream, la cui distruzione fu subito attribuita alla Russia, salvo poi scoprire che fu un sabotaggio degli stessi ucraini con tanto di sospettato sabotatore che avrebbe potuto essere arrestato dalla Germania o dalla Polonia e che è, invece, riuscito magicamente a fuggire in Ucraina. E come il caso del famoso missile “russo” che ha colpito nel 2022 il territorio polacco causando anche un paio di vittime, successivamente risultato essere invece un missile ucraino. Nonostante queste situazioni dubbie la retorica bellica nei titoli dei giornali italiani ha continuato a martellare l’opinione pubblica.

Lo scopo di questa campagna mediatica è chiaro: un bel lavaggio del cervello degli italiani affinché si convincano della necessità di un maggiore investimento in armamenti.  E quindi vanno bene i soldi per le armi che finiscono in parte negli Stati Uniti, in parte alle imprese belliche italiane ed europee. Ovviamente i soldi per le armi si dovranno trovare tagliando il budget per la sanità, per l’aumento delle pensioni, tagliando la spesa per l’istruzione. Affinché tutto ciò sia possibile c’è bisogno di un’opinione pubblica compattamente convinta di essere minacciata da fantomatici nemici.

L’intera informazione si muove compatta soffiando sul fuoco della crisi bellica ormai imminente, con rari esempi contrari: ad esempio Il Manifesto che usa titoli e argomentazioni diametralmente opposte, spesso critici verso la NATO e l’invio di armi. Il Giornale e Libero hanno una propensione molto più marcata verso argomenti aggressivi e bellicosi. Corriere della Sera e Repubblica usano un linguaggio generalmente più misurato, ma i loro editoriali e alcuni titoli spingono comunque verso una posizione interventista, seppur con toni diversi. Questi articoli e commenti che “spingono per la guerra” sono quelli che usano un linguaggio emotivo, manicheo dove viene proposta una contrapposizione netta tra il bene e il male assoluto e che eliminano le sfumature, presentando la soluzione militare come l’unica possibile e moralmente accettabile e finanche obbligata.

La prima e più importante difesa di una società non è un missile o un cacciabombardiere, ma una cittadinanza informata, scettica e vigile, capace di distinguere tra la reale necessità di proteggersi e la retorica costruita per persuadere. L’informazione può essere un’arma per giustificare la guerra, ma nelle mani di un pubblico attento, può diventare il più potente strumento di pace.




 

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