Non basta neppure ricorrere alla solita carrellata di diagnosi. Depressione, disturbi psichici e sofferenze profonde assumono forme e intensità differenti da persona a persona e possono stringere con forza quando non vengono riconosciuti e affrontati in setting terapeutici adeguati. Detto questo, proviamo almeno a chiederci che cosa succede. E perché può succedere.
Forse può accompagnarci un poeta che quella soglia la attraversò davvero.
Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata
promette che ci incontreremo ancora.
Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola,
nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità,
ma, di certo, non lo è nemmeno vivere.
Sergéj Aleksándrovič Esénin, in “Arrivederci, amico mio, arrivederci”
Ci sono numeri che si leggono in fretta e altri sui quali sarebbe meglio fermarsi un momento. Nel 2022 in Italia 3.874 persone si sono tolte la vita. Dopo il calo registrato nel 2020, nel 2021 i suicidi sono tornati ad aumentare e nel 2022 la crescita è proseguita, secondo i dati Istat. Il dato che dovrebbe farci fermare più a lungo riguarda però i ragazzi.
Tra i 15 e i 19 anni si è passati da 71 suicidi nel 2019 a 94 nel 2021. Tra i 20 e i 24 anni, da 112 nel 2019 a 141 nel 2022. Numeri piccoli soltanto finché restano numeri. Poi la statistica arriva sotto casa.
Il 19 settembre ad Aquino, nel Cassinate, un ragazzo di appena 15 anni è stato trovato senza vita vicino alla propria abitazione. Le circostanze sono ancora oggetto di accertamenti e sappiamo troppo poco per trasformare quella morte in una spiegazione.
Pochi giorni dopo, a Cassino, è stata trovata morta nella propria casa una giovane studentessa iraniana, madre di una bambina. Anche in questo caso sono ancora in corso gli accertamenti.
Storie diverse, che non vanno cucite insieme a forza. Ma una domanda ce la lasciano. Può fallire anche un ragazzo? Certo che può. Non perché abbia colpe. E neppure perché a quindici anni si possa davvero aver fallito una vita.
Può fallire, probabilmente, l’immagine che un ragazzo riesce ad avere di sé. Una sconfitta, un rifiuto, un brutto voto, una relazione finita, una vergogna o semplicemente la sensazione di essere diversi da ciò che gli altri vorrebbero possono diventare improvvisamente enormi.
Attorno ci siamo noi adulti. Genitori, scuola, insegnanti. E la società con tutti quei crocifissi appesi a monito nelle aule, nelle caserme e nei tribunali dove si giudica. Una cultura cattolica che per secoli ha ragionato di peccato, colpa, sacrificio e redenzione. E una cultura razionale che continua a misurare: il voto, il risultato, il lavoro, il reddito, la prestazione, il successo.
Sembrano mondi diversi. Non sempre lo sono. Entrambi possono finire per suggerire qualcosa di ancora più profondo: non sei nessuno se non ti identifichi con il padre padrone, l’insegnante sapiente, l’amico fico, il potente di turno forte e seducente.
Devi assomigliare a qualcuno che vale già invece di scoprire chi sei. Ed eccoci alla parola magica dei nostri tempi: meritocrazia.
Fanculo meritocrazia. Parola vuota, qualche volta perfino criminale quando viene pronunciata senza sapere nulla della storia delle persone. Funziona benissimo nei convegni, nei programmi elettorali, nei discorsi aziendali. Fa moderno, efficiente, responsabile.
Ma che cosa dovrebbe misurare? Il ragazzo che parte da una famiglia colta e benestante e quello che torna a casa e non trova nessuno? Chi può permettersi di sbagliare e chi pensa di non poterselo permettere neppure una volta?
E poi le ambizioni umane non stanno tutte dentro un curriculum. C’è il desiderio di amare ed essere amati, riconoscere ed essere riconosciuti, desiderare ed essere desiderati; avere amici e avere un rapporto con l’altro diverso da sé, sentirsi capaci ed essere apprezzati. Trovare, insomma, un posto nel mondo per essere esseri umani. Ridurre tutto al merito significa spesso misurare il risultato cancellando la storia che lo ha prodotto e la persona che c’è dietro.
