Ambiente, Cultura

TEATRO | Bestiario, l’acqua per Marco Paolini non è soltanto natura: è politica, potere e vita

Lo spettacolo scritto con Giulio Boccaletti porta in scena fiumi, rive, dighe e falde per raccontare come l’acqua organizza la convivenza umana. E mentre il nuovo rapporto Copernicus fotografa oceani sempre più caldi, alti e acidi, il teatro incontra direttamente la politica del territorio.


Ci sono cose che diventano visibili soltanto quando smettono di funzionare. L’acqua è una di queste. Apriamo un rubinetto e scorre, tiriamo lo sciacquone e scompare, attraversiamo un ponte senza pensare al fiume che passa sotto. Poi arriva una siccità, un’alluvione, una frana, un raccolto compromesso e improvvisamente ci ricordiamo che una parte enorme della nostra vita dipende da qualcosa che abbiamo imparato a considerare quasi automatico.

È da qui che parte Bestiario idrico, lo spettacolo di Marco Paolini scritto con Giulio Boccaletti, con Patrizia Laquidara, diretto dai Fratelli Dalla Via, in scena al Teatro Grassi di Milano dal 20 al 25 ottobre. È la prima tappa del progetto Atlante delle Rive, dedicato alle acque. Ma chiamarlo semplicemente spettacolo sull’ambiente sarebbe riduttivo: Paolini usa fiumi, rive, dighe, canali e falde per raccontare soprattutto come gli esseri umani organizzano la loro convivenza.

L’acqua, in fondo, non è mai soltanto acqua. Attorno a un fiume si decide chi può irrigare, chi può costruire, chi riceve protezione dalle piene, chi resta esposto, quale industria può prelevare, quale territorio viene sacrificato. Nel corso dei secoli gestione delle risorse idriche, mutamenti politici e trasformazioni sociali sono avanzati insieme. È questa relazione che Bestiario idrico porta sul palco: i conflitti e gli accordi costruiti intorno all’acqua hanno modellato il paesaggio nel quale oggi viviamo.

E quel paesaggio, per quanto ci piaccia immaginarlo eterno, è tutt’altro che naturale.

L’Italia conta più di seimila fiumi e molti altri corsi d’acqua abbastanza piccoli da non avere neppure un nome. Il Paese è organizzato in sette distretti idrografici, dentro i quali fiumi, torrenti e falde sotterranee costituiscono un unico sistema. Paolini rovescia così una delle nostre illusioni più resistenti: ciò che vediamo intorno a noi è in larga parte un artificio costruito nei secoli attraverso argini, bonifiche, acquedotti, canali, pompe, ponti, dighe e reti di irrigazione.

Persino il bagno di casa appartiene a questa storia. Il rubinetto non è soltanto un pezzo di arredamento e il wc non è semplicemente un sanitario: sono gli ultimi centimetri di gigantesche infrastrutture idrauliche che iniziano magari a decine o centinaia di chilometri di distanza. Anche un campo coltivato, apparentemente quanto di più “naturale” possiamo immaginare, spesso esiste in quella forma soltanto grazie alla possibilità di portare acqua quando manca e allontanarla quando è troppa.

Il cambiamento climatico rende però sempre più difficile fingere che questo equilibrio possa continuare indefinitamente nello stesso modo. L’Ispra registra da decenni una tendenza negativa della disponibilità di risorsa idrica rinnovabile nel nostro Paese. Nel 2025 è stata stimata in circa 128 miliardi di metri cubi, oltre il sette per cento sotto la media di lungo periodo e circa il diciannove per cento in meno rispetto al 2024. Il singolo anno non basta naturalmente a descrivere il clima, ma si inserisce in una tendenza che l’Istituto osserva dal 1951.

Il paradosso è che alla diminuzione della disponibilità media di acqua possono accompagnarsi precipitazioni violentissime concentrate in poche ore. Non è una contraddizione: avere meno acqua utilizzabile e riceverne troppa tutta insieme sono due facce dello stesso problema.

Qui il teatro incontra direttamente la politica del territorio.

Un suolo coperto da cemento e asfalto assorbe meno acqua. Un fiume costretto tra argini, strade, capannoni e abitazioni ha meno spazio nel quale espandersi. Una pianura trasformata senza considerare il suo funzionamento idrologico diventa più vulnerabile. L’Ispra considera infatti consumo di suolo, degrado del territorio e siccità fenomeni strettamente collegati nella valutazione delle trasformazioni territoriali e dei servizi ecosistemici.

