Editoriale

IMPLOSIONE | Quando il difetto del pensiero religioso torna a galla. Come il sionismo divora se stesso nonostante lo avesse previsto

La guerra a Gaza è una ferita aperta, ma la vera minaccia che incombe su Israele non viene solo da fuori, bensì dall’interno. È il logoramento progressivo della sua democrazia, sacrificata sull’altare della sopravvivenza politica di Benjamin Netanyahu. Oggi il premier non governa, subisce. È prigioniero dei suoi alleati ultraortodossi e dell’estrema destra che tengono in ostaggio il Paese.

Ogni legge, ogni decisione, ogni compromesso passa dal veto di Shas, United Torah Judaism e dei falchi nazional-religiosi. Netanyahu non può permettersi di perderne l’appoggio, pena la caduta del governo. Ma il prezzo è altissimo come la richiesta di mantenere le esenzioni dal servizio militare confermate anche in piena guerra, i fondi pubblici dirottati verso scuole religiose, gli spazi crescenti alla legge ebraica in una società che dovrebbe rimanere pluralista.

Questa situazione rivela un paradosso stridente, mentre migliaia di riservisti vengono richiamati a combattere a Gaza, una parte significativa della popolazione, gli ultraortodossi, continua a beneficiare di un’esenzione storica dal servizio che sempre più israeliani considerano insopportabile.

In un Paese che chiede unità e sacrifici a tutti, i privilegi di pochi diventano intollerabili. Tutto ciò nonostante la stessa Corte Suprema abbia stabilito che anche gli ebrei ultraortodossi devono fare servizio militare. Eppure il premier concede privilegi, uno dopo l’altro, per rimanere seduto sulla sua poltrona.

La verità è che Israele sta vivendo un momento estremamente pericoloso della propria storia con divisioni ormai insanabili nella politica e, ancor più, nella società. Da un lato i cittadini che credono nella modernità, nell’uguaglianza, nella responsabilità collettiva. Dall’altro comunità religiose che rifiutano di condividere il fardello nazionale e che usano la loro forza politica per blindare privilegi. Questa frattura non è solo ingiusta, è pericolosa. Minaccia di trasformare Israele in una democrazia zoppa, dove il voto conta meno del ricatto settario.

L’opinione pubblica israeliana non deve farsi illusioni, la guerra a Gaza non è l’unico fronte aperto. Ce n’è un altro, silenzioso ma devastante, dentro i propri confini. Ogni concessione di Netanyahu agli ultraortodossi è una crepa nel muro democratico. Ogni rinuncia a riformare il sistema di esenzioni è un colpo alla fiducia dei cittadini nello Stato. La democrazia non cade in un giorno, marcisce, passo dopo passo, mentre chi dovrebbe difenderla la svende per restare al potere.

Israele deve decidere se continuare a tollerare un governo sotto ricatto, o rivendicare la propria identità democratica. Non si tratta di destra o sinistra, di religiosi o laici, si tratta di sopravvivenza politica. La guerra finirà, ma se nel frattempo la democrazia israeliana verrà erosa dall’interno, il Paese rischia di vincere battaglie militari e perdere la sua battaglia più importante, quella per restare una democrazia vera.

Il tema della laicità dello stato in Israele è un tema fondamentale. Lo stesso progetto sionista al quale si ispirano gli ambienti ultraortodossi non prevedeva la costruzione di uno stato confessionale. Non una democrazia pienamente laica sul modello francese ma neanche uno stato di fatto teocratico come quello che sta venendo fuori da queste continue spinte estremiste.

Gli stessi padri fondatori del Sionismo mettevano in guardia sulla possibile deriva confessionale del futuro stato di Israele. Theodor Herzl, nel suo lavoro “Der Judenstaat” (Lo Stato ebraico) del 1896, delineava una visione per uno Stato ebraico che era fondamentalmente laica e moderna, pur riconoscendo il significato storico e culturale dell’identità ebraica. Herzl immaginava uno Stato ebraico non come uno Stato teocratico, ma come una struttura politica moderna, basata sul diritto e sull’organizzazione civile.

Scriveva chiaramente che i rabbini dovevano rimanere confinati alla sfera religiosa e non dovevano avere potere politico, sottolineava che il futuro Stato avrebbe dovuto garantire la piena libertà religiosa a tutti i suoi cittadini, ebrei e non ebrei. Non voleva uno Stato confessionale, bensì uno Stato che tutelasse la convivenza. Herzl vedeva la religione come una questione privata.

Per lui, il ritorno in Palestina (o in alternativa in Argentina, altro paese al quale si pensava a quel tempo) non era un progetto religioso ma nazionale, legato alla condizione politica e sociale degli ebrei in Europa. Herzl metteva in guardia esplicitamente dal pericolo che i rabbini o il clero potessero controllare la politica, egli voleva uno Stato moderno, con istituzioni secolari, sul modello degli Stati-nazione europei.

E’ davvero singolare che Theodor Herzl, al quale anche molti ultraortodossi si ispirano, sia stato così colpevolmente frainteso. Colpevolmente o subdolamente? La domanda non è capziosa perché a questo punto la politica del governo Netanyahu si delinea sempre più come una forma di neo colonialismo aggravata dall’uso del genocidio come metodo radicale di controllo di un territorio e di una popolazione.

Questo è un governo che sta tradendo le sue stesse radici, la deriva autoritaria è ormai una realtà, solo uno scatto di orgoglio della società civile israeliana può invertire la rotta sempreché in piazza ci vada non solo per chiedere la liberazione degli ostaggi ma per mettere fine a questa barbarie prima che sia troppo tardi per i palestinesi ma anche per lo stesso popolo israeliano.




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