Quando parliamo di fallimento, però, dobbiamo intenderci. Non stiamo parlando necessariamente di un esame andato male, di un’impresa fallita, di un licenziamento, di una carriera interrotta o di una sconfitta politica. Queste cose possono ferire, anche profondamente. Ma identità umana e identità professionale non sono la stessa cosa.
Si può perdere un lavoro e non perdere sé stessi. Si può fallire un progetto e continuare a sentirsi capaci di amare, desiderare, pensare, costruire relazioni, immaginare un futuro. Quando l’identità umana è sufficientemente salda e vitale, anche una perdita sociale o professionale molto dura può essere attraversata senza viverla come una perdita di sé. Il fallimento di cui stiamo parlando è un’altra cosa. È interno. È quando viene meno, o si incrina gravemente, la possibilità di sentirsi una persona indipendentemente dal ruolo, dal successo, dal giudizio degli altri. Per questo un amore finito, un licenziamento o una bocciatura non hanno lo stesso significato per tutti.
A un adulto che conserva un rapporto sufficientemente vitale con sé stesso e con gli altri, un amore finito può essere anche un dolore enorme ma, laddove non c’è patologia, resta una parte della vita. Per un’altra persona la stessa perdita può invece investire qualcosa di molto più profondo. Non il rapporto. L’identità.
È proprio qui che sarebbe sciocco generalizzare. Le storie personali sono diverse e la sofferenza psichica può assumere forme molto differenti. Ma almeno possiamo cambiare domanda. Non soltanto: che problema aveva? Piuttosto: che possibilità riusciva ancora a vedere? E soprattutto: c’era qualcuno preparato ad ascoltarlo?
L’Istituto superiore di sanità sta lavorando sulle cosiddette sentinelle di comunità: persone formate per riconoscere situazioni di vulnerabilità, offrire un primo sostegno e indirizzare verso i servizi competenti.
Un insegnante può essere una sentinella formidabile. Vede un ragazzo ogni giorno, può accorgersi di un cambiamento, di un isolamento improvviso, di un rendimento che precipita, di parole che prima non c’erano. Ma non possiamo affidare la salute mentale degli adolescenti alla fortuna di incontrare il professore particolarmente sensibile.
Gli insegnanti devono sapere insegnare. Possono essere formati a riconoscere alcuni segnali e soprattutto a non ignorarli. Ma l’ascolto della sofferenza psichica richiede competenze diverse. Psicologi. Psichiatri quando occorre. Professionisti con una seria formazione psicoterapeutica fondata su solide teorie scientifiche.
La scuola può essere una sentinella. Non può diventare un ambulatorio improvvisato. E poi, a guardar bene, falliscono anche quelli che apparentemente hanno vinto tutto.
Cesare Pavese era uno dei grandi intellettuali italiani. Aveva lavorato all’Einaudi, tradotto la letteratura americana, scritto libri destinati a restare e vinto il Premio Strega. Ernest Hemingway aveva attraversato guerre e continenti, scritto libri letti in tutto il mondo, vinto Pulitzer e Nobel. Non bastò.
Poi c’è Alexander Langer. Ecologista, costruttore di ponti tra italiani e tedeschi in Alto Adige, uomo del dialogo e della nonviolenza. Negli ultimi anni si era gettato nella tragedia jugoslava cercando disperatamente una strada per fermarla. Nel biglietto lasciato agli amici non disse che ciò per cui aveva combattuto era sbagliato. Disse, in sostanza: io non ce la faccio più, voi continuate.
Una parte della sinistra ha trasformato negli anni Langer in una figura simbolica, ricordandone soprattutto la limpidezza dell’impegno politico. È comprensibile. Ma se lo trasformiamo soltanto in un’icona rischiamo di perdere l’uomo. Anche una persona intelligente, generosa, amata, politicamente impegnata può arrivare a non reggere più il proprio fallimento umano.
