«In nome del popolo italiano». Ogni sentenza si apre con queste parole. Le leggiamo senza fermarci, eppure contengono una promessa: la giustizia non appartiene ai governi, ai partiti o ai magistrati, ma ai cittadini. È da qui che bisogna partire per comprendere il caso del gioielliere Mario Roggero.
Le dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno riportato al centro del dibattito il tema della legittima difesa. È un confronto legittimo. Ma il rischio nasce quando un processo diventa un simbolo politico e il simbolo sostituisce i fatti.
Il processo non era chiamato a stabilire se Roggero fosse una persona onesta né se i rapinatori avessero commesso un grave delitto. Doveva rispondere a una domanda molto più precisa: quando partirono gli spari esistevano ancora i presupposti della legittima difesa previsti dall’articolo 52 del Codice penale?
L’articolo 52 richiede tre condizioni: un’offesa ingiusta, un pericolo attuale e una reazione necessaria e proporzionata. La Corte di cassazione ha costantemente affermato che la legittima difesa serve a respingere un’aggressione, non a trasformare la reazione in una punizione. È il confine tra difesa e vendetta.
Con la legge n. 36 del 2019 il Parlamento ha rafforzato la tutela di chi reagisce a un’intrusione nel domicilio o nel luogo di lavoro. La riforma, però, non ha eliminato il ruolo del giudice: resta indispensabile verificare, caso per caso, se il pericolo fosse ancora attuale e se la risposta fosse proporzionata.
Per questo il processo Roggero si è concentrato sulla ricostruzione dei fatti: tempi, distanze, traiettorie, persistenza del pericolo. Non sul consenso popolare. La giustizia, infatti, non può essere amministrata secondo i sondaggi.
La politica può criticare una sentenza e proporre di cambiare la legge. È il suo compito. I giudici, invece, devono applicare la legge vigente. Confondere questi due ruoli significa indebolire uno dei pilastri dello Stato di diritto.
Anche il giornalismo ha una responsabilità. Dire soltanto ‘ha ucciso due rapinatori’ oppure soltanto ‘l’assassino ha sparato a due uomini in fuga’ significa offrire due immagini parziali della stessa vicenda. L’informazione dovrebbe ricomporre il quadro, non alimentare tifoserie.
Cinque idee meritano di essere ricordate: la legittima difesa non coincide con la vendetta; la paura conta ma non sostituisce la legge; la riforma del 2019 non ha cancellato il controllo del giudice; ogni processo dipende dai fatti accertati; criticare una sentenza è legittimo, sostituire il diritto con gli slogan no.
Alla fine il caso Roggero continuerà probabilmente a dividere. È naturale. Una democrazia vive di opinioni diverse. E di tanta “fuffa”. Ma se vogliamo che la formula «In nome del popolo italiano» conservi il suo significato, dobbiamo pretendere una sola cosa: che la legge sia uguale per tutti. Anche per chi non ha santi in paradiso. Perché la giustizia non deve appartenere alla paura né alla propaganda. Deve appartenere al diritto.






