Dagli attacchi ai porti di Odessa alla guerra contro le rotte commerciali: il conflitto tra Russia e Ucraina non minaccia soltanto gli equilibri militari, ma il diritto al cibo di milioni di persone.
Non occorre affondare una nave per chiudere un porto. Basta convincere gli armatori che quel viaggio potrebbe essere l’ultimo.
È quanto sta accadendo nel Mar Nero, dove la guerra tra Russia e Ucraina si sta progressivamente spostando dalle trincee alle rotte commerciali, dai depositi militari ai terminal portuali, dai carri armati alle navi che trasportano grano, mais e altri prodotti agricoli.
Gli attacchi russi contro Odessa e gli altri scali della costa ucraina hanno già ridotto in modo significativo la capacità di esportazione dei principali porti del Paese. Diverse compagnie di navigazione hanno sospeso gli approdi o modificato le proprie rotte, mentre una parte dei traffici viene dirottata verso il porto romeno di Costanza.
La guerra, insomma, sta costruendo un blocco senza dichiararlo formalmente.
Odessa, la porta che si sta chiudendo
Prima dell’intensificazione dei bombardamenti, i porti della regione di Odessa movimentavano milioni di tonnellate di cereali ogni mese. Oggi quella capacità si è drasticamente ridotta.
La paura degli armatori pesa quasi quanto la distruzione delle infrastrutture. Navi mercantili colpite, silos danneggiati, depositi incendiati e continui allarmi hanno trasformato uno dei principali snodi alimentari del pianeta in un porto dove ogni attracco rappresenta un rischio.
Non si tratta soltanto di colpire l’economia ucraina. Quando vengono attaccate le navi commerciali, il bersaglio diventa l’intera catena che porta il raccolto dai campi alle tavole.
La risposta ucraina nel Mar d’Azov
La guerra marittima, tuttavia, non procede in una sola direzione.
Nelle ultime settimane Kiev ha intensificato gli attacchi con droni contro navi, infrastrutture portuali e obiettivi logistici russi nel Mar d’Azov e nel Mar Nero.
È proprio su questo punto che si concentra l’analisi del giornalista Roberto Iannuzzi su Intelligence for the People.
Secondo la sua ricostruzione, le operazioni ucraine non avrebbero preso di mira soltanto la cosiddetta “flotta ombra” utilizzata dalla Russia per aggirare le sanzioni petrolifere, ma una parte molto più ampia del traffico commerciale russo. Il porto di Taganrog e il canale Don-Azov sarebbero stati coinvolti in una campagna destinata a colpire le esportazioni di cereali russe.
Per Iannuzzi, proprio questa offensiva avrebbe fornito a Mosca la giustificazione per intensificare gli attacchi contro Odessa e gli altri porti ucraini. E’ probabile, ma sta di fatto che entrambe le parti stanno ormai colpendo infrastrutture fondamentali per il commercio agricolo mondiale.
Il precedente dell’accordo sul grano
Non è la prima volta che il Mar Nero diventa il centro della sicurezza alimentare internazionale.
Nel 2022, grazie alla mediazione dell’Onu e della Turchia, Russia e Ucraina raggiunsero il cosiddetto accordo sul grano, che consentì per circa un anno l’esportazione dei cereali ucraini attraverso un corridoio marittimo sicuro.
Secondo Mosca, gli impegni assunti dall’Occidente per facilitare anche l’esportazione di fertilizzanti russi non sarebbero mai stati rispettati. Kiev e i governi occidentali hanno invece accusato la Russia di utilizzare il cibo come strumento di pressione politica.
Anche su questo aspetto Iannuzzi propone una lettura critica, ricordando che gran parte del grano esportato durante quell’accordo raggiunse Paesi a reddito medio e alto e che le promesse relative ai fertilizzanti russi sarebbero rimaste in larga parte disattese.
Oggi quel corridoio non esiste più.
Esistono soltanto rotte percorse sotto la minaccia di droni, missili e bombardamenti.
Quarantatré milioni di tonnellate in bilico
Prima dell’ultima escalation, l’Ucraina prevedeva di esportare circa quarantatré milioni di tonnellate di cereali nella stagione 2026-2027.
Una parte delle merci potrà essere trasferita lungo il Danubio e raggiungere il porto romeno di Costanza, ma queste rotte alternative hanno capacità inferiori, costi maggiori e non eliminano del tutto il rischio degli attacchi.
La Russia, dal canto suo, resta uno dei maggiori esportatori mondiali di grano.
Se vengono compromesse contemporaneamente le esportazioni dei due principali protagonisti del mercato cerealicolo mondiale, le conseguenze rischiano di estendersi ben oltre il campo di battaglia.
Non serve che le scorte mondiali finiscano davvero.
È sufficiente che aumentino i costi delle assicurazioni, dei trasporti e la paura degli operatori perché il prezzo del cibo ricominci a salire.
Le guerre non restano mai al fronte
Le prime vittime della guerra sono le persone colpite dalle bombe.
Subito dopo vengono quelle che non compaiono nei bollettini militari: famiglie costrette a pagare di più il pane, governi dei Paesi poveri che non riescono a finanziare le importazioni, programmi alimentari internazionali costretti a ridurre gli aiuti.
Un missile che colpisce un porto del Mar Nero può avere conseguenze migliaia di chilometri più lontano, fino ai mercati africani, mediorientali e asiatici che dipendono dalle importazioni di cereali.
Ogni governo sostiene di colpire obiettivi strategici.
Ma una nave commerciale non trasporta soltanto il profitto del Paese che la carica.
Trasporta il cibo di chi la aspetta.
Il silenzio dell’Europa
Nel 2022 il rischio di una crisi alimentare mondiale spinse diplomazie e organizzazioni internazionali a costruire un accordo.
Oggi, mentre le infrastrutture portuali vengono nuovamente bombardate e le rotte commerciali diventano obiettivi militari, il dibattito europeo appare concentrato soprattutto sulla produzione di armi, sul riarmo e sul sostegno militare all’Ucraina.
Anche questo è uno dei punti che emergono dall’analisi di Iannuzzi: l’Europa rafforza progressivamente la propria integrazione industriale e militare con Kiev mentre si allontana la prospettiva di un nuovo negoziato. Si tratta di una valutazione politica, legittima ma discussa, che merita di essere distinta dai fatti documentati.
Resta però una domanda che riguarda tutti.
Se la guerra arriva fino alle rotte del pane, chi si occuperà di difendere il diritto al cibo?
La sicurezza comincia prima delle armi
Gino Strada ripeteva spesso che la guerra non uccide soltanto con le bombe.
Distrugge ospedali, scuole, economie, raccolti e futuro.
Il Mar Nero sta diventando la dimostrazione concreta di quella lezione.
Una guerra nata come conflitto territoriale si è trasformata anche in guerra economica, energetica e alimentare.
Ogni nuova arma apre un nuovo fronte.
Ogni rappresaglia prepara quella successiva.
Non esistono droni intelligenti quando il loro risultato è rendere più difficile il trasporto del pane.
Non esistono rotte commerciali russe o ucraine quando da quelle rotte dipende la vita di milioni di persone che quella guerra non l’hanno mai scelta.
Esistono soltanto navi che dovrebbero navigare, porti che dovrebbero restare aperti e raccolti che dovrebbero servire a nutrire gli esseri umani.
La diplomazia dovrebbe tornare a fare ciò per cui è nata: impedire che una guerra divori tutto ciò che incontra, fino all’ultimo chicco di grano.