Vale anche per Lucio Magri. Fondatore de il manifesto, dirigente comunista, parlamentare, autore de Il sarto di Ulm: uno dei cervelli più raffinati della sinistra italiana.
Luciana Castellina, che con lui aveva condiviso venticinque anni di vita privata, ne ha restituito però un’immagine assai meno monumentale. Ha raccontato di una depressione «patologica, furente, insidiosa» e di essere già riuscita in precedenza a farlo desistere dal suicidio. I due si erano separati. Ed è difficile non vedere, senza trasformarlo in una spiegazione clinica, il contrasto fra due percorsi umani. Magri progressivamente non vedeva più possibilità. Castellina continuò invece a cercarne. Oggi, a quasi cent’anni, continua a leggere, discutere, intervenire, incontrare giovani, appassionarsi.
Non significa naturalmente che basti essere geniali per non ammalarsi. Significa qualcosa di più semplice: una stessa perdita non produce necessariamente la stessa storia umana e psicologica. Successo, intelligenza, cultura, prestigio, carriera non bastano a dirci chi una persona sia davvero. Possono accompagnare una vita umana. Non sostituirla. E forse dovremmo stare attenti anche quando la politica trasforma i propri morti in monumenti. Langer e Magri possono essere ricordati per quello che hanno pensato e fatto senza trasformare la loro morte nell’ultimo capitolo glorioso di una biografia. Erano uomini. E gli uomini possono fallire, se perdono la perla delle perle: la propria nascita. Persino quelli che chi viene dopo trasforma in maestri possono lì inciampare.
Del resto la letteratura lo racconta da millenni. Aiace era uno dei più grandi guerrieri greci. Quando perse l’onore non riuscì più a immaginarsi diverso da ciò che era stato. Achille era praticamente invulnerabile, salvo quel piccolo problema del tallone. Ulisse, uno degli uomini considerati più intelligenti mai inventati, impiegò dieci anni per tornare dalla moglie, non riuscendo evidentemente a separarsene. Non a caso noi preferiamo Enea, predestinato a sopravvivere alla caduta di Troia e a guidarne i superstiti, quei rari nantes dispersi dopo il naufragio.
Gli dèi greci, pur essendo immortali, avevano una vita sentimentale che oggi richiederebbe un’intera équipe. Poi arrivano Werther, Anna Karenina, Emma Bovary, Romeo e Giulietta. Il punto non è quanto possiedi. È che cosa accade dentro di te quando ciò su cui avevi costruito la tua immagine comincia a crollare.
Noi chiamiamo fallito chi perde il lavoro, sbaglia un esame, viene lasciato, non raggiunge un obiettivo. E chiamiamo riuscito chi guadagna, pubblica libri, entra in Parlamento, riceve un Nobel. Poi arrivano Pavese, Hemingway, Langer e Magri e ci scombinano la contabilità. Forse il fallimento più pericoloso non è perdere qualcosa. È quando quella perdita diventa tutto. Quel tutto che attiene all’immagine interna, all’identità umana: non soltanto ciò che hai perduto, ma ciò che pensi di essere diventato dopo averlo perduto.
Quando non si riesce più a immaginare che dopo un amore possa esserci un altro amore, dopo una sconfitta un’altra possibilità, dopo un errore un pezzo di vita ancora sconosciuto. Il fallimento può diventare sofferenza. La sofferenza può diventare patologia. E qualche volta scompare perfino la possibilità di immaginare una trasformazione. Ed è allora che quei 71 ragazzi diventati 94, quei 112 diventati 141 e quel ragazzo di quindici anni morto ad Aquino smettono definitivamente di essere statistiche.
Forse dovremmo insegnare un po’ meno ai ragazzi come si vince. E costruire attorno a loro una società capace di accorgersi quando qualcuno sta perdendo sé stesso. Perché si può perdere. Senza essere perduti.