È qualcosa che continuiamo a vedere dopo ogni alluvione: prima costruiamo come se il territorio fosse una superficie vuota a nostra disposizione; dopo chiediamo all’acqua perché sia passata proprio da lì.

Ma l’acqua ricorda.

Ricorda il letto di un torrente tombato, la zona nella quale un fiume si espandeva, una palude bonificata, il terreno reso impermeabile. Non perché la natura abbia volontà o memoria nel senso umano del termine, ma perché le leggi fisiche non leggono piani regolatori e non rispettano confini catastali.

Anche per questo Bestiario idrico contiene un pensiero politico molto più forte di uno slogan ecologista. Paolini pone una distinzione essenziale: i cambiamenti del paesaggio arriveranno comunque; possiamo subirli oppure provare a governarli.

Governarli significa decidere dove si può ancora costruire e dove no, recuperare suolo invece di consumarne altro, ridare spazio ai corsi d’acqua, manutenere reti idriche e acquedotti, ripensare colture e irrigazione, preparare le città a temperature e precipitazioni diverse da quelle sulle quali sono state progettate. Significa soprattutto riconoscere che l’acqua è un bene comune non perché lo proclama una formula, ma perché nessuno può davvero separarne il proprio destino da quello degli altri.

L’acqua bevuta in città può provenire da montagne lontane. Quella utilizzata da un’azienda ritorna nel ciclo idrico. Quella sottratta a una falda modifica la disponibilità per chi vive e coltiva nello stesso territorio. Quella che corre su una strada impermeabilizzata finirà da qualche altra parte.

Il titolo scelto da Paolini, Bestiario idrico, acquista allora un secondo significato. Le bestie non sono soltanto quelle che popolano fiumi e rive. Dentro questo ecosistema ci siamo anche noi, specie capace di costruire dighe alte centinaia di metri, deviare fiumi, prosciugare territori, trasformare pianure e portare acqua dentro milioni di abitazioni.

Una capacità straordinaria. Il problema comincia quando questa capacità viene scambiata per onnipotenza.

Il teatro di Paolini ha spesso lavorato proprio lì, nel punto nel quale una vicenda apparentemente tecnica rivela qualcosa di profondamente umano e politico. Con l’acqua accade ancora una volta. Basta seguire un fiume per incontrare agricoltura, industria, città, energia, povertà, ricchezza, conflitti e istituzioni.

E oggi basta seguirlo fino al mare. Il decimo Copernicus Ocean State Report, diffuso il 30 settembre, fotografa un oceano che continua ad assorbire gli effetti del riscaldamento globale: nel 2025 ha accumulato altri 23 zettajoule di calore, quasi quaranta volte l’energia consumata dall’umanità nello stesso anno. Il livello medio globale del mare è cresciuto in media di 3,8 millimetri l’anno tra il 1999 e il 2025, con un’accelerazione a 4,2 millimetri l’anno dal 2012; nello stesso periodo lungo, tra il 1985 e il 2025, l’acidità dell’oceano è aumentata di circa il diciassette per cento. Numeri globali, certo, ma con conseguenze locali molto concrete: coste, pesca, agricoltura, economie e comunità diventano più fragili proprio dove terra e acqua si incontrano.

È forse questa la chiusura più naturale per Bestiario idrico: l’acqua non conosce i confini che le assegniamo. Scende dalle montagne, attraversa campagne e città, entra nei tubi, esce dalle fabbriche, porta con sé ciò che le affidiamo e alla fine raggiunge il mare. Per comprendere la crisi climatica bisogna allora cominciare da qui: non dalla natura lontana da salvare, ma dal modo in cui abbiamo deciso di abitare la nostra.


SCHEDA

Bestiario idrico, uno spettacolo di Marco Paolini, scritto con Giulio Boccaletti; con Marco Paolini e Patrizia Laquidara; regia Fratelli Dalla Via. Piccolo Teatro Grassi, Milano, dal 20 al 25 ottobre 2026. Durata: un’ora e cinquanta minuti senza intervallo.


FONTI

  • Piccolo Teatro di Milano – Bestiario idrico, stagione 2026-2027.
  • Ispra – dati 2026 sulla disponibilità di risorsa idrica in Italia e sul degrado del territorio.
  • Copernicus Marine Service / State of the Planet – 10th Copernicus Ocean State Report (OSR10), 2026.
  • Inter Press Service, 30 settembre 2026 – New Ocean Report Warns of Rising Seas, Ocean Heat and Acidification.